Gli sposi promessi/Tomo I/Capitolo I

Tomo I
Capitolo I - Il Curato di...

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24 aprile 1821.


Cap. I.

Il Curato di...




1Quel ramo del lago di Como d’onde esce l’Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per cosí dire piccioli golfi d’ineguale grandezza, si2 viene tutto ad un tratto a ristringere;3 ivi4 il fluttuamento delle onde si cangia in un corso5 diretto e continuato, di modo che6 dalla riva si può, per dir cosí, segnare il punto dove il lago divien fiume. Il ponte che in quel luogo congiunge le due rive,7 rende ancor piú sensibile all’occhio ed all’orecchio questa trasformazione:8 poiché gli argini perpendicolari, che lo [p. 14 modifica]fiancheggiano, non lasciano9 venir le onde a battere sulle rive. ma le avviano rapide sotto gli archi;10 e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell’acqua,11 la quale qui viene a rompersi in12 piccioli cavalloni sull’arena,13 e a pochi passi, tagliata dalle pile di macigno, scorre sotto gli archi con uno strepito per cosí dire fluviale. Dalla parte che guarda a settentrione, e che14 a quel punto si può chiamare la riva destra dell’Adda, il ponte posa sopra un argine addossato alla estrema falda del Monte di S. Michele; il quale sì bagnerebbe nel fiume se l’argine non vi fosse frapposto. Ma dall'opposto lato15 il ponte è appoggiato al lembo di una riviera che scende verso il lago con16 un molle pendio,17 sul quale per lungo tratto il passeggero può quasi credere di scorrere una perfetta pianura. Questa riviera è manifestamente formata da tre grossi torrenti, i quali,18 spingendo la ghiaja, i ciottoli e i massi rotolati dal monte,19 hanno a poco a poco spinte20 le rive avanti nel lago,21 ed erano abbastanza vicini perché le ghiaje gettate da essi a destra e a sinistra abbiano potuto col tempo toccarsi e formare un terreno sodo. Allora hanno cominciato a correre in un letto alquanto piú regolare, poiché questi stessi depositi hanno loro servito d’argine,22 e il successivo loro impicciolimento, cagionato dall'abbassamento dei monti, dal diboscamento, e dalla dispersione delle acque, gli ha rinchiusi in un letto più angusto. Cosí il terreno che li divide ha potuto essere abitato e coltivato dagli uomini. Il lembo della riviera che viene a morire23 nel lago24 è di nuda e grossa arena presso ai torrenti, e [p. 15 modifica]uligiginoso negli intervalli, ma25 appena appena dove il terreno s’alza al disopra delle escrescenze del lago e del traripamento della foce dei torrenti, ivi26 tutto è27 prati campagne e vigneti, e questo tratto d’ineguale lunghezza28 è in alcuni luoghi forse d’un miglio.29 Dove il pendio diventa piú ripido son piú frequenti, e assai piú lo erano per lo passato, gli ulivi; al disopra di questi sulle falde antiche dei monti cominciano le selve di castagni30 e al di sopra di queste sorgono le ultime creste31 dei monti,32 in parte nudo e bruno macigno, in parte rivestite33 di pascoli34 verdissimi, in parte coperte di35 carpini, di faggi, e di qualche abete. Fra questi alberi crescono pure varie specie di sorbi e di dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno ed altre piante montane, le quali rallegrano e sorprendono36 il cittadino dilettante di giardini, che per la prima volta le vede in quei boschi, e che37 non avendole incontrate che negli orti e nei giardini, è avvezzo a considerarle colla fantasia come quasi un prodotto della coltura artificiale piuttosto che una spontanea creazione della natura. Dove poi la mano dell’uomo ha potuto portare38 una piú fruttifera coltivazione, fino presso alle vette non ha lasciato di farlo,39 e si vedono di tratto in tratto dei piccioli vigneti posti su un rapido pendio e che terminano col nudo sasso del comignolo. La riviera è tutta sparsa di case e di villaggi: altri alla riva dei lago, anzi nel lago stesso quando le sue acque s’innalzano per le pioggie, altri sui varj punti del pendio, fino al punto dove la montagna è nuda, perpendicolare ed inabitabile.40 Lecco è la principale di queste terre e dà il nome alla riviera: un grosso borgo a questi [p. 16 modifica]tempi41 e che altre volte aveva l’onore di essere un discretamente forte castello; onore al quale andava unito il piacere di avervi una stabile guarnigione ed un comandante, che42 all’epoca in cui accade la storia che siamo per narrare era spagnuolo. Dall’una all’altra di queste terre, dalle montagne al lago, da una montagna all’altra corrono molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente pendenti, ora piane, chiuse per lo piú da muri fatti di grossi ciottoloni e coperti qua e là di antiche edere, le quali dopo aver colle barbe divorato il cemento43 ficcano le barbe stesse fra un sasso e l’altro e servono esse di cemento al muro, che tutto nascondono. Di tempo in tempo invece di muri44 passano le anguste strade fra siepi, nelle quali al pruno e al biancospino s’intreccia di tratto in tratto il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. Una di queste strade percorre tutta la riviera, ora abbassandosi, ora tirando piú verso il monte,45 ora46 in mezzo le vigne, ed ora47 sulla linea che divide i cólti dalle selve.48 Questa strada è talvolta seppellita fra due muri che superano la testa del passeggero, dimodoché egli non vede altro che il cielo e le vette dei monti:49 ma spesso50 lascia un libero campo alla vista, la quale quasi ad ogni passo scopre nuove, ampie51 e bellissimi prospetti. Poiché guardando verso52 settentrione tu53 vedi il lago chiuso nei monti,54 che sporgono innanzi e rientrano e formano ad ogni tratto seni o ameni o tetri, finché la vista si perde in uno sfondo azzurro di acque e di montagne; verso mezzogiorno vedi l’Adda, che, appena uscita dagli archi del ponte, torna a pigliar figura di lago, e poi si ristringe ancora e scorre come fiume, dove55 il letto è occupato da banchi di sabbia portati da56 torrenti, che formano come tanti istmi: dimodoché57 l’acqua si vede prolungarsi fino [p. 17 modifica]all'orizzonte come una58 larga e lucida spira.59 Sul capo hai60 i massi nudi e giganteschi, e le foreste, e guardando sotto di te e in faccia, vedi il61 lungo pendio62 distinto dalle varie colture, che63 sembrano striscie di varj verdi,64 il ponte ed un breve tratto di fiume fra due larghi e limpidi65 stagni, e poscia, risalendo collo sguardo,66 lo arresti sul Monte Barro, che ti sorge in faccia e chiude il lago dall’altra parte. Ma non67 termina quel monte la vista da ogni parte, poiché68 di promontorio in promontorio declina fino ad una valle che lo separa dal monte vicino; e come in alcune parti la stradetta si eleva al dísopra del livello di questa valle, da quei69 punti il tuo occhio segue70 tra i due monti che hai in prospetto un’apertura, che dalla valle ti lascia travedere qualche parte dell’amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro.71 La giacitura della riviera, i contorni e le viste lontane,72 tutto concorrono73 a renderlo un paese che chiamerei uno dei piú belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni.

