Discorso sulla Poesia Pastorale

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Alexander Pope 1709 1767 Emidio De' Vincenzi Indice:Alexander Pope - Pastorals - en it fr.djvu Orazioni letteratura Discorso sulla Poesia Pastorale Intestazione 10 gennaio 2019 100% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Le Pastorali con un Discorso su la Buccolica

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Discorso sulla Poesia Pastorale.


Il mio piacer di poi è d'ogni lite
Scevro e pensier menar sicura e dolce
Bench'ingloria la vita; una Capanna
Press'un fonte argentin; un'ampia valle
Che tortuosa giri; un'alta selva.



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Rura mihi & rigui placeant in montibus amnes;
Flumina amem sylvasque inglorius . . . . .



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DISCORSO

SULLA

POESIA PASTORALE


N
On avvi, cred’io, di veruna sorta di versi quantità maggiore di que’ che chiamansi Pastorali; nè ve n’ha minore, all’incontro di que’, che sian tali veramente. Sembra dunque ben necessario, che si dia alcuna ragione di questo gener di Poema; E la mia idea appunto si è di quì comprendere in brieve carta la sostanza di tutte quelle numerose dissertazioni, che i Critici han formato su tal Suggetto, senza omettere nè men una delle lor regole a prò del mio assunto. Anzi troverete voi qui riconciliati ancora alcuni punti, intorno a’ quali sembrano Essi pugnanti tra loro, e in oltre alcune poche riflessioni, che sono, come io penso, sfuggite alla loro osservazione.

Viene l’origine della Poesia ascritta a quell’età, [p. xxxiii modifica]che fu succedente alla creazione del Mondo. E siccome la cura delle greggi sembra essere stato il primo mestiere dell’uman genere, egli è probabile, che la più antica specie di Poesia fosse la Pastorale. È cosa pur naturale il credere, che bisognando del divertimento all’ozio di quegli antichi Pastori, niun’altro ne fosse sì proprio alla lor vita solitaria, quanto il Cantare; e che nelle Canzoni prendessero Essi occasione di celebrare appunto la loro felicità. Quindi a modello della perfetta Immagine di que’ tempi felici inventossi prima, e si fece poscia migliore un Poema, il quale col dare a noi della stima per le virtù d’un secolo già trasandato, potesse rendercele commendevoli anche al presente. E perchè era la vita de’ Pastori accompagnata da una maggior tranquillità di quella, che mai fosse in alcun’altra occupazion campestre; i Poeti elessero d’introdurre le loro persone in tal poema, da che ricevè il nome di Pastorale.

[p. xxxv modifica]È la pastorale una imitazione dell’azion d’un Pastore. La forma di quest’imitazione è Drammatica, o Narrativa, o pur mista di amendue; La favola semplice; Le maniere nè troppo culte, ne troppo rozze; Comunali ne voglion esser i pensieri, ma che ammettano ancor Essi un po’ di vivacità, e di passione, sebben corta, e passeggiera. Umile l’espressione, ma tanto pura, quanto il linguaggio ne soffre; elegante, non però florida; facile, ma insiememente vivace. In breve la favola, le maniere, i pensieri, l’espressioni voglion esser ripiene della più gran semplicità della natura.

Il vero carattere di tal Poema consiste nella semplicità, brevità, e delicatezza. Le due prime rendono un’Egloga naturale; l’ultima dilettevole.

Se noi vogliamo copiar la natura, sarebbe vantaggioso di tener conto della seguente considerazione; Che la pastorale sia un’immagine di ciò, che chiamasi il Secol d’Oro. Dimodochè non dobbiamo noi descriver i nostri [p. xxxvii modifica]Pastori, come realmente sono oggigiorno. Devon bensì concepirsi nella maniera, in cui erano allora, quando al nome loro veniva annessa una certa nozione di qualità, ed il migliore degli Uomini non ne isdegnava l’impiego. A produrre però più oltre questa rassomiglianza vuolsi far risplendere nel Poema quell’aria di pietà verso gli Dii, che tanto visibilmente appare in tutte le opere dell’antichità. Vi si deve conservare ancora qualche sapore dell’antica maniera di scrivere: Le connessioni ne debbon esser lente; Le narrative, le descrizioni brievi; i periodi concisi. Nè basta, che le sole sentenze sian corte, vuol esser tale anche l’Egloga intera. Perchè non possiamo noi supporre essere stata la Poesia un affare degli antichi Pastori, ma sì bene un lor passatempo all’ore vacanti.

