Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro II/Capitolo IX

Capitolo IX

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Libro II - Capitolo VIII Lettera al Conte Roselly de Lurgues
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CAPITOLO NONO.

Cristoforo Colombo, disgustato del mondo, veste pubblicamente l’abito de’ Francescani. — invitato dai Re va alla Corte. — Al suo aspetto la Regina dimentica tutte le accuse a lui fatte. — Partenza dell’infante dona Juana per le Fiandre. — ll lapidario di Burgos. — Arrivo in Ispagna della principessa Margherita. — Suo matrimonio coll’infante don Juan. — Morte del giovane Principe. — Dolore della Regina Isabella. — Partiti presi in favore della Colonia. — Discredito delle Indie nell’opinion pubblica. — Necessità di pigliare i coloni nelle prigioni e nelle galere. — Cristoforo Colombo rifiuta un principato di milledugentocinquanta leghe quadrate con titolo di Duca. — Fonda un maggiorasco. — Oltraggi fattigli da’ suoi nemici nel momento del suo imbarco per la sua terza spedizione.


§ I.


Entrando nella baia di Cadice, Colombo vide tre navi con bandiera di partenza: erano cariche di viveri e di munizioni da guerra, pronte a salpare per Hispaniola sotto il comando del suo antico piloto, Pier Alonzo Nino, il quale consegnò incontanente all’ammiraglio i dispacci a lui diretti. Dopo che li ebbe letti, Colombo credette di dover modificare alquanto le istruzioni lasciate a suo fratello don Bartolomeo.

La flottiglia mise alla vela, e l’ammiraglio si occupò della sorte dei malati, e dei poveri che riconduceva. Le cure paterne, con cui non aveva cessato di trattarli durante il tragitto, avevano, aperto gli occhi di que’ poveretti: si erano imbarcati preoccupati contro di lui; arrivavano, non meno penetrati di riconoscenza per la sua bontà, di quello che ìndegnati delle offese fatte dal commissario Aguado al vice-re delle Indie.

Colombo non partì immediatamente per la Corte, come fu detto da Herrera. Avendo l’ammiraglio informato i Re del suo arrivo, dovette aspettare i lor ordini. Solo un mese dopo gli scrissero da Almazan, con messaggio del 12 luglio 1496.

Aguado aveva avuto tutto l’agio di comunicare all’Ordina tore generale della marina l’enorme processo da lui portato [p. 415 modifica]da Hispaniola, aggiungendo di viva voce i suoi commentari. Pare che i turpi raggiri non cadessero infruttuosi. Ascoltate ch’ebbe le lamentanze del padre Boil e di Pedro Margarit, la Regina aveva potuto altresì raccogliere le ostili testimonianze del commendatore Arroyo, del commendatore Gallego, di Rodrigo Abarca, di Micer Girao e di Pedro Navarro, tutti servi della Casa Reale, a cui per conseguenza ella prestava fiducia.

Nel mese che corse fra l’arrivo di Colombo e la risposta de’ Monarchi, la storia ha come dimenticato l’ammiraglio. È noto solamento, che, disgustato degli inganni e delle debolezze della Corte, non facendo più capitale che di Dio, egli avrebbe sin d’allora voluto separarsi dal mondo. Non curando l’opinione, si era lasciato crescere la barba, e portava esteriormente il cinto di corda sopra la veste di San Francesco alquanto raccorciata. Noi non siamo alieni dal credere ch’egli abbia carezzato il pensiero di seguire alla Rabida il suo venerabile amico padre Juan Perez de Marchena, il qual appunto allora tornava a chiudersi nel suo chiostro.

Da quel punto cessa ogni notizia intorno quel povero frate, nobile protettore di Colombo. Dopo di aver indovinato il Nuovo Mondo, e la missione del suo Rivelatore, e cooperato colle sue istanze alla grande scoperta; dopo aver avuta la consolazione di contemplare le maraviglie del Creatore in quelle nuove regioni, di offerirvi, prima d’ogni altro, il Santo Sacrifizio, di assistere agli ammirabili spettacoli della natura, egli rientrava nella monotona calma del monastero, dimenticato dagli uomini, ma veduto da Dio, che servì fedelmente sino al suo ultimo giorno. Gli archivi del convento della Rabida, che racchiudevano importanti particolarità. su Colombo, e sul padre guardiano Juan Perez, andarono sventuratamente distrutti nelle guerre dell’impero. È noto solamente, che, al tempo del processo degli eredi di Colombo contra il fiscale, già da più anni il Padre Juan Perez de Marchena aveva preceduto il suo amico nell’eternità.