Su questa stradetta74 veniva lentamente,75 dicendo |’ufizio, ed avviandosi verso casa, una bella sera76 d’autunno dell’anno 1628, il Curato di una di quelle terre che abbiamo accennate di sopra.

(Questa è la prima reticenza del nostro storico). Talvolta tra un salmo e l’altro metteva l’indice nel breviario al luogo dov’era rimasto,77 e tenendo cosí78 socchiuso il libro nella [p. 18 modifica]destra mano,79 e la destra nella sinistra dietro le spalle, continuava il suo passeggio guardando in qua e in là, e ripigliando i pensieri oziosi che80 erano stati sospesi cosí cosí nel tempo che aveva recitato l’ultima parte di uffizio. Uscendo poi da questa meditazione egli girava gli occhi intorno,81 e arrestava lo sguardo82 sulle cime del monte, osservando come aveva fatto tante altre volte83 i riflessi del sole già nascosto, ma che84 mandava ancora la sua luce sulle alture, distendendo sulle rupi e sui massi sporgenti come larghi strati di porpora.85 Ripigliato poscia il breviario e recitato un altro pezzo di vespro giunse ad una rivolta della strada dov’era solito di alzar gli occhi dal libro e di guardare quasi macchinalmente dinnanzi a sé, e cosi fece anche quel giorno.86

Dopo la rivolta la strada87 andava diritta forse un centinaio di passi, e poi si divideva;88 a destra saliva verso il monte, e dall’altro lato scendeva nella valle fino ad un torrente. Da questa parte il muro non89 giungeva che all’anche del passeggero, e lasciava90 libera la vista del pendio sottoposto, fino al torrente, e ad un pezzo di monte che91 lo rinchiudeva dall’altra parte. In faccia a colui che aveva voltata la strada, e alla separazione delle due strade v’era una cappelletta sulla quale erano dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, e terminate in punta che nella intenzione del pittore, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevano dir fiamme, e fra l’una e l’altra certe altre figure da non potersi descrivere, che volevano dire anime del purgatorio; [p. 19 modifica]anime e fiamme color di mattone su un fondo bianco con qualche scrostatura in varie parti. Al rivolgimento dunque della strada alzando gli occhi verso la cappelletta il nostro Curato vide una cosa che non si aspettava e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano uno rimpetto all’altro ai due capi della strada: uno92 seduto a cavalcioni sul muricciuolo con l’una93 piede appoggiata sul terreno della strada e l’altro penzoloni94 giú lungo il muro, l’altro in piedi appoggiato al muro con una gamba sopra l’altra, e le 95 braccia incrocicchiate sotto le ascelle. L’abito e il portamento non lasciavano dubbio della loro professione. Avevano entrambi una reticella verde in capo la quale cadeva su una spalla terminata in un gran fiocco di seta: due grandi mustacchi inanellati all’estremità, il lembo del farsetto coperto96 e avviluppato da una cintura lucida di cuojo, ripiena di cartoccini di polvere, ed alla quale erano appese due pistole con uncini: un picciolo corno ripieno di polvere appeso al collo97 come i vezzi delle signore: alla parte destra delle larghe e gonfie brache, una tasca donde usciva un manico98 di coltellaccio, due legacce rosse al disotto del ginocchio a un dipresso come i cavalieri della giarrettiera: uno spadone dall’altro lato99 con una elsa di lamette d’ottone attorcigliate come una cifra, al primo100 aspetto101 si mostravano di quella specie d’uomini102 tanto comune a quei tempi, che103 avevano nome di bravi104, specie che ora si è105 del tutto perduta come tante altre buone istituzioni.

106 Che quei due stessero lí aspettando qualcheduno era cosa troppo evidente; ma quello che piú spiacque al Curato fu di accorgersi per certi atti che egli era quegli che aspettavano: egli, poiché107 al suo apparire si erano guardati alzando la testa con un moto108 che dava a divedere che avevan detto tutti e due a un tratto: — egli è desso, — e quegli [p. 20 modifica]che stava a cavalcioni tirò la sua gamba sulla strada e si alzò, l’altro si staccò dal muro; e si109 avvicinarono rivolti verso il curato. Questi110 tenendo sempre il breviario aperto dinanzi come se leggesse, alzava gli occhi per spiare i loro movimenti e vedendoli venirsi111 cosí verso di lui,112 mille pensieri alla rinfusa gli sorsero pel capo.113 Domandò subito in fretta a se stesso, se tra i bravi e lui vi fosse qualche uscita di strada a dritta o a sinistra, e gli sovvenne tosto di no. Pensava un rapido esame di coscienza,114 se avesse qualche inimicizia, se potesse115 temere qualche vendetta, e in quel turbamento il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto; ma i bravi si avvicinarono. Guardava colla coda dell'occhio.116 Pose la mano nel collare, come per ricomporlo117 e intanto piegò indietro la testa e guardò colla coda dell’occhio fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse, e non vide nessuno. Diede un’occhiata al disopra del muricciolo, nei campi; nessuno: guardò sulla via che gli era dinanzi; nessuno fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: fuggire peggio; era lo stesso che farsi inseguire, o peggio. Non potendo fuggire118 il pericolo gli corse incontro;119 perché i momenti erano allora cosí penosi per lui che non desiderava altro che di abbreviarli:120 affrettò il passo, recitò un versetto,121 a voce piú alta122 compose la faccia a tutta quella quiete ed ilarità che poté,123 fece ogni sforzo per preparare un sorriso, e quando fu accostato dai due galantuomini, disse mentalmente: — ci siamo; — e si fermò sui due piedi. .

