Delle notti/Quinta Notte

Quinta Notte

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Edward Young - Delle notti (1745)
Traduzione dall'inglese di Giuseppe Bottoni (1770)
Quinta Notte
Quarta Notte Sesta Notte
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V. NOTTE.

AL DUCA. DI Y O R C K

II Rimedio contro il timor della Morte

ARGOMENTO.



Nulla v 9 è di più efficace- per {scuotere dulV anima il timore della morte, che accostumarsi a mirarla da vicino *- I molti mali della vita guardati dall’uomo, che stabilisce se medesimo coi pensieri all’orlo della tomba, in vece di renderla orribile, la fanno grata l’come quella che da un tumulti* di molestie, d’olori l’e vizj c 9 invita ad un soave y & tranquillo riposo» fflà. per tale effetto bisogna, che la virtù prima dimostri nel vero loro spetto i lusinghe f oli; apparenti beni dell* terra, ed allontani il cuore da quelli.

Yorclc, d’ergersi a t«mia Musa ardisce r
Nè t’offenda, o Signor, l’audacia suaGiusta
riconoscenza ir, che la guida
ÀI suo Benefattor. Benché di verde
Etade, e caro alla volubìi Dea-,
Che ti sorride, a te non sia molestali
mio cantar, che gravi cose insegna
Oh quanto è mai profondamente impressoli
tjimor della morte in serr dell’nomo!
Ascolta il canto mio: questo distingue
Della morte il timor» Felice è quegli 9
Che sprezzando d’un folle instabil mondo
Gli effimeri piaceri, e quei fantasmi, •
Che la luce del ver tolgono all’alma,
Da’ lor s’asconde, e lieto muove il passo
De* cipressi tra l’ombre oscure, e mute*

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Spesso dell’urne in sen Torrida face
Di morte osserva $ degli estinti 1 nome
Legge, dà peso il] a lor polve, è in mezzo
Alle tombe vagar fa suo diletto v; t v
Questo regno sì tetro, ove la morte
Assisi è in mezzo alle mine, all’uomo
Offre uri placido asilo in cui sovente ’
1/ alma spaziar dovrìai, lasciando il corso
Libero al suo pensier- L’aria clae in quesW
KLegnq si beve, è’ salutare al. vero f
Air orgoglio è mortala Con franco piede
V’entri l’anima mia. Ricerchi in esso ~
le consolanti ideé di cai sui globo’
Tanto abb sogna l’uom. Libri tranquilla x
Il vivere, il morire Ardilca in faccia
Mirar la morte, è cori orgoglio altero 1
Sue gramaglie spi ezzando 9 ali’ urna accanto
I>eir alme generose abbia la palma ;fe,
Ah possa al m §n da 1 mali miei trar frutte
E fonte di piacer rcnrferéf il pianto ì •
Sorgi, Lorenzo, andiam, leggiamo insieme
Quel freddo sasso 4 che Narcisi* accoglie* l
Quai nuove leggi di costume intendo!
Quanto dice quel suo muto linguaggio!
Qua! orator di questo sasso a fronte
Può* mai desta* così vivaci affetti
In un tenero cor? Atene, e Roma 1
Vider quai vasto» impero abbia sull’almef
ÌA facondia robusta; epjpur di lei,
Languidi sona i tratti in faccia a* vivi +
À 7 terribili dogmi offerti al ciglio’
Da quel" urna feral • Quai fieri detti
Vibrai! l’arabe note,’ ove scolpito
E> il giorno, in cui la fredda spoglia accolse!
Dimanda a lor se può vantar molti
Bellézza, e gioventù, ciò che diletta 5
Éd alla vita ancor l’uomo sì fida? ? v -;
In quest’urne, cb’io veggio, appena io trovo
Del miQ corporeo vel salina più antica.