Alcuni scrittori, inetti a comprendere il carattere eminentemente cristiano di Colombo, non hanno potuto rendersi ragione dell’abito religioso che vestiva l’ammiraglio reduce dal suo [p. 416 modifica]condo viaggio. Washington Irving suppone che si mostrò così vestito per adempiere un qualche voto fatto nel pericolo. Ma, primieramente egli non soggiacque: a tempesta nel ritorno: ebbe venti contrari perchè soffiavano verso le Antille, ma regolari, alternati da calme: quella supposizione è contraria ai fatti: il racconto di Oviedo non permette dubbio sulla cagione dell’abito che prese: dice che fu per disgusto del mondo, per la pena che risentì dell’ingiustizie commesse contro di lui.

Nella sua storia delle Indie, Las Casas dice di aver veduto a Siviglia l’ammiraglio vestito quasi come un francescano. ll curato de Los Palacios riferisce di aver ricevuto in sua casa a que’ giorni l’ammiraglio, che aveva il cordone di San Francesco ed un abito, che, per forma e colore, ricordava quello dei Religiosi dell’Osservanza. Alessandro Humboldt dice che si mostrava nelle contrade di Siviglia in abito di religiosi di San Francesco per divozione.

Intanto giungeva lettera de’ Sovrani, che si congratulavano coll’ammiraglio pel suo felice viaggio, e lo invitavano a venire appena si fosse riposato delle sue fatiche. Quel messaggio era tutto quanto concepito in termini benevoli ed onorevoli. Colombo andò tosto a Burgos, ove si trovava la Corte. Cammin facendo, affine di combattere le preoccupazioni che i disertori della colonia ispiravano contro la scoperta, mostrava le rarità che seco recava, maschere d’oro, granelli d’Oro, e gli Indiani che lo accompagnavano: il parente di Caonabo portava al collo una catena d’oro del peso di seicento Castigliani.

Per quanto fossero gravi le accuse avventate all’ammiraglio, appena comparve, la Regina le dimenticò, nè sentì altro più che la simpatia e la riverenza ispiratele da quell’inviato della Provvidenza. Col suo solo aspetto, egli confutava i suoi nemici. Non si pensò più allora alle dinunzie del padre Boil, di quelle di Pedro Margarit, e neppure alle informazioni del commissario reale Juan Aguado.

Colombo espose nella sua verità lo stato della colonia. Isabella seppe allora da qual dura legge egli era stato costretto a ricorrere a que’ partiti di salvezza che l’egoismo e la vanità notavano di rigore crudele. L’ammiraglio narrò ai Sovrani le sue [p. 417 modifica]scoperte dell’arcipelago de’ Caraibi, di Cuba, della Giamaica: parlò delle miniere di Cibao e di quelle d’Hayna: mise in mostra maschere d’oro, cinture ornate d’oro, borse piene di grani d’oro, granelli grossi come fave, ed altri ancora come noci, che provenivano dalle miniere scoperte al momento della sua partenza: offerse loro altresì oggetti sconosciuti in Europa, pietre sacre, figurine, armi, istrumenti, animali, piante, uccelli, produzioni ed oggetti che riescirono graditissimi alla Regina, mentre Ferdinando molto più apprezzava l’oro: ringraziarono Colombo, lo colmarono di cortesie e lo trattarono pubblicamente con ogni possibile dimostrazione d’onore a mortificazione de’ suoi nemici.

Se non fosse nota la rettitudine della Regina, nel cui cuore non poteva entrare il menomo pensiere di dissimulazione, ci avremmo una prova innegabile della sua sincerità nella lettera piena di degnazione regia e di materna gratitudine che scriveva all’ammiraglio il 18 agosto, dal porto di Laredo, per ringraziarlo del suo parere sulla strada che doveva tenere la flotta che portava in Fiandra l’Infante donna Juana, fidanzata all’arciduca Filippo d’Austria. Mal si potrebbero trovare in un carteggio ufficiale espressioni più lusinghiere, meno studiate, meglio sentite. Ringraziandolo doppiamente, e per la saviezza del suo consiglio, sempre di sì gran peso, e per l’ingegnosa delicatezza ed opportunità della sua sollecitudine, Isabella riconosceva, anche in quella circostanza, ch’egli avea sempre mostrato zelo e affezione; e lo pregava di credere che riceveva una tale testimonianza come d’intimissimo e lealissimo servidore.

Dopo ch’ebbe assistito all’imbarco della figlia, la Regina non poteva risolversi a separarsi da lei; quindi rimase due giorni e due notti a bordo della nave ammiraglia: le aveva composto un corteo scelto nel fiore della nobiltà dei due regni di Castiglia e di Aragona. La flotta composta di cento trenta vele sotto gli ordini del grande ammiraglio di Castiglia, don Federico Enriquez, portava un esercito di ventimila uomini: il 22 agosto mise alla vela con buon vento, e quando scomparve, la Regina, assai mesta ritornò a Burgos ad occuparsi di altri apparecchi per ricevere la principessa Margherita, figlia dell’imperatore [p. 418 modifica]Massimiliano, la quale aveva allora sposato il Principe reale, l’infante don Giovanni: quella flotta magnifica doveva condurla al suo ritorno: si fecero in anticipazione splendidi apparecchi.