«Signor curato:» disse uno di quei due, piantandogli gli occhi in faccia.

«Chi mi comanda?» rispose subito Don Abbondio,124 alzando gli occhi d’in sul libro,125 e tenendolo spalancato e sospeso con ambe le mani.

«Ella ha intenzione,» proseguí l'altro, «di sposare domani Fermo Spolino, e Lucia Zarella.»126 [p. 21 modifica] «Non lo posso negare» rispose il curato col tuono d’un uomo127 convinto d’una trista azione; e soggiunse tosto: «io non c’entro: fanno gli aggiustamenti fra di loro, vengono da noi, noi siamo i servitori del pubblico...»

«Bene bene,» interruppe il bravo, «questo matrimonio non si deve fare, ma né domani né mai.» «Ma, Signori miei,»128 replicò il curato come129 un uomo che vuol persuadere un impaziente, «ma signori miei,130 si degnino di mettersi nei miei panni: se la cosa dipendesse da me...»

«Orsú» interruppe ancora il bravo che pareva avesse giurato di non lasciargli compire un periodo, «se la cosa andasse a ciarle, ella ne avrebbe più di noi. Ma noi non sappiamo né vogliamo sapere131 altro: era nostro dovere d’avvisarla e l’abbiamo fatto.» «Ma132 loro signori son troppo giusti, e ragionevoli...»

«Ma,» interruppe questa volta quell’altro che non aveva parlato fino allora, «ma il matrimonio non si farà o» (qui una buona bestemmia) «chi lo farà non se ne pentirà perché non ne avrà tempo e...»

«Zitto, zitto,» ripigliò quell’altro, «il Signor Curato sa che noi siamo galantuomini, e non vogliamo fargli del male, se egli opererà da galantuomo. Signor Curato, ci ha intesi:133 l’illustrissimo Signor D. Rodrigo nostro padrone le fa i suoi complimenti.»134 «Se mi sapessero suggerire,...» disse il curato: «Oh! suggerire a lei che sa il latino!»135 rispose il bravo con un viso tra lo sguajato e il feroce. «Ella troverà un mezzo Signor curato, e sopratutto non136 si lasci uscire una parola di questo137 avviso che le abbiamo dato per suo bene altrimenti sarebbe per lei come se avesse fatto quel tal matrimonio. Buona notte Signor Curato.»138 Cosí dicendo, si svilupparono dal curato,139 il quale pochi momenti prima avrebbe dato qualche gran cosa per isfuggirli, e allora avrebbe voluto prolungare la conversazione, e avviandosi140 dalla parte [p. 22 modifica]donde141 egli era venuto, presero la strada, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero Curato142 pigliò delle due strade quella che andava143 a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che gli parevano ingranchite, e144 con animo che il lettore comprenderà meglio145 dopo d’avere appreso qualche cosa di più dell'indole146 di questo personaggio, e della condizione147 dei tempi in cui gli era toccato di vivere.