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Tutte gridando van: Vieni..* E che mai
V’ha sulla terra a’ miei desiri amico?
Ed a che prò bramar la vita ancora?
Ma qual oggetto il ciglio mio colpisce?
Ecco s 5 apre la tomba, ove Narcisa
Posa, e sortirne maestosa io veggio,
Come dal tempio suo, tutta raggiante
L’augusta Verità. S’avanza. Io sento,
Che l’alma mia già signoreggia, e fuga Di
questa ogni iliusio». Scioglie le nubi
Figlie d’affetti alla ragion nemici.
Ogni ombra si dilegua. Al chiaro lume
Di lei più vasto l’orizzonte io miro,
E l’esser mio di nuove doti adorno. ’
Ciò ch’è invisibil veggio. Io toeco-, io sento
Ciò eh* è lontano, ed il futuro ho in faccia..
Più non soffro del mondo, e de’ suoi vani
Piaceri il dolce inganno. A questi assegna
L’uomo un giusto valor sol quando in braccio
Vive d’un aspro duolo, e i lacci adesso
Scorgo, che in mezzo a’ fiori il vizio accolse.
Or la virtude vagheggiar in* è dato
Nel suo lume maggior. La vita io veggio,
Che se stessa divora, ed i mortali
Veggio cader qnai non più verdi foglie
Di folta selva all’invecchiar dell 1 anno
De’ voti lor gli oggetti assai più vili,
Più vani son di poca arida polve.
Ora sciolto è l’incanto. Alfin comprenda
Di Morte l’detti salutari 5 a cui
Fu quest’alma restia. Risento adessa
Opri stral, che vibrò ne 5 miei più carie
Quanto il cerchio è maggior, che segna il dardo,.
Fa maggior la ferita: e quanto, oh Dio,
Questo dardo è crude)! Chi mai raffreni
11 duol, che mi divora, all’alma oppressa
Renda la pace, e sul mio cor trafitto
Wrsi salubre umor con destra amica?
Ma non potrò sicuro e fermo il ciglio

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Sulla tomba fissar? Perchè ài Morte
Al nome impallidir se fa soltanto ’!
La soverchia viltà di chi lo teme
Terribile il morir? Da noi sì forma
" Tetro fantasma. In minaccioso aspetto
Da noi s’atteggia, ed obbliando il nostre
Chimerico lavoro, anima, e vita
Gli dà nostro timor. A’ piedi suol
Si palpita, si trema, e per le vene
Scorre gelido il sangue in faccia a lui.
Quanto distante è mai dal vero il quadro «,
Che da noi si colora! E quale Apelle
Potè morte ritrar, se di riposo
Un momento non ha? Trèmula ondeggia
La nostra man nel colorir sua tela.
L’idea sormonta il vero, il quadro affjlla
D’ombre cupe ignoranza, e quel si rende
Orrido alla ragion. E dove è morte?
O s’attenia, q passò. Più non esiste
Per chi la soffre. E’ la speranza in noi
1/ ultimo degli affetti: a che turbarci
Con sì funesti auguri? Il colpo ali 1 uomo
Avventa, è ver, ma di dolore è privo.
Il funebre metallo, e le gramaglie,
L’umida oscura fossa, i vermi, e Puma,
Le tenebre profonde, e quei funesti
Spettri, che sorgon tutti allor che il sole
Della vita tramonta, e P uom cadente
Cingono d’ogni intorno, orridi oggetti
Son per chi vive ancor, non per gli estinti»
Vittima Puoni delle follìe, che inventa,
Misero per sua colpa, assai diversa
Pinge la Morte, che natura impresse;
E «e teme una Morte, a mille è in preda.
Lungi lungi da noi quest’ombre vane:
Chiude la tomba adamantina rupe,
Ne spiarvi può dentro occhio mortale.
Ma sia pur Morte spaventoso oggetto,
Qual noi fingiam, e che temer da lei

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L’uoul cadente dovrà? Dovria, se saggio
Fosse i bramarla $ ed un tranquillo asilo
Oalla Morte sperar. Dunque è per l’uoinor
Tanta aniabil Itf vita, e può di questa
Nudrir sostante iflestinguibil sete
Ah se de’ mali suoi la sèrie immensa
Vedesse l’tioni j benché di doppio acciaro 1
Cinto portasse, il cor vittima fora
D’aspro dolor, del viver suo mirando*,
1/ instabile tenor,- mirando i fllt ’
Della stessi virtù, ¥ error del saggioLa
perfidia dell’uom y tanti infortunj
D’altre mille sorgenti i falsi beni
Pria distrutti, che nati, e quel che resta’
Di tot senso pungente- E còme mai
Stringersi sempre più può 7 l’uomo a questa’
Scabra, nudai’, deserta, orrida rocca
Ifriva di beni", e che ogni mal fronteggia?
Faif corotia di questa all’alte cime
Folgori 4 * nembi, e la sua base è foce
Di neto gorgo’ $ ove in profondi giri
De viventi si perde ogni speranza.
Degli affanni, che soffre ogni mortale,
Si taccia par * Ma scorre urf giorno solo,
In cui del vivei* suo l’uom non si lagni,
In cui non vegga il saggio un nuovo aspetto?
Nell’ordine del tutto $ e non apprenda
Nuovi disastri, e men la vita apprezzi?
L’ore perfide a noi tessono inganni
Jn seno all’avvenir. De’ nostri voti
Allor vanno a seconda* e -di piaceri....
Cinte si fan veder. Oh quanto è folle
Chi crede lor! Che l’una all’altra impresta
La frode, il tradimento} ognuna’ a no*;
Premise il ben s lascia la pena, e f u£ge.
L’uomo intanto che fa? Soffre, ma spera*
Credulo sempre, e sempre mai tradito i
D’uno in vrn altro error passa, delira:
Vive sognando, e del futuro ia sete.