In riguardo poi all’età presente non avvi cosa, che possa più conferire a render queste [p. xxxix modifica]composizioni naturali, questo se delle volte si scopre in esse qualche conoscenza delle faccende campestri. Ma ciò convien, che appaja come prodotto piuttosto del caso, che fatto a bel disegno. Anzi dimostrasi sovente assai meglio per via d’illazione; affinchè non accada, che col tropo affettare di sembrar naturali, venghiamo a distruggere il giocondo. Conciosiachè tutto ciò, che in questa sorta di poesia ci solletica, procede (come osserva Fontanella) non tanto dall’idea della vita rustica in se stessa, quanto da quella della sua tranquillità. Vuolsi dunque usare da noi dell’illusione, per renderla dilettevole; E questa dee consistere in esporre solo il lato migliore della vita d’un Pastore; e celarne all’incontro le miserie. Nè basta introdur Pastori, che la discorran insieme; fa di mestieri ancora, che si abbia riguardo al soggetto del lor discorso di modo che contenga e della particolar bellezza, e sia in ogni Egloga differente. In oltre deesi in ciascuna presentare alla nostra veduta [p. xli modifica]una scena, o sia un prospetto, che abbia ancor esso la varietà sua. Ottiensi questa in sommo grado colle frequenti comparazioni tratte dai più giocondi oggetti della campagna; colle interrogazioni a cose inanimate; con delle belle, ma insiem corte digressioni; Ottiensi sovente con fermarsi un poco sulle circostanze, e finalmente con gli eleganti contorni nelle parole, il che ne rende i numeri ancor estremamente dolci, e piacevoli. Ed in quanto a’ numeri medesimi sebbene siano essi assai propriamente della misura eroica, devon nondimeno essere più dolci, i più facili, i più fluenti che sia possibili.

Or con regole somiglianti a queste uopo è, che noi giudichiamo della Pastorale. E perchè le istruzioni che dansi per un’arte, voglion esser poste nella maniera, in cui abbia essa della perfezione; Quindi è di mestieri, che quelle sien derivate da coloro, ne’ quali è fuor di dubio, che l’arte tal fosse. Dalla pratica dunque di Teocrito, e di Virgilio [p. xliii modifica](i soli indubitati Autori della Pastorale) anno i Critici tratte le precedenti nozioni, che ne sono concernenti.

Teocrito supera ogni altro nella naturalezza, e nella semplicità. I soggetti de’ suoi Idilj sono puramente pastorali; ma non è però il più esatto nelle sue persone, avendo introdotto e de’ Mietitori, e de’ Pescadori parimente, che de’ Pastori. E’ proclive ad esser prolisso nelle descrizioni; del che quella della tazza nella prima pastorale ne è un rimarchevole esemplo. Nelle maniere sembra alquanto difettoso, perciocchè sono i suoi Pastori spesse volte abusivi, ed immodesti, e forse troppo inchinevoli alla rusticità, come ne’ suoi quarto, e quinto Idilj. Ma egli è sua gloria però, che tutti gli altri abbiano apprese da lui le loro eccellenti vaghezze; e che il solo suo dialetto abbia in se tal grazia occulta, a cui niun altro potrebbe mai arrivare.

Virgilio, che copia Teocrito, si ripulisce su [p. xlv modifica]questo suo Originale; E in tutti gli articoli, ne’ quali fa parte principale il giudizio, è egli di molto superiore al suo Maestro. E sebbene alcuni de’ suoi soggetti, non siano pastorali in sestessi, ma sembrino solamente tali; contengon nondimeno una varietà ammirabile, alla quale fu il Greco straniero. Nella regolarità, e brevità lo supera; ed in niuna cosa ne resta inferiore se non se nella semplicità e proprietà dello stile. Del che il primo fu forse difetto del suo secolo; il secondo del suo linguaggio.