148 Don Abbondio (il lettore è stato avvertito nella introduzione che il nostro autore è avarissimo di cognomi), don Abbondio (e di ciò il lettore si sarà avveduto da sé, senz’altro avviso) non era nato con un cuor di lione. Ma fino dai primi suoi anni egli aveva dovuto accorgersi che la situazione la piú impacciata a quei tempi era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinato149 ad essere divorato dagli altri. Né le consuetudini, né le massime ricevute, e molto meno la forza legale proteggevano150 in alcun conto l’uomo tranquillo e inoffensivo.151 Non già che non si facessero leggi: è questo forse il genere di composizione al quale gli uomini lavorano con più diletto, e che perciò non manca mai di autori.152 Non già che le leggi fossero benigne all’eccesso, e riservate nella misura delle pene:153 gli squarci che abbiamo riportati delle gride contra i bravi sono un picciolo e fedel saggio di tutta la legislazione di quei tempi. I delitti erano annoverati e classificati minutissimamente, le pene atrocemente sovrabbondanti, e se non basta aumentabili ad arbitrio per ogni caso, le procedure assurde e tiranniche, e per lo piú non tendenti ad altro, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna. Con tutto ciò, anzi in parte per tutto ciò, quelle154 leggi rinnovate e imposte di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare [p. 23 modifica]ampollosamente l’impotenza di chi le faceva,155 se non che ad aggiungere molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli sofferivano dai perturbatori, e di crescere le violenze, e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva156 molte molte altre cause di simil genere, e la trepidazione nell’eseguire le gride nata da queste cause, e la sicurezza già antica nei trasgressori157 educati a soperchiare. Ora questa impunità minacciata ed insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva ad ogni minaccia e ad ogni insulto fare nuovi sforzi per conservarsi,158 aumentare la sua forza, resistere, atterrire, tenersi unita, e cosí faceva difatti. Quindi la grida al suo159 nascere trovava160 molta gente che aveva già prese le disposizioni necessarie161 per continuare a fare ciò ch’ella veniva a proibire. Nessuna162 libertà nelle cose oneste poiché163 col fine di aver sotto la mano ogni uomo per prevenire e punire ogni delitto, le gride assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario di mille magistrati, ed esecutori164 d’ogni sorta. Ma chi si era messo in istato di guerra165 colle gride e cogli ordini d’ogni specie, chi aveva già disposti i suoi mezzi di difesa o nella forza aperta, o nelle astuzie legali, o nella protezione, o nella connivenza allora comune e scandalosa dei giudici,166 chi167 poteva e voleva ammazzare o dar la mancia ad un birro, quegli era libero nelle sue operazioni, al sicuro delle gride, e in caso di rivolgerle anche contro gli altri quando168 i suoi mezzi privati non fossero stati bastanti. Accadeva169 a taluno di costoro di morire di morte violenta, di esser sbanditi, vivevano in continuo170 sospetto, che vuol dire, erano171 nella172 condizione di tutti i loro contemporanei. Quegli stessi che non avevano un animo provocatore ed ingiusto si trovavano come costretti di guardarsi e di stare sulle difese, il che173 teneva per dir cosí una quantità di forze sempre in presenza e dava a tutta la società un aria di sospetto, di offesa:174 ad ogni momento tutto era pronto, per venire alle [p. 24 modifica]mani. L'uomo che teme l'offesa e che vuole offendere, cerca compagni, quindi175 la tendenza176 universale a quei tempi di arruolarsi per dir cosí, in classi, in corpi, in maestranze, in confraternite.177 Alcune classi già anticamente costituite avevano anche per questa circostanza una forza preponderante e spaventosa,178 quindi gli altri per non trovarsi sempre individui contra una società dovevano esser contenti di trovare un motivo per179riunirsi, di avere deliberazioni, massime comuni, privilegi e una bandiera, e di potere quando fossero toccati rivolgere le forze solidali di molti a loro difesa. Il clero era geloso sostenitore delle sue immunità,180 e come181 ad esso stava in gran parte il decidere fin dove giungessero, non si deve domandare se le estendesse fin dove potevano, e fin dove non potevano giungere. Che gli ecclesiastici vuoti di spirito sacerdotale, ambiziosi, violenti,182 avari imponessero tutta la religione di questa immunità non è da stupirsene, poiché è chiaro che è cosa molto comoda l'avere una scomunica da opporre ad una ragione, e183 cessare ogni pericolo con un privilegio d'inviolabilità indefinita. Ma quello che merita piú considerazione si è come i buoni non cedessero ai tristi in questa specie di zelo come uomini184 pii e d'una virtú molto185 superiore alla onestà, uomini certamente di alto ingegno, potessero186 combattere acremente, lungamente, mettere tutto a repentaglio per187 pretese,188 le quali non sembra che non possano conciliarsi189 col minimo grado di riflessione, e con un grano di buona fede.190 Per ispiegare questo fenomeno si dice che erano idee del tempo alle quali i migliori e piú sinceri intelletti pagavano tributo come gli altri. Ma questa spiegazione non ha peso se non si trovano le cagioni per cui essi pure dovessero affezionarsi a queste idee, quando il [p. 25 modifica]loro amore per la verità, e la loro attitudine a trovarla191 dovevano condurli a scoprire il debole di queste idee. Le192 quali cagioni appariscono chiare a chi dà una occhiata allo stato della società in quei tempi. Tante erano le volontà d’impedire ogni esercizio delle facoltà le più legittime, d’inceppare ogni193 diritto, e queste volontà erano cosi potenti, che194 il clero non poteva concepire come avrebbe potuto agire a malgrado di esse, senza avere una forza propria. Quindi tribunali civili e criminali per assicurare ai suoi membri una giustizia imparziale o per opporre una parzialità ad un’altra, quindi minacce spirituali e temporali ad ogni attentato contro le persone e i beni del clero, quindi forza per eseguire le sue leggi etc.195 Malgrado queste immunità,196 le quali con nome non affatto improprio allora si chiamavano libertà, il Clero si trovava ad ogni istante inceppato da altre forze organizzate, non è quindi da maravigliarsi se i197 meno ambiziosi le credessero non solo necessarie ma insufficenti, se cercassero di estenderle, se198 vedessero nella diminuzione di quelle, la diminuzione della religione stessa, e se gridassero altamente che chi le intaccava voleva199 rendere impossibile l’esercizio della religione stessa. Tutto questo non è detto per provare che avessero ragione di pensare e di operare a quel modo, ma per ridurre il torto alla sua giusta misura, e per200 ricondurlo alle sue vere cagioni e201 per202 riflettere che ci hanno degli inconvenienti che oltre il male diretto che fanno, ne producono dei grandissimi forzando quasi gli uomini a cercare dei rimedi, che non sono né ragionevoli, né perfettamente onesti,203 e che oltre204 l’effetto per cui sono sorti in opera ne producono molti altri impreveduti e pessimi.

Abbondio non nobile, non ricco, non animoso,205 si era presto avveduto di essere nella società come il vaso di terra cotta in compagnia di molti vasi di bronzo sempre in movimento. Aveva quindi secondato assai206 lietamente, la volontà dei suoi parenti che lo avevano207 avviato allo [p. 26 modifica]stato ecclesiastico. A dir vero il suo fine principale non era stato quello di208 servire agli altri col ministero. Egli aveva pensato209 a trovare un modo di vivere e a porsi in una classe rispettata e forte,210 nella quale il debole fosse difeso dalle forze riunite degli altri. Ma non basta211 appartenere ad una classe per goderne tutti i vantaggi, come ognun sa: bisogna anche che l'individuo sappia diriggere212 a suo uso il piú che può delle forze che la sua società può mettere in opera e non v'è organizzazione comune che dispensi l'individuo dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio non poteva adottare un sistema nel quale fosse necessaria una qualunque parte di risoluzione, di attività, di resistenza e altronde alla finfine il pover'uomo non213 domandava altro che quiete, vivere e lasciar vivere come si dice. Il suo sistema era dunque di evitare tutti i contrasti, e di cedere in quelli che non avesse potuto evitare. Se egi era assolutamente forzato a prender parte fra due contendenti, stava214 dalla parte215 del piú forte, procurando però di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente avverso, che potendo fare a suo modo sarebbe stato neutrale: pareva che gli dicesse: — Ma perché non avete saputo essere il piú forte? io sarei allora con voi. — Con queste arti il pover'uomo era riuscito a poter giungere senza forti burrasche fino all'età di cinquant'anni.216 Ma il povero D. Abbondio non avrebbe [p. 27 modifica]voluto essere conscio a se stesso di essere mosso da principi bassi e da non confessarsi; e si era quindi fatto, (come accade sempre) una dottrina sua propria, secondo la quale la sua condotta era ragionevole anzi la sola ragionevole e onesta.217 Quando poi si vide in virtú di questa sua buona condotta, costantemente al coperto dalle offese altrui, pensò come accade,218 ad attaccare, e divenire un rigido censore delle azioni e degli uomini che non tenevano la sua condotta, quando però questa sua censura potesse esercitarsi senza alcuno anche lontano pericolo.219