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Cosi la vita, a simulare avvezza,
All’occaso ci guida, e de’ suoi mali
Scopre la seri* aflor che a noi s’invola.
Viver sempre? E perchè? Forie per poi
Veder ci ò che si Vide, e ciò che noto
Ci fu, saper? Per odiar forse un giorno
Quel che l’altro s? amò? Per esser sempre*
Vaganti, incerti delle nostre brame*
Nei vortice erudel? "Per render vuoto
Di piacer ciò che.piacque, e trar sollievo*
Da’ mli stessi a oissipar le figlieDi
calma troppo eguai, l’aride noje?
Allor che 1* uomo è nel piacere immerso
Quante volte dal cor chiedersi ascolta t ’
Altro d’egg 9 io goder? Pòvero oli quanto 9
Quanto è breve il diletto t E della vita,
Che svanisce quaf ombra, è piò; veloce Di
vita appena il più bel fior ne coglie
L’uonr, che le corde in lui restano muteAgli
urti del piacer* Ei non risente’
Che un ben riflesso da quegli anni primi
Che quaF prodigo padre ogni dilettoTolsero
a’ di, che pur di lor son figli.
Coiman de* nostri* mali il grave fieso
Le ingiurie dell’etade, e l’uom s’affanna?
Per trar da? giorni suoi sterili ingrati
Qualche diletto an«or. Del tempo il braccio?
Penetra*, invasa, istupidisce, e calma
Osni fibra, ogni senso l’Inertr sono»
Le molle prime, ed al sanguigno umore*
Ogni canal fa siepe, oncle la vita:
Un campo resta infruttuoso, e nudo,
Ove Lingue ogni fior, muore ogni fronda*
Ah felice colui, ciré può* del sommo
Dell’eterno Motor fa fronte augusta»
s Mirar tranquilla, allor che il &agil
Rende alla terra, ed all’intfabil Dea
Tutti i sutfS fregi, e i seducenti inganni!
Tal io la soffro. E’ flileguato il Mondo,

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Che già un tempo godei 5 diverso è quella
Ch" or ini circonda, e nuovi modi adotta.
Mobil corona di straniere genti
Sulla scena veeg’io. -che mi discaccia,
0 m’insulta, se resto, e affatto ignoto
M’è chi mi veggio a lato. In loro il ciglio
Stupido affiso, ed un’egual sorpresa
Leggo ne’ loro sguardi. Oh Dio! Nè questo
De* miei mali è il maggior. Dal tempo io soffro,
Da questo bianco crin ciò che m’uccide...
Quante volte godei del regio sguardo
1 benefici raggi, ed or mi resto
Qual uom, che mai noi vide! Ah sì, si fugga
Lungi dal Mondo infido; assai finora
Mi sedusse il crudel, nè di sue frodi
Altra prova vogl’io... Ma forse io solo
Risento i torti suoi? S* più non godo
Della Reggia il favor, potei gran tempo
L’onor vantarne. Un importuno ardore
D’esser noto, è cagion ch’altri noi vede;
Se de* Grandi il mio duol depongo in seno,
Fiso m’ascolta ognun, gusta i miei detti.
Quasi nettare Ibleo, con dolci modi
Ei mi lusinga, e la novella aurora
Mi promette più lieta. E può un rifiuto
Aver più bello, e più fallace ammanto?
Yorck, non creder già, che il eanto mio
Segni nuovo sentier: meno è di morte
Terribile l’aspetto allor che i pregi
Scemami della vita, ed è di questa
L’uso più grato a chi di lei mtn cura.
Guida fallace ad ingrandir se stesso
Son le cure ambiziose. Ogni diletto
S’avvelena da lor, e il peso in noi
Crescon di povertade. E perchè mai
Di speme, e di timor l’uomo si rende
Giuoco infelice, e in mille brame ondeggia?
Chi de’ desiri suoi l’aspro governo
Soffre, foss’egli il più róbusto atleta,