§ II.


In mezzo a tante preoccupazioni materne Colombo non poteva, senza incorrere nella taccia di grave importunità, stringere la Regina a comandare immediatamente un terzo viaggio di scoperte: egli era costretto, come già nella sua prima spedizione, di aspettare in silenzio, e frenare di nuovo la sua legittima impazienza. Durante l’inazione forzata della dimora a Burgos, l’ammiraglio non pote mancare di trovarsi in relazione prontamente intima con una persona di quella città, già diventato suo corrispondente per invito d’Isabella, prima del suo ritorno dalla Spagnuola; ma che non conosceva altro che di fama.

Questo personaggio che la Regina invitava a corte, e che il gran cardinale di Spagna onorava del titolo di amico, era un’ mercante di gioie, che aveva banco in diverse parti, e il suo negozio centrale a Burgos; si chiamava Jaime Ferrer. Le sue illustri relazioni in molti paesi, le sue facili entrature per tutto, la sua modestia mista di sicuranza, il suo modo di trattar le persone e gli affari, provano, che, oltre al suo merito personale, era di civil condizione, e traeva lustro dal parentado col Suo omonimo Jaime Ferrer, chiaro cosmografo. Oltrechè questo mercante di gioie era il più onesto ed accorto dell’arte sua, raccomandavasi anche qual viaggiatore, poliglotto, matematico, astronomo, metallurgista, erudito, filosofo, poeta, e, quasi direi teologo; possiam anche aggiungere libero pensatore, ma nel significato cattolico della parola.

Jaime Ferrer, messo a torto in dimenticanza dagli storici di Colombo, presentava in se una delle più notevoli individualità contemporanee della Spagna. Andando Spesso pe’ suoi affari a Genova, a Venezia, in Levante, in Egitto, in Palestina, in Siria, frequentando i gran mercati del Cairo, di Damasco, di Aleppo e di Bagdad, trafficando coi mercatanti arabi venuti in carovana dalla Persia, o dal Korassan, e con altri, giungenti dal mare [p. 419 modifica]delle Indie passando per la Mecca; egli aveva acquistato, intorno il continente asiatico, nozioni più chiare e più estese delle possedute dal resto de’ geografi; sapeva, per esempio, che in quel tempo alle Indie, ove non era peranco penetrato alcun missionario, esistevano cristiani, derivati da quelli che vi erano stati evangelizzati da san Tomaso millequattrocentosessantadue anni prima, e che colà si trovava conservato il corpo del glorioso apostolo. Quantunque andasse in cerca di gemme, il nobile gioielliere non metteva le sue speranze ne’ preziosi scrigni, e neppure ne’ cofani pieni di zecchini: non si ristringeva alla parte puramente teorica delle scienze: le sue affinità spirituali, e la sua passione per la lingua italiana lo avevano reso interprete del pensiero religioso di Dante: nelle opere dell’esule Fiorentino, aveva raccolti gl’insegnamenti cattolici velati sotto le figure o le allegorie del poeta, e compostane un’opera con questo titolo — Sentenze cattoliche del divino poeta Dante.

Jaime Ferrer aveva frequentato musulmani, ebrei, scismatici greci, Persiani semi-idolatri, Tartari, Etiopi, Indiani, ed aveva compresa l’incredibile superiorità del Cattolicismo su tutti gli insegnamenti dell’uomo: aveva studiato il globo per quanto comportavano le comunicazioni e gl’insegnamenti di quel tempo. Per verità, il gioielliere di Burgos er’anticipatamente della scuola di Bossuet, di De-Maistre, di Ventura: delle pagine che di lui ci rimangono terrebbonsi onorati questi nomi illustri. Un’altezza di spirito proporzionata a sì gran varietà di cognizioni non poteva passare inavvertita. L’episcopato di Spagna aveva in grande stima questo gioielliere, che il cancelliere di Castiglia onorava della sua amicizia, e in cui tutti i cosmografi riconoscevano un maestro. Le conoscenze tecniche di Jaime Ferrer gli permettevano di apprezzare meglio d’ogni altro la sublimità di Colombo, e di riconoscere il suo destino provvidenziale. Sapendo l’imperfezione della nautica, le incertezze della geografia, l’impotenza del compasso, egli andava conscio che la scienza scarsi sussidii avea potuto prestare alle imprese di lui, e perciò qualificava la scoperta cosa piuttosto divina che umana. «Mas divina que humana peregrinacion.» Nondimeno la riservatezza della sua modestia lo avrebbe forse sempre impedito di entrare [p. 420 modifica]in relazion personale col vice-re delle Indie, se l’ingegnosa Isabella non gliene avesse graziosamente dato l’ordine, sotto le apparenze di un desiderio: avendo riconosciuto il parentado di quelle due intelligenze, piacquesi di servir loro di legame.