Chi era stato percosso e non era in caso di far vendetta era almeno almeno un imprudente, un ammazzato era certamente un torbido220 e se non lasciava parenti irritati della sua morte, era un birbante, ma chi aveva commesso un omicidio poteva essere certo che D. Abbondio non gli avrebbe mai trovato un difetto. Quello poi che piú221 gli dava collera era il vedere qualcuno dei suoi confratelli pigliare le parti di un debole, difenderlo contro una soperchieria.222 Questo chiamava egli un comprarsi le brighe a contanti, un volere addirizzare le gambe ai cani. I potenti, i ricchi, [p. 28 modifica]i facinorosi, i protettori, i protetti, insomma i vittoriosi d’ogni genere erano per lui uomini d’oro, e ne parlava sempre col mele alla bocca. E se qualche seccatore trovava da apporre ad alcuno di questi, mettendo il discorso sopra qualche grossa bricconeria commessa da alcuno di questi grandi galantuomini, D. Abbondio si metteva a declamare contro quel vizio di pretendere che gli uomini siano perfetti. E quanto a quelli che223 avevano sofferto di quella bricconeria, egli sapeva trovar loro qualche torto, il che non è mai difficile, perché tra lo scellerato e l’onesto, la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio cosí netto che l’uno stia tutto da una parte, e l’altro tutto dall’altra. E224 sigillava sempre il discorso col suo assioma favorito, proferendo il quale rifletteva con compiacenza sopra di sé: e l’assioma era: che ad un galantuomo che vuol vivere quieto, che sa stare pel fatto suo, non accadono mai brutti incontri. S’immagini ora il lettore che colpo doveva essere stato questo per D. Abbondio.225 L’impressione di spavento per quei visi e per quelle minacce, l’idea d’un pericolo associata a ogni momento dell’avvenire, il frutto di226 tanti anni di studio e di politica perduto in un giorno, l’unica227 teoria sulla quale era fondata tutta la sua speranza di228 quieto vivere, rovinata, e un passo brutto, pericoloso da attraversare, un passo del quale non si vedeva una uscita.229 Poiché se si avesse potuto mandare in pace Fermo con un bel no,230 l’affare sarebbe stato finito, essendo la coscienza di D. Abbondio bastantemente soddisfatta dalla idea che a lui era stata fatta violenza. Ma231 Fermo vorrà delle ragioni, e non istarà quieto, e (la ragione buona non si poteva dire a tutto il mondo) troverà strano questo ritardo, e molto più una ripulsa, mormorerà, e che cosa rispondere? E se Fermo ricorre? Angustiato da questi pensieri il nostro Curato per sollevarsi un poco si scatenava in suo cuore contro chi era venuto a togliergli per sempre la sua pace. Egli non conosceva D. Rodrigo che di nome, e di vista, e non aveva avuta232 altra relazione con lui che di fargli una grande scappellata [p. 29 modifica]quando lo incontrava e di riceverne un mezzo saluto di protezione. Gli era occorso talvolta di difenderlo, quando si parlasse di qualche soperchieria da lui fatta, e aveva detto fra sé cento volte che D. Rodrigo era un degno cavaliere. Ma233 ora gli diede di suo cuore tutti i titoli contro i quali l’aveva difeso in altre occasioni. Ma l’ira sua maggiore era contro quei due sposi che in fondo erano la prima cagione di una tanta sua angustia. — Ragazzi: andava ripetendo, ragazzi, non pensano che a maritarsi e non si fanno carico234 dei fastidi in cui pongono un galantuomo. —

Colla compagnia di questi pensieri giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a235 gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono piú236 difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d’un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l’agitazione di D. Abbondio237 erano cosí vivamente dipinti238 negli occhi, negli atti e in tutta la persona, che per distinguerli239 non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.

«Ma che cosa ha, Signor padrone?»

«Niente, niente.»

Questa risposta di formalità, Vittoria se la doveva aspettare, e non la contò per una risposta, e proseguí.

«Come, niente? Signor padrone: ella ha avuto uno spavento: vuol240 darmi ad intendere?...»

«Quando dico niente,» ripigliò D. Abbondio con impazienza, «o è niente, o è cosa che non posso dire.» Vittoria, vedendolo241 piú presso alla confessione che non avrebbe sperato in due botte e risposte, andò sempre piú incalzando «Che non può dire nemmeno a me? Oh bella chi si piglierà cura della sua salute? Chi rimedierà?...» «Tacete, tacete, e non parecchiate altro, ché242 questa sera non cenerò.»

Quando Vittoria intese questo, fu certa che v’era una [p. 30 modifica]cosa da sapersi e che la cosa era grave, e giurò a se stessa di non lasciare andare a dormire il Curato senza averla saputa. «Ma, signor padrone, per l’amor di Dio mi dica che cosa ha:243 vuol ella ch’io sappia da altra parte che cosa le è accaduto?» «Sí, sí, da brava, andate a fare schiamazzo; a metter la gente in sospetto.» «Ma io non dirò niente, se ella mi toglie da questa inquietudine.» Non direte niente, come quando siete corsa a244 ripetere alla serva del curato nostro vicino tutti i miei lamenti contro il suo padrone, e m’avete messo nel caso di domandargli scusa, come quando....» Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla245 allontana246 da questo intento247 come il piatire sopra cose estranee.