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In pochi di sarà qnal io rassembro
Un scheletro ambulante, un’ombra informi.
Abbia tutti i tesori, abbia lè gemme,
Che la maremma Eoa colora e nutre,
Se tuttora desia, povero ei resta;
Aer puro, dolci acque, erbe innocenti,
Ridenti colli, fresche valli, ah voi,
Voi sì fugaste l’orgoglioso umore,
Ch 1 ebbro mi rese allo splendor del trono.
In questa di pastori umil capanna
Guidommi il Cielo a ritrovar del core
La pace ch’io perdei. Se il mondo alletta
Qual nave altera, che di bisso e d’oro
Spiega turgide vele, oh quanto è infida
L’onda, che il bagna, e quai nascose rupi
Taglian l’inquieto mar, che a lui ne porta!
Dal lido, ove il fulgor di stella amica
Mi trasse a respirar, qual cupo e tardo
Fremito di marosi, i moti io sento
Dell’agitata plebe; e immerso in alta
Fuiete, di morte il già temuto aspetta
A disgombrar dall’atre tinte imparo,
Qaal pastorel, che alla sua greggia appresso
Preme nocchiuta verga, e allor che trae
Dalla sampogna sua rustiche note *
Spazia vagante il guardo, io sento, io veggio
Del’e umane, ambiziose, ardenti cure
Il cimento feroce. Ardita, e folta *
Schiera vegg’io, che dalle torve luci
Spira stragi, e furor. Le leggi infrante,
Astrea delusa della rabbia estrema
Sono spoglie infelici. Onun qual fiero
Lupo strugge, divora. inganno, ed arte
Alla forza succede. Or giace oppresso
Chi primiero assalì. L’un l’altro incalza,
Rovescia, abbatte, e vincitore, e vinto,
L’un dell’altro è trofeo. Grandeggia in campo
L’irifaticabil Morte, e all’idra orrenda
Il settemplice capo ella recide

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Tante pene a che prò, se del trionfo
È la pompa sì breve; e l’ostro, e Poro,
La gloria degli eroi, de* regi il serto
Augusto sasso ìtl poche note accoglie?
Non è di certo mal. di bene incerto
Una serie la vita? E ignobil creta,
Ch’altra polve riceve, al fasto umano
Non è meta costante? Eppur la folle
Ardita Gioventù, presa d’un vago
Effimero splendor, di mille e mille
Mali va in traccia sull’aprir degli anni.
Questi la rendon saggia, il vel si scioglie
Al crescer dell’età $ ma quando apprende
Qual sia la vita, al comun fato è in braccio.
Se il canto mio delle future genti
Giunga a ferir l’orecchia, a lor sia noto
Un uom, che crebbe, e visse intorno al trono,
Benché in anglico suol vedesse il giorno $
A cui sembrò, che la volubil Dea
Porger forse potria la chioma aurata,
Quando questa a Ini fosse inutil dono,;
Che non ambì sul tramontar desìi anni
Vita novella, o più rideiite il fato,
E che mirò Tinevitabil Morte
Qual fren bastante a così folle impresa»
Sento, che Tuoni cadente esclama, e grida:
Vita tesori ancora j ancor diletti.
Tanto chiede costui? forse ignora,
Che inuti) dono è posseder l’oggetto
Ministro del piacer, «e l’alma e priva
Del primiero uJgor? Che langue, e muore
Ogni piacer, quando il vigor de’ sensi
Incomincia a inerir? Che invan s’affanna
A vibrar l’arco, che natura ha reso
Inabile a ferir? Come più lungi
L’ombra sen va da chi si oppone al raggio
Allor che a Teti in seno il Sol s’asconde,
Cosi crescon le brame in cuor dell’uomo,
Quando la vita a tramontar si appresta.