Il lettore ricorderà che al tempo delle pretese del Portogallo contro la linea di demarcazione papale, il gran cardinale di Spagna aveva stimolato il gioielliere, Jaime Ferrer di andare a Barcellona colle sue carte, e cogli strumenti di matematica. Più di un anno dopo, nonostante il trattato di Tordesillas, non essendo terminata la contesa, il gioielliere scrisse, il 27 gennaio 1495 alla Regina, per comunicarle il suo parere relativamente ai mezzi geografici di comporre la controversia. La Regina rispose da Madrid all’illustre Jaime Ferrer ringraziandolo della sua lettera, ch’ella considerava come un servigio reso allo Stato, e invitandolo di andare alla corte nel seguente maggio.

Nella sua lettera alla Regina, il gioielliere di Burgos aveva detto, parlando di Cristoforo Colombo: «Io credo che ne’ suoi alti e misteriosi disegni, la divina Provvidenza lo elesse suo mandatario per quest’opera, che pare a me non sia altro che una introduzione e un apparecchio alle cose che questa medesima divina Provvidenza si riserva di scoprirci per sua gloria, e per la salute e felicita del mondo.»

Il gioielliere di Burgos ricevette dalla Regina l’accoglienza di cui era degno. Sembra che allora gli sia stata da Isabella conceduta la nobiltà: fu anche onorificamente addetto quale scudiere scalco alla casa del principe reale, don Juan. Quando don Jaime Ferrer ebbe avuto l’onore di sviluppare a viva voce le sue idee alla Regina, Isabella lo consigliò di sottoporle al grande ammiraglio dell’Oceano; e pertanto da Burgos, il 5 agosto 1495, don .Iaime Ferrer prese a scrivergli.

Penetrato di rispetto pel carattere di Cristoforo Colombo, non gl’indirizzò la sua comunicazione ne’ termini ordinari di un carteggio amministrativo, come avrebbe fatto con qualunque altro vice-re delle Indie: scrissegli come al rivelatore del globo, con un sentimento di rispettosa sommissione, e libertà cristiana.

Questa lettera, che c’incresce di non poter riprodurre per [p. 421 modifica]intiero colla sua spontanea grandezza, le sue felici percezioni, ed il suo stile di una biblica semplicità, questa lettera prova un’altra volta, che, dal tempo di Salomone in poi, nulla è nuovo sotto il sole per la comprensione umana, e che di fatto «gli uomini di genio sono sempre contemporanei fra loro. «Ci penseremmo che il gioielliere di Burgos abbia presa la penna dopo aver letto il Discorso sulla storia universale, stato scritto da Bossuet due secoli dopo.

Dopo avere riassunto in poche linee l’incivilimento eroico dei tempi di Saturno e di Ercole, gli effetti delle conquiste di Alessandro il Grande, e di Giulio Cesare, che, introducendo presso i popoli i principii del diritto e della morale sotto la scorta delle aquile romane, senza saperlo, preparava così le vie alla Buona Novella, Jaime Ferrer mostra il Redentore che manda i suoi apostoli ai quattro venti, distribuendo loro il conquiste spirituale del mondo; ricorda i patimenti, le tribolazioni, la fame, la sete, il caldo, il freddo, le persecuzioni che sono destinate a cosiffatti uomini per loro ricompensa, e queste parole della Bontà Suprema a’ Suoi amici — chi vuol venire a me, prenda la sua croce e mi segua.»

ll confidente postumo di Dante confessa al rivelatore del globo che riguarda l’operato da lui, siccome un disegno del Cielo.

«La divina e infallibile Provvidenza, dice, mandò il gran Tomaso da Occidente in Oriente per predicare alle Indie la nostra santa legge cattolica; e voi, signore, mandò dal lato opposto dall’Oriente in Occidente, sicchè giungeste alle parti estreme dell’India superiore, perchè i popoli, che non hanno udito Tomaso, conoscano la Legge della salute, e si adempia il detto del Profeta» la loro parola risuonerà in tutta la terra.» In omnem terram exivit sonus eorum.