Interruppe dunque D. Abbondio, ma in aria sommessa: «Oh, per amor del cielo, che va ella mai rimescolando. Sono stata ben castigata, non aveva creduto far male, e dopo d’allora guarda che mi sia uscita una parola.248 Signor padrone, se io parlo...» «Via, via, non giurate.» «Ma vorrei poterla soccorrere,249 chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l’ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa, »250 e qui fece una voce da piangere, «ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere...»251

In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti le narrò il miserabile caso: mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo, l’inquietudine del fatto che non poteva esser lieto,252 spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno, che tenne puntato sulla tavola. «Misericordia!» sclamò Vittoria: « oh253 gente senza timor di Dio,254 oh255 prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei [p. 31 modifica]poverelli, oh tizzoni d’inferno!» «Zitto, zitto, a che serve tutto questo?» «Ma256 come farà, Signor padrone?» «Oh! vedete,» disse il curato in collera, «i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell’impiccio e che toccasse a me cavarnela.» «Sa il cielo se me ne spiace, Signor padrone, ma bisogna pensarci.» «Sicuro, e nell’imbroglio son io.»

«Pur troppo,» disse Vittoria, «ma non si lasci spaventare:257 eh! se costoro potessero aver fatti come parole, il mondo sarebbe loro: Dio lascia fare, ma non strafare:258 qualche volta cane che abbaja non morde.» «Lo conoscete voi questo cane? e sapete quante volte ha morso?...» «Lo conosco e so bene che...» «Zitto, zitto, questo non serve.259» «Signor padrone,260 ella ci penserà questa notte, ma intanto non261 cominci a rovinarsi la salute per questo: mangi un boccone.» «Ma, se non ho voglia.» «Ma se le farà bene,» e detto questo,262 si avvicinò al seggiolone dov’era il curato, e lo mosse alquanto, come per dargli la leva: il curato si alzò;263 ella spinse il seggiolone vicino alla tavola: il curato vi si ripose, e mangiato un boccone di mala voglia,264 facendo di tempo in tempo qualche esclamazione, come: — Una bagattella! ad un galantuomo par mio: — ed altre simili, se ne andò a letto265 colla intenzione di consultare tranquillamente e ordinatamente266 sui casi suoi.