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O voi, che cinti, di tesori, c <T agi
Morir volete, e qua! furor vi guida?
Miei compagni infelici, aridi avanzi
Di voi medesmì. e misere mine
Di frale umanità y che il passo incerta
Sulla tomBa volgete, e fia, che il monda
Sempre ci vegga in questo suolo infida
Più profonde gettar triste radici.
Stringerne più gran parte allor che in aoì
Più languida è l’età, quai piante annose *
Che già soffrir di cento inverni, e cento
Tutte le ingiurie? E quella man, che rese,
Rigida il tempo,, e scaBra, e ehe tremante
Rende vecchiezza, e l’insaziati! sete
D’afferrar nuovi sogni, altre chimere,
Che fuggono da lei del vuoto in seno,
Sempre da noi si ruoti? Oh quanto *è poco
Ciò che all’uomo aBLisogna,! Un sol moménto
Ei Io possiede, e la natia sua polve
Alla natura, ed alla terra ei rende.
Basti alP uom già canuto in mezzo a mille
Perigliose tempeste i giorni suoi
Aver serhato, e più tranquillo in facci»
Attenda il di fatai. Dovrra l’inquieto».
Mondo fuggir, e in solitaria celiar
Tener nascosa la dolente istoria
Delle perdite sue. Dovria se stessa.
Munir contro la morte, e le speranze.
Tutte fissar d’eternità de m seno..
Sorgi infelice, e tra quelTomhre il passo
Tacito muovi, che fa» cerchio al lido
Donde scioglier tu dei per onde ignote..
1/ alma rendi più Bella, e ricca sia
D’ogni virtude, e con sereno aspetto
Mira il vento, che sorge, e già ti lancia
D’ignota regioa nel giro immense»
Che mai sperar da l’sen*i allor che languì
Di giovinezza il fior? Altri più veri
fih suBlinu diletti entre dell’alma

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Trovare è d*uopo, o negli oggetti eterni
Le potenze occupar. Nel cerchio angusto
Del tempo è spento ogni piacer. Si cerchi
Questo dell’urna oltre il confin! La sola
Speme, che resta in questa valle oscura,
È P applauso comun, del cor la calma.
Quello riscuote il saggio, e questa è figlia
Di rigida virtù. Se d’ambo è privo
L’uom per propria follìa, miseri oh quanto
Restano i giorni suoi! Lieto alla tomba
S’avanza allor che alla virtude è fido:
Desia la morte, e più di lei non teme.
Veste il delitto sol d’orrido ceffo m
La morte, ed ogni reo di ferro, e strali
Cinta la mira, e spaventosa in faccia.
Tu, Narcisa diletta, or sii mia scorta *
Per non temer di morte il fiero aspetto,
Perchè il mio core a disprezzare apprenda
Tutto quel ben, ch’abbandonare io deggio.
E- pria che ali 1 urna questa spoglia inferma
Mandi il bronzo funebre, in me disciolto
Trovi la morte ogni più caro laccio,
Che m’unisce col Mondo, e il ferro atroce
Recida sol de* giorni miei lo stame,
Se tra gli erti dirupi, allor che il nero
Manto spiega la notte, in braccio al sonno
Resta la mia ragion, l’ombra diletta
Coir armi del dolor mi desti, «scuota,
E di morte il mio ciglio afflitto, e stanco
Vegga costante il frettoloso passo. 4 Più
non fa d’uopo ad annientarmi adesso
Erculeo braccio, o barbara vicenda.
Del mio morir il formidabil cenno
Segnò Natura* In suo poter la morte
L’ebbe, ed attende forse un sol istante,
Per renderlo a me noto. Allor che il ciglio
Volga a mirar i tanti giorni, e gli anni,
Ch 1 ia già vidi cader, nè più ritrovo
Tanti mortali, che di me più saggi,