«Io non credo ingannarmi dicendo, o signore, che voi adempite un ufficio d’Apostolo, d’Ambasciatore di Dio, mandato dai decreti divini a rivelare il suo santo Nome alle regioni in cui la verità rimane sconosciuta. Non sarebbe stata cosa inferiore alle convenienze, alla dignità ed all’importanza della vostra missione, che un Pontefice, un Cardinale di Roma avesse preso [p. 422 modifica]in quelle contrade parte alle vostre gloriose fatiche. Ma il peso de’ grandi affari rattiene il Pontefice; l’agiatezza della vita, il Cardinale, e gl’impediscono di seguire tal via. Nondimeno è sicurissimo, che, in uno scopo simile al vostro, il Principe della milizia apostolica venne a Roma, e che i suoi cooperatori, anch’essi vasi di elezione, pellegrinarono pel mondo, logorandosi, rifiniti, coi loro calzari rotti, le loro tuniche in cenci, i loro corpi dimagrati dalle privazioni, e dalle fatiche dei viaggi, ne’ quali si cibarono sovente d’un pane di amarezza.»

Don Jaime Ferrer dichiara al rivelatore del globo, doversi anch’egli aspettare patimenti e dure prove, segni di elezione e predilezione celeste.

La sua cattolica sincerità, e la rettitudine della sua intenzione fanno ardito il gioielliere di Burgos fino a dare un pio consiglio all’Ambasciatore di Dio, e a metterlo in guardia contro l’umana debolezza: gli dice, che, dopo queste grandi cose, quando egli ripasserà talvolta nel suo spirito i risultati del suo glorioso ministero, abbia ad inginocchiarsi, come il profeta inclinato sulla sua arpa, e gridare dal profondo del suo cuore «non a noi, o Signore, non a noi, ma al vostro solo nome, date gloria. Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam. Questa coraggiosa raccomandazione di umiltà pare a noi una intera rivelazione dell’anima del gioielliere: chiarisce egregiamente un cristiano ammirabile, che si volge ad un cristiano che ammira.

Continuando la sua lettera, il Ferrer aggiunge: «Signore, è cosa certissima, che, per la loro natura, le cose temporali non sono cattive, nè opposte alle cose spirituali, quando si sa usarne bene, e secondo il fine pel quale Dio le creò.» Partendo da questo principio, consiglia il rivelatore del globo di seguitare le sue scoperte, e lo assicura che torneranno a servigio di Dio, ed a vantaggio di tutta la cristianità.

Solamente dopo queste considerazioni morali, giungendo all’oggetto della sua lettera, il gioielliere di Burgos dice al vice-re delle Indie: «La Regina mi ha ordinato di scrivere alla signoria vostra, ecc.» Il fine di questa lettera non è indegno del suo principio: fa sorpresa nel suo autore una venerazione quasi [p. 423 modifica]religiosa, e com’ei creda parlare ad un santo, ad un apostolo, ad un ministro della Provvidenza.

Da questo frammento epistolare risultano diverse osservazioni, che si vogliono notare:

1.° Il carattere sovrumano della scoperta operata da Cristoforo Colombo è affermato dal più dotto cosmografo, a que’ dì, della Spagna.

2° Tre anni prima della scoperta del Nuovo Continente, e mentre la prima prova di circumnavigazione tentata da Colombo er’ancora ignorata in Castiglia, Jaime Ferrer la considerava come già recata ad effetto.

3.° ll gioielliere di Burgos è il primo laico che abbia dichiarato, come conseguenza naturale di questa impresa, la congiunzione dell’Oriente coll’Occidente, e la diffusione del Vangelo su tutto il globo. Egli fu del pari il primo che riconoscesse la missione fidata al Messaggiero della Salute, di adempiere le profezie risguardanti le nazioni lontane.

Non dimentichiamo, sopratutto, che questo spirito penetrativo, allorquando, dopo il trionfo di Barcellona, Colombo non aveva avuto che onori ed omaggi, gli prometteva già, sotto il velo dell’allusione, prove crudeli; e gli annunziava che avrebbe portata la croce come il nostro Redentore, nello spinoso sentiero de’ patimenti.

Per la giustizia storica del paro, che per l’esattezza della biografia, che abbiam osato delineare, credemmo di dover togliere alla dimenticanza, e presentare ai nostri lettori, questo valentuomo, che gli scrittori di una certa scuola disconobbero, e passarono sotto silenzio. Noi troviamo in lui un testimonio che difende Colombo dalle accuse retrospettive de’ suoi nemici. Inoltre, non v’è alcuno fra’ contemporanei di lui che fosse atto a giudicare meglio il rivelatore del globo, e le sue influenze posteriori. Lo si può dire senza tema di andare ingannati: il padre Juan Perez de Marchena prima della scoperta, Isabella mentre la si faceva, e Jaime Ferrer poscia che fu fatta, furono le tre intelligenze a cui venne dato di comprendere più profondamente il genio, la virtù, e il mandato provvidenziale di Cristoforo Colombo. [p. 424 modifica]

§ III.


Sul cominciare dell’autunno il re Ferdinando ritornò a Burgos senz’avere in pronto nè danaro, nè navi, ne equipaggio per eseguire la convenuta spedizione: per ordine di Isabella sei milioni di maravedis furono destinati all’armamento di Colombo.