Note

  1. Quel ramo del lago di Come [che] donde esce l'Adda|Alla estremità del ramo|Sulla riva meridionale del ramo del [Lario] Lario che|Quel ramo del lago di Come d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per cosí dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si
  2. [ristringe alla fine|viene alla fine a ristringer per tal modo che ristringe]
  3. per tal modo, e riavvicina le sue [ri] due riviere a segno che si può [dire] fissare che a quel punto il lago cessi e il fiume cominci [si può|manifesta e] a cambiare l'ondeggiamento
  4. vario
  5. diretto e seguito che
  6. si può
  7. e che aumenta il corso [dell'acqua] e il rumore fluviale dell'acqua [dell'acqua] e le dà [per cosí] un rumore per cos dire fluviale [compisce all'occhio rendono] rende ancor piú sensibile all'occhio questa trasformazione
  8. A margine gli argini [che non lasciano batter] perpendicolari che non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le costringono in un letto, e le fanno correre sotto gli archi con uno strepito per cosí dire assoutamente fluviale — in colonna [rendono] rende ancor piû sensibile all'occhio ed alla fantasia [ed all] questa subita trasformazione:
  9. poiché gli argini [non lasciano] perpendicolari che lo fiancheggiano non [perm] lasciano|poiché cessano le rive|poiché gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano [ven] poiché ivi cessano le rive|poiché gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano|poiché invece di batter sovra
  10. [e l'uo|e chi] e l'uomo seduto presso|e stando presso gli argini|e dove
  11. e dove ella
  12. onde sull
  13. dove scorre travolta dai
  14. ivi si può chiamare da quel
  15. [l'ultima] l'estremità del ponte poggia sopra
  16. [un cosí leggiero] leggerissimo
  17. anche per un lungo tratto forma quasi una pianura
  18. [gettano] spingono
  19. [su|sono spinti] hanno a poco a poco|si sono
  20. avanti del lago
  21. [e si sono|e sono cosí vicini] e sono abbastanza vicini per aver potuto unire le ghiaje che gettano a man destra
  22. e dove la diminuzione del
  23. cadere
  24. è ghiajoso
  25. [appena appena] dove appena appena il terreno s'alza al disopra del [sale] si trova dove il terreno
  26. comincia
  27. a vigneti e campagne
  28. secondo
  29. Dove il pendio [comin] diventa piú ripido, e cominciano le piú antiche falde dei monti
  30. e sopra
  31. del Monte di S. Martino, e del
  32. coperte a luogo a luogo di faggi querci pini|e di faggi e di qualche abete, e [a luogo a luo|e per molti tratti nudo macigno annerito e bruno macigno|nudo e bruno macigno] a luogo a luogo, nudo e brullo macigno [nudo e bru]
  33. coperte
  34. che in parte
  35. carpini di faggi e di abeti, e su|qualche foresta. Ivi presso le querce e i faggi e qualche abete cresciuto
  36. l'abitante del piano
  37. avvezzo a non incontrarle
  38. la cultura piú in su
  39. e si vedono in alcune parti [del]di quei monti le vigne cosí|dove sotto i comignoli si distende un pendio meno ripido, ivi so
  40. [La principale di queste] Lecco, la
  41. e [a quelli] altre volte
  42. nei tempi
  43. [entrano|si pongono|fanno sí] si ficcano
  44. le strade
  45. ma scorrendo per lo piú verso la cima del pendio, sotto le falde|dove termina la collina campestre, venivano
  46. fra
  47. [sotto le selve] fra i cólti e le selve nel punto che
  48. [e si stende forse a due] e taglia cosí la riviera in tutta la sua lunghezza circa|pel tratto di forse due miglia, sicché|e taglia cosí tutta la riviera passando [su] al disopra del|Dalla valle
  49. che sembrano piegarsi su di lui
  50. Sottolineato in lapis con richiamo di crocetta a margine.
  51. Sic.
  52. il fondo del lago la
  53. [scorgi|vedi] hai dinna
  54. i monti che
  55. cedono
  56. qualche torrente
  57. l'Adda
  58. vasta
  59. Guardando poi in faccia e sotto i tuoi piedi tu hai
  60. i massi e le foreste
  61. pendio
  62. che
  63. che te lo fanno par
  64. vedi il ponte che divide
  65. calmi stagni|il ponte
  66. [segui] trovi il monte che|chiude il lago dall'altra parte. Ma in alcune parti [dove piú elevate dell] dove la strada s'innalza piú verso l'alto del monte e
  67. chiude
  68. declin
  69. tu vedi al di là del lago
  70. infra
  71. [Il paese. La riviera stessa] Il paese stesso
  72. formano uno degli [dei] un paese|una di|un complesso|tutto concorre a fare [di que] rendono|tutto concorre|formano
  73. Sic, avendo pur già scritto tutto concorre
  74. [per] andava di passo per
  75. ritornando
  76. dell'
  77. E tenendo il libro cosí socchiuso in mano metteva la destra mano [metteva|metteva la destra mano] nella sinistra dietro le spalle,|e socchiudendo cosí il libro [portava] metteva la destra mano nella sinistra dietro
  78. il libro
  79. la riponeva nella
  80. aveva lasciati [quasi abbandonati] un momento prima rimettendosi a continuare l'ufizio
  81. ora riportandoli [sullo] sul lago, ora fermandosi a guardare i riflessi sull|e gli alz
  82. sulle alture
  83. sui monti [sporgenti] e le rupi sporgenti illuminate [dal sole] dagli ultimi raggi del sole che si riflettevano qua e là e [il sole già tramontato] il sole già nascosto [perché ai suoi occhi] e la luce spersa qua e là come a grandi strati di porpora [la luce|il riflesso del so] i riflessi del sole già nascosto, ma che sull'alto [sul] del monte
  84. splendeva ancora
  85. Guardando cosí per aria [giunse ad una rivolta di strada poiché a quel punto i due muri erano cosí alti da non lasciar vedere altro che la strada e il cielo, e i monti,] giunse ad una rivolta della strada dove da una parte si apriva il muricciolo [si abbassava|dove era solito guardare] dove si apriva un'altra scena: poiché dalla parte della strada che recava alla discesa, il muricciolo
  86. come faceva da molti anni
  87. conti
  88. da una parte
  89. era piú alto
  90. vedere
  91. sorgeva al di là
  92. seduto sul muricciolo basso a cavalcione
  93. Sic. gamba Chiaro il motivo della sconcordanza.
  94. sopra il campo sottoposto
  95. mani
  96. rinchiuso da una cintura lucida di cuojo con due pistole appese ad essa con un uncino|due pistole poi ai fianchi, e una fila di cartoccini nel mezzo: una tasca
  97. a guisa di
  98. di avorio
  99. un archibugio a ruota che nessuno
  100. sguar
  101. comparivano per
  102. che si chiamavano bravi
  103. si chiamavano bravi
  104. e
  105. sono
  106. Si veda, in fondo al volume l’Appendice C.
  107. quan
  108. dal quale si scorgeva che tutti e due
  109. trov
  110. dopo aver colla
  111. venire
  112. Si
  113. se avesse
  114. aspettarsi
  115. di sguardo
  116. cosa
  117. evitare
  118. come
  119. allungò il passo, finse di [continuare] recitare
  120. recitò [il suo ufizio] un versetto
  121. si preparò la faccia ad un sorriso il piú bello|e diede alla sua faccia
  122. preparò un sorriso
  123. il curato
  124. che
  125. Qui un rigo e mezzo corretti, ma non leggibili; e a margine la correzione Fermo Tramaglino e Lucia Mondella.
  126. sorpreso cui si rinfaccia un
  127. ripigliò
  128. colla voce d'
  129. abbiano la bontà
  130. piú di quello che le abbiamo detto
  131. si capaciti