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Più vigorosi, e di più fresca etadc.
Potean sperar quasi nestorea vita;
Stupor mi prende, ch’io pur viva ancora.
Folle, che dissi mai? no, più non vivo,
Finisco di morir. Tutti i miei sensi
Dell’alma i cenni ad eseguire avvezzi
Più non servono a lei. La mia ragione,
Estinguendosi a gradi, al cor mi dice,,
Ch’alia tomba m’affretti, e vuol ch’io speri
Sol poca polve a ricoprir quest’ossa.
Temer dunque dovrei la sorte istessa,
Ch’io soffersi finor? Forse la morte
Strano oggetto è per me? Fin dalle fasce
S’incomincia a morir. Perde la vita, *
Quanto l’uomo n’acquista, e qual vorace
Fiamma strugge se stessa, allor che splende
Nel suo lume maggior. Se già la morte
L’età più Leila, il mio vigor mi tolse,
In questo avanzo un volontario dono
Scevro d’ogni timor prenda costei».
Àrbitro Tvu me il di cui cenno è legge
Alla morte, alla vita; Eterno Sole,
Il di eui raggio dall’informe abisso
A respirar mi trasse aure di vita,
Intendo i detti tuoi. ’Tu mi creasti
Per rendermi felice. Ignota terra
Tu mi chiami a goder. Quanto m’è grato
Un sì tenero invito! A te mi fido,
Di te parlo, te bramo, in te si pasce
La mia mente, il mio cor, l’anima mia,
Tu sei fonte del ver. Tu di virtude
L’origine, ed il centro. Ombre, deliri
Vanta la terra ingannatrice, e sono
Nomi vuoti di senso c vita, c morte.
Troppo di questa vita è P tiomtf amante,
Troppo la morte accusa* Il saggio, amico
Di ragion, di virtù, che sa da quella
Trarre amabili fratti, e a questa in faccia
Nsn conosce timor 7 in giusta lance

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Le pone entra mbe, ed il valor ne assegna*
È per l’alma il mortai velo, «he investe,
Carcere tenebrosa. Ella qual vile
Schiava l’orror ne soffre, e puote appena
Ombra veder di verità. La morte
Sol quel velo distrugge, e rende all’alma
Splendore 9 e libertà. Fuga ogni nube,
Ali le presta a sorvolare al tempio
D’una gloria immortale. Ah si, di lei
È fantastico il dardo, il breve colpo
Non sente l 1 uom 5 ma della vita i mali
Sempre fan guerra alla virtude ancora.
Ma che? dirai, non è crudele, ingrata
Morte all’umanità? Quali trofei,
Quali spoglie non vanta? Ostri, e corone,
Gloria, e valor a’ colpi suoi fa segno.
Fere qual erba vii què’ chiari ingegni,
Che Pallade nudrì, che d’aurea luce
Empiono il inondo, e il vergognoso errore
Sol per colpa di lei la terra ingombra.
Yorck, già’ so, che l’onorata fronte
Piegano saggi 9 regi, eccelsi eroi.
Ma tai nomi orgogliosi a noi son forse
Dati per sempre? E non son forse arredi
Di questa umana fral misera spoglia?
La vita cinge di servili insegne
Quest’anima immortai, d’un Nume eterno
Immagine fedele. A lei la morte
Schiude il sentier, che per le vie del Sole
Là suir Olimpo a trionfar la porta •
Vieni, Morte, deh vien. L- egra sembianza
Questa cadente età, che del tuo cocchio
L’orme precede, il tuo venir m’addita.
Sento sciogliersi i lacci, e in pochi istanti
L’opra si compirà. Già seutte, e oscilla
Il funereo metallo. I pochi amici,
Che mi restano, invita, «la natia
Fralezza lor la tomba mia di pianto
Forse ornerà; ma la ragion più faggi*

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Applaude all’itoli), che muore j in soglio eccelso
Lo mira assiso, e il crin di 1 lauri cinto.
Qual insolita gioja, allor che i Tenti
Preda saran della terrestre «alma,
Ch’or mi circonda! E verrà poi l’istante,
In cui natura, e gli elementi ingordi
Renderla a me dovran lucida e bella.
Qual vita allor! Che bel piacer di tutti
I disastri, i perigli, i folli affetti
Vedersi vincitor! Termine a questi
Pone la Morte, c sol per lei si coglie
Flutto immortai, per lei virtù riceve
Di tanti affanni suoi corona e premio.
Sciolsi flebili accenti al nascer mio r
Per sì miseri giorni. E quando i lenti
Ultimi fiati ad acquistar più lieta
Vita trarrò? L’oscura tomba è fine
D 1 un servaggio crudel: di giorni eterni
È principio la tomba. Allor che avventa
La Morte il dardo alPuom, cade, ma forge
Sciolto da’ ceppi suoi/La fronte altera
Cinta di regio serto erge, e dal cieloAugusto
eittadin trionfa, e vive.