Il 20 ottobre il piloto Pier Alonzo Nino, riconducendo da Hispaniola le sue tre caravelle, entrò nel porto di Cadice, andò primieramente a trovare la sua famiglia ad Huelva, contentandosi di scrivere ch’egli era giunto con un carico d’oro. Il re Ferdinando, lietissimo di questa notizia, mutò incontanente la destinazione de’ sei milioni per Colombo, gl’impiegò tosto a fortificare il Rossiglione minacciato dai Francesi, e comandò di levare una somma equivalente per l’ammiraglio sull’oro che avevano portato le caravelle da Hispaniola. Fu solo sul finir del dicembre che Pier Alonzo Nino presentò ai Sovrani i dispacci ond’era incaricato. Allora si ebbe la trista spiegazione della metafora usata dal piloto. Il carico d’oro che indicava la sua relazione, consisteva nel prodotto che si trarrebbe dalla vendita dei trecento prigionieri indiani che aveva a bordo.

Questo disinganno produsse un deplorabile effetto sull’opinion pubblica: somigliava una delusione: il re Ferdinando ne fu vivamente corrucciato: la Regina si mostrò sopra tutto offesa, perchè, non ostante i suoi ordini precedenti intorno al mettere in libertà gli Indiani, se ne fosse spedito in Europa sì gran numero. Tuttavia, mandandoli in Castiglia, l’adelantado non aveva fatto che conformarsi alle istruzioni reali intorno agli Indiani che avevano avuto mano nell’uccisione di Spagnuoli. L’ammiraglio fu attristato per questa spedizione di prigionieri, e particolarmente per le notizie che gli furono date sullo stato della colonia.

Così tutte le calunnie dei complici del padre Boil parevano giustificate. I saggi dell’oro che aveva mostrato l’ammiraglio non erano che un sogno, una frode. Gli uffici della marina a Siviglia si allegravano dell’umiliazione del Genovese. Perciò il [p. 425 modifica]nome di colonia alle Indie era caduto nella più profonda disistima. Gli animi contrari alle cose nuove disapprovarono altamente le scoperte. Alla corte nessuno ristava dal biasimare le colonizzazioni lontane. Si censurava l’ammiraglio anche alla sua presenza. Tutti trovavano da ridire a’ suoi disegni; lo si opprimea di rimproveri, gli si rinfaccìava d’ignorare che i Principi di Castiglia unqua non acquistarono territorii fuor del loro paese. Gli uomini di Stato, i primi finanzieri del Regno pretendevano che i Re non ricaverebbero dall’Indie le spese della scoperta; e che non v’erano da raccogliere che rovina e sciagure da imprese così ardite, confidate, sopra tutto, a gente straniera.

Queste voci dell’opinione giunsero da tutte parti, anche da lungi, agli orecchi dell’ammiraglio. Egli temette che la forza di quelle influenze non disgustasse finalmente i Re dell’impresa, e li facesse rinunziare alla disegnata spedizione: n’espresse la sua inquietudine alla Regina, la quale ferma nella sua fede in Colombo, nel suo desiderio di giovare a crescere la scienza, di glorificare il divin Redentore, di chiamare al Vangelo i popoli idolatri, rispose all’ammiraglio «di non far caso di tali dicerie, perocchè la sua volontà era di continuare l’impresa e di sostenerla ancora se non dovesse fruttare altro che pietre e macigni; ch’ella non temeva le spese, e le continuerebbe, perchè credeva che la nostra Santa Fede si distenderebbe, che i suoi regni si aumenterebbero, e che quelli che mettevano in mala voce l’impresa non erano amici della sua reale corona.»

Ma appunto a que’ giorni il tesoro era esausto, la flotta assente: mancavano le navi, gli equipaggi, le munizioni.

L’arrivo della principessa Margherita rimase lunga pezza incerto. Sapevasi, che, dopo aver patito assai nel tragitto, l’infante dona Juana era sbarcata felicemente il dì 11 settembre a Middelborgo: ma per diversi mesi i venti contrari costrinsero le flotte a star nei porti delle Fiandre. L’influenza del clima, congiunta all’inclemenza della temperatura, generarono diverse malattie. La principessa Margherita aspettava a Malines che fossero dati giù i rigori del verno. Lo stato del mare, e quello degli equipaggi, molto maltrattati dal clima, non permisero alle navi di [p. 426 modifica]riunirsi e partire altro che in febbraio. Durante questo tempo, la tenerezza della Regina era in preda a vive ansie. Colombo rispettava i suoi timori, e aspettava il destro di poter parlare utilmente delle scoperte.