  132. A margine, in lapis ma non del Manzoni (v. Prefazione): «un mot de plus pour transition ou transporter ci dessous le salut significatif de la part de D. Rodr.». In colonna il Sigr.
  133. Due parole cancellate non leggibili.
  134. disse per
  135. parli
  136. questa nostra insinuazione perché
  137. Qui in lapis: «l'illustrissimo V.C.»
  138. in quel momento [avrebbe voluto|aveva] avrebbe dato qualche momento
  139. e si avviava [verso la] sulla strada da
  140. il curato
  141. cont
  142. verso la sua
  143. in uno
  144. quando
  145. e delle circostanze|condizione
  146. circostanze
  147. Di qui (il mezzo foglio è stato evidentemente ingommato invece d'uno strappato) il ms. appare col carattere della seconda minuta, fino alle parole organizzata, e aveva
  148. inclinazione
  149. il
  150. e che non avesse
  151. Qui, a margine, quest'aggiunta, poi cancellata Ed a quei tempi egli era uno dei rami piú fecondi della letteratura
  152. i periodi
  153. gride ripublicate e rinforzate
  154. ad aggiungere
  155. dei fondamenti legali o di consuetudini, radici fondate nelle istituzioni o nelle consuetudini
  156. che|uso
  157. crescere
  158. uscire
  159. non [po] poche
  160. per fare il contra
  161. onesta
  162. affine
  163. qualun
  164. col testo delle gride, chi
  165. dei birri
  166. sapeva
  167. il potere illegale non gli bastasse
  168. a costoro di morire
  169. stato di guerra
  170. soggetti
  171. trista
  172. a tutti la con
  173. In ogni caso
  174. e spinto poi
  175. di tutta la società
  176. Alcuni di questi corpi. I nobili si trovavano già costituiti in corpo
  177. quindi a manifestarsi in
  178. appartenersi da formar
  179. che chiamava pure libertà
  180. egli a lui|si
  181. sensuali
  182. troncare ogni questione
  183. certamente piú
  184. al di sopra
  185. contendere|pretendere|sostenere|difendersi
  186. difendere principj, i quali
  187. le quali ora sembra che non possano essere sostenibili|non potrebbe credersi da nessuno
  188. con un mediocre
  189. Non basta spiegare questo fenomeno questa triviale e leggiera risposta che erano idee del tempo, [che i migliori] alle quali i migliori e piú sinceri intelletti pagavano tributo come gli altri. Poiché che mai
  190. pare dovessero
  191. cagioni
  192. azione
  193. non si concepiva come vi si sarebbe potu|sostenere|ad esse senza avere una for
  194. Queste che
  195. che si chiamavano anche
  196. piú
  197. dalla loro diminuzione
  198. togliere
  199. mostrare le vere cagioni
  200. e per sostenere se si può
  201. mostrare
  202. [e che] e che producono oltre
  203. il fine
  204. senza
  205. volentieri
  206. addirizzato
  207. esercitare il ministero
  208. a farsi
  209. la quale pensa|poteva garantire
  210. bastava essere in una
  211. Sic.
  212. voleva per se che del
  213. [col] con quello
  214. la [piú potente|o piú forte] ma in modo però da far chiaramente vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente avverso, [che la neutralità sarebbe stata] che avrebbe voluto essere neutrale: pareva che gli dicesse: ma perché non [siete voi] avete saputo essere il piú forte? Io sarei allora con voi
  215. Ma vi sono nel cuore dell'uomo due benedette disposizioni le quali quando non sieno ben combattute ad ogni momento vanno radicandosi e crescendo, e finiscono [per] a deteriorare anche i caratteri piú felici; [Don Abbondio non era di quel|da essere privilegiato e a rendere piú miserabili quelli che lo sono naturalmente]. Una di queste disposizioni si è di dedurre da un principio disinteressato e riguardevole la ragione della nostra condotta. L'uomo che non è perverso non vuol [credere che] essere conscio a se stesso di operare per motivi di passine, non vuole credere che il mobile (sic) delle sue azioni sia un interesse, una ambizione, una precauzione timida e servile, si fa quindi una teoria colla quale possa esser persuaso ch'egli deve [condursi|portarsi] fare come fa, e dedurre da un principio ragionevole la ragione della sua condotta, e questa è la prima disposizione. L’altra è quella|Ma siccome l’uomo che non è assolutamente perverso [e che non vuole essere|e che non sa essere assolutamente buono] non vuole essere conscio a se stesso di operare per motivi bassi e da non confessarsi, cosí finisce sempre a crearsi una teoria colla quale possa esser persuaso [ch’egli deve ragionare|che è ragionevole facendo] che si deve fare quello ch'egli fa. In forza di questa disposizione, D. Abbondio aveva una dottrina sua propria di prudenza e di probità la quale non era altro che la sua [condotta] pratica ridotta in principio. E siccome anche
  216. V'è poi nell'animo umano un'altra disposizione che ha bisogno assai d'essere consultata ad ogni momento, e D. Abbondio non solo non la combatteva, ma non l'aveva neppure avvertita. Quando l'uomo si è messo bastantemente al coperto dalle offese altrui [gli resta la voglia di] diviene disposto ad attaccare se non altro con biasimo e colle censure. Da queste due disposizioni molto radicate nell'animetta di D. Abbondio, ne risultava ch'egli era un rigido
  217. Sottolineatura in lapis con richiamo di croce.
  218. Egli per sua difesa non perdonava mai al debole [Non potendo] Non avendo la risoluzione né ormai il desiderio puro di appuntar nulla alle azioni
  219. massime se non lasciava parenti vendicativi, [ma in mezzo alla] ma con questa sua severità D. Abbondio non fu mai
  220. lo commoveva
  221. e cercarsi cosí come egli diceva le brighe a contanti. Questo era diceva egli un voler addirizzar le gambe
  222. avevano patito delle
  223. dopo ... terminava
  224. lo spaven
  225. «di», di in lapis.
  226. sua
  227. viver quieto
  228. Poiché come dire a Fermo, io non ...
  229. l'affare era finito e D. Abb.
  230. come supporre
  231. Sottolineatura in lapis con richiamo di croce, e aggiunto aveva
  232. Sottolineatura in lapis con richiamo di croce.
  233. delle angustie d'un galantuomo
  234. sedersi
  235. presto e meglio avvertite
  236. si dipin
  237. sulla sua
  238. Sottolineatura in lapis con richiamo di croce. [non ci sarebbero bisognati] sarebbero bastati anche
  239. farmi cred
  240. cosí
  241. qualche voglia
  242. già lo si saprà d'altra
  243. dire
  244. è piú contrario
  245. piú
  246. quanto
  247. via
  248. vorrei
  249. e [quasi dicendo questo] questo disse con voce piangente
  250. Da qui a sapere è segnata a margine una graffetta in lapis, dinanzi alla quale, sempre in lapis, sono queste parole: «Ces traits du dialogue ne sont ils pas un peu trop directs et trop crus relativemente à ce qui procède immédiatement? Devrait il y avoir des mysteres pour une servante si devouée, si fidèle?... Ne devrais je pas savoir?...»
  251. apersi
  252. che
  253. Zitto Zitto, a che
  254. soperchiat
  255. che cosa farà
  256. can che abbaja
  257. cane che abbaja qu
  258. Ma intanto
  259. [la notte] Dio le manderà qualche buona
  260. si lasci
  261. pose una seggiola al posto alla mensa del curato
  262. si pose a tavola...
  263. ripetendo se ne andò a letto|combattendo colla intenzione di|e soprappensieri
  264. con una folla di pensieri
  265. ai fatti suoi