Nel novero de’ moderni, coloro hanno incontrato più felice successo, i quali sonosi più sforzati di aver questi antichi per modelli. Quant’avvi di più maraviglioso negl’ingegni, si lascia vedere nel Tasso, e nel nostro Spenser. Tasso nel suo Aminta ha tant’oltre superato ogni altro Scrittor boschereccio; quanto nella Gerusalemme ogni Poeta Epico di sua Nazione. Ma perchè [p. xlvii modifica]quell’opera sembra essere stata in Italia l’origine di una nuova specie di poema, cioè della Commedia Pastorale, non può propriamente considerarsi come una copia degli antichi. Il Calendaro di Spenser, al parer del Sig. Driden, è la più compiuta opera di questo genere, che abbia mai prodotto Nazione dopo il tempo di Virgilio. Ma non è però, che non possa in certi pochi punti riputarsi difettosa. Le sue Egloghe sono delle volte troppo lunghe, se le compariamo alle antiche; E’ sovente un po’ troppo allegorico; e tratta materie di Religione in istil pastorale, come Mantuano fece prima di lui. Ha Egli fatt’uso della misura Lirica, il che è contrario alla pratica degli antichi Poeti. La sua Stanza non è sempre la medesima, nè sempre scelta a dovere. E quest’ultimo può esser la ragione, perchè le sue espressioni sieno spesse volte non concise a bastanza. Imperciocchè il tetrastico lo ha obbligato ad estendere il suo senso alla lunghezza di [p. xlix modifica]quattro linee, che sarebbesi più strettamente confinare nella coppietta, o sia nel distico.

Nelle maniere, ne’ pensieri, e ne’ caratteri si accosta molto a Teocrito; benchè ne sia sicuramente inferiore in quanto al dialetto, non ostante tutta la cura da lui presasi, di emularlo. Il Dorico avea la sua bellezza e proprietà al tempo di Teocrito. Era usato in buona parte della Grecia, ed assai frequente nelle bocche della maggior parte de’ più ragguardevoli personaggi: Quando all’incontro il vecchio Inglese, e le frasi contadinesche di Spenser erano o interamente stantìe, o pur usate dalla sola plebaglia. E siccome avvi del divario tra ’l semplice, e ’l rustico; così l’espressione de’ pensieri semplici vuol essere umile, e piana, ma non già villesca. La giunta da lui fatta di un Calendaro alle sue Egloghe, è cosa invero assai bella; giacchè con esso, oltre di quella moralità generale di innocenza e semplicità, che ha Egli comune cogli altri autori delle boschereccie, [p. li modifica]ne sorge un’altra perculiare a se solo. Paragono l’umana vita alle varie stagioni, e insieme porge a’ suoi leggitori una perspettiva del piccol Mondo, e del grande ne’ suoi vari cangiamenti, ed aspetti. La divisione però troppo scrupolosa delle sue Pastorali in mesi lo ha costretto, o a ripetere la stessa descrizione in altre parole per tre mesi di seguela, o ad ometterla interamente, quando già era espressa nelle precedenti. Quindi conviene, che alcune delle sue Egloghe (come la sesta, l’ottava, la decima per ragion d’esempio) non hanno, de’ titoli in fuora, niun’altra cosa, che le distingua. Ne è pur chiara la ragione. L’anno non ha nel suo seno quella varietà da fornire ogni mese di una descrizion particolare, come ne ha per ogni stagione.

In quanto alle seguenti Egloghe io dirò solo: Che in queste quattro si comprendono tutti que’ soggetti, ritenuti idonei alla Pastorale, [p. liii modifica]da’ critici, e di Teocrito, e di Virgilio: Che hanno esse tanta varietà di descrizioni in rapporto alle stagion differenti, quanta quelle di Spenser: Che per accrescere tal varietà, sonosi osservate le diverse parti della giornata, le occupazioni campali di ciascuna stagione, o parte diurna, le scene silvane, o sieno i luoghi proprj a tali impieghi. Nè si è mancato del riguardo alle varie età dell’uomo, ed alle passioni differenti e proprie di ciascun’età.

Ma alla per fine se hanno esse alcun merito, devesi ciò attribuire a i buoni Autori, le opere de’ quali siccome io ho avuto agio di studiare; così spero non aver lasciata cura di imitare.