Finalmente, nel marzo avvenne il ritorno della flotta. Il re Ferdinando, accompagnato dall’Infante trasse a incontrare la principessa Margherita, che fu condotta con immensa pompa al palazzo di Burgos. La Regina ve l’aspettava circondata dalla sua nobiltà, e dai deputati de’ regni d’Aragona e di Valenza. Il 4 aprile, domenica di Quasimodo, il principe don Juan e la principessa Margherita ricevettero dalle mani dell’Arcivescovo di Toledo la benedizione nuziale. Alle feste che avevano preceduto il matrimonio, succedettero allegrezze infinite. Per venti giorni continui fu impossibile alla Regina di pensare al Nuovo Mondo; ma da quel punto pose la più seria cura ad apprestare la terza spedizione di scoperte.


§ IV.


Il 23 aprile, Isabella promulgò un’ordinanza per l’acquisto a prezzi correnti di tutti gli oggetti destinati per le Indie; l’ammiraglio ottenne di assoldare per conto della corona trecentotrenta persone esercenti diversi mestieri, che andrebbero a fermare la loro dimora nelle Indie. Nel giorno stesso la Regina comandò al tesoriere delle cose delle Indie di pagar tutti quelli a cui l’ammiraglio o l’adelantado avessero rilasciato un ordine formale. Un altro decreto portava l’esenzione da ogni diritto di entrata sulle mercanzie e munizioni imbarcate per ordine dell’ammiraglio. Il dì stesso, ancora, la Regina ampliò i poteri precedentemente conceduti a Colombo, di scegliere stipendiati, fissando a cinquecento il numero degli arruolamenti. E per dare all’ammiraglio un nuovo segno della sua premura pe’ suoi interessi, Isabella confermò solennemente i privilegi che gli erano stati conferiti nella città di Santa Fè.

Nondimeno, il premio convenuto anticipatamente al tempo della sua prima impresa, non poteva più allora soddisfare la generosità di Isabella. Ella sentiva che le recenti scoperte delle [p. 427 modifica]vaste isole e de’ numerosi arcipelaghi, che tante fatiche, pericoli e servigi inuditi meritavano un segno eccezionale di gratitudine. La Regina offri dunque al vice-re delle Indie, quale appanaggio particolare del suo titolo, il possedimento di un principato, che gli sarebbe costituito nell’isola Spagnuola, nel luogo che additerebbe egli stesso: il qual dominio privato, avrebbe un’estensione di cinquanta leghe di lunghezza sopra venticinque di larghezza; e, come a lui piacesse, lo si erigerebbe in Ducato o in Marchesato.

Questa offerta era, fuor d’ogni dubbio, seducente. Colombo, padre di famiglia, sarebbesi così veduto ricompensato nella sua discendenza. Questo ducato, vero principato, rappresentante una superficie di milledugentocinquanta leghe quadrate, gli avrebbe permesso di fondare una casa potente pel suo secondogenito, mentre il primogenito sarebbe succeduto alle sue cariche e dignità qual grande ammiraglio dell’Oceano e vice-re delle Indie. Ma ben poco valore aveansi pel contemplatore del Verbo le considerazioni umane: l’apostolo la vinceva in lui sul capo di famiglia. Prima che darsi a’ suoi, egli doveva dar sè a tutti. Ora, disegnando fin dal principio delle sue imprese, di scoprire lo spazio intero del globo, di compierne il giro, e di liberare finalmente il Santo Sepolcro, temeva che l’attaccamento naturale ad una così vasta proprietà, che il governo domestico di questo piccolo regno potesse impacciare il suo cuor di padre, ritardare le sue esplorazioni, impedire l’adempimento delle sue fatiche quasi evangeliche, stornarlo forse dall’incessante vigilanza che dedicava agli interessi generali della Colonia; onde con annegazione tutta cristiana ricusò la dotazione reale.

Sinora la maggior parte degli storici aveva ammirato questo disinteresse, che solo basterebbe ad illustrare un grand’uomo; ma il vero motivo del rifiuto di Colombo non era per anco stato raccontato. Questo motivo, ch’egli occultava nel segreto della sua modestia, era interpretato in una maniera puramente mondana. Fu detto che prevedeva l’invidia dei grandi, e temeva che gli ufficiali del fisco l’accusassero di avere scelto il miglior terreno dell’isola, e di sacrificare l’interesse pubblico a’ suoi particolari vantaggi. Queste considerazioni ci sembrano [p. 428 modifica]moltodeboli, e affatto secondarie, se pur non sono puerili, rapporto alla grandezza d’anima dell’ammiraglio: non possiamo ammettere che abbiano potuto far esitare un carattere così superiore ai capricci dell’opinione; sicuramente, esse non avrebbero arrestato nè un cuore ingordo di ricchezze, nè uno spirito abituato, come il suo, a frangere gli ostacoli. La potenza della sua vocazione può sola dar ragione del suo sublime rifiuto.

Continuando a provvedere al governo delle Indie ed allo sviluppo della colonia, la Regina prescrisse, il 6 maggio, di esonerare da ogni imposizione i carichi destinati al Nuovo Mondo che di là venivano spediti, e alla Spagna. Il 9 maggio ordinò ai pagatori generali di rimborsare all’ammiraglio quanto aveva anticipato. L’interesse della Regina per Colombo si appalesava nella sua ordinanza reale del 2 giugno, colla quale ordinava che non fosse consentita licenza od autorizzazione che potesse ledere i diritti e privilegi dell’ammiraglio. Il dì stesso concedettegli diversi favori relativi ai diritti dell’ottavo e del decimo. Il 19 giugno, trasmisegli istruzioni per la buona amministrazione e tutela delle Indie.

Ma queste istruzioni, in cui comprendesi l’idea fondamentale della scoperta, e il pensiero eminentemente cristiano d’Isabella, erano date indarno. L’ammiraglio non aveva nè soldatesche, ne coloni, nè equipaggio che chiedesse di andare nelle Indie. Nonostante l’allettativa della paga reale, e le speranze dell’oro, niuno si presentava per arruolarsi. Un testimonio di veduta ci spiega il motivo di quella unanime ripugnanza: «perchè quelli ch’erano partiti coll’ammiraglio se ne tornavano malati, afiranti, e di sì cattivo colore che parevano più morti che vivi, i paesi delle Indie furono sì fattamente screditati che non si trovava chi vi volesse andare.» Questo testimonio, allora paggio del re Ferdinando, aggiunge schiettamente: «poichè, a dir vero, io ho veduto diversi di quelli che sono tornati in Castiglia, così logori, che credo, che, se il Re m’avesse dato le sue Indie per essere quello che essi erano, io non avrei accettato il cambio.»

In tal estremità, a motivo delle preoccupazioni che i nemici dell’ammiraglio avevano Sparso contra le Indie, fu mestieri [p. 429 modifica]cercare nelle prigioni, e nelle galere i coloni da mandare all’Hispaniola.

I Monarchi pubblicarono un indulto per tutti i sudditi colpevoli, a condizione di servire alla Spagnuola per un certo tempo. Si può giudicare della forza delle preoccupazioni contro quella colonia ricordando che i condannati a morte, se passavano soli due anni nell’isola, erano graziati: un anno di dimora bastava a riscattare da tutte le condanne e pene al di sotto dell’ultimo supplizio: perciò, salvo i casi di eresia, di lesa maestà, d’incendio e di falsa moneta, tutti i frodatori, gli spergiuri, i falsari, i ladri, gli omicidi potevano, andando ad Hispaniola, ritornare in capo a quel tempo pienamente assoluti. Una circolare governativa, diretta agli ufficiali di giustizia, comandava loro di condurre tutti i condannati al bando ed ai lavori forzati, all’assistente di Siviglia, il quale aveva ordine di consegnarli all’ammiraglio appena fosse in pronto per imbarcarsi. Al tempo stesso Isabella ordinò di noleggiar navi a prezzi moderati: concedette all’ammiraglio la facoltà di distribuire tra’ coloni i terreni acconci a formarvi stabilimenti, sotto certe condizioni. Allora fu che la Regina, fatta consapevole delle pretese del padre Boil, di Pedro Margarit e de’ cavalieri Aragonesi, i quali si credevano indipendenti ad Hispaniola, perchè non erano sudditi della Castiglia, fece divieto a chiunque non fosse nato ne’ suoi Stati, di andare alle Indie Occidentali. Pareva cosa giusta, che, essendo stata fatta la scoperta a spese della Castiglia, questa ne raccogliesse i vantaggi, esclusi gli stranieri. Il pubblico attribuì questa determinazione alle influenze dell’ammiraglio.

Isabella confermò la nomina di don Bartolomeo Colombo, come adelantado delle Indie. Nondimeno, essendosi il Re tenuto offeso di questa nomina, che pretendeva essere troppo importante perchè l’ammiraglio avesse potuto farla direttamente, senza chiedere l’approvazione de’ Sovrani, l’ordinanza nominava puramente e semplicemente don Bartolomeo Colombo adelantado delle Indie, in data del 22 luglio, senza mentovare in alcun modo la elezione fatta anteriormente dall’ammiraglio.

Tuttavia, a malgrado delle benevole disposizioni della Regina, [p. 430 modifica]manifestate sin dal luglio 1496, per una nuova impresa di scoperte, correva il settembre 1497, e gli uffici della marina a Siviglia non avevano per anco assicurati i mezzi della spedizione. Colombo aveva passato un anno intero ad aspettare, a sollecitare il pagamento dovuto a quegli uomini, la maggior parte de’ quali lo avevano calunniato e tradito, ma che compiangeva e proteggeva perchè avevano sofferto. Le più vive afflizioni dell’ammiraglio non provenivano da tali ritardi: si affliggeva sopra tutto dello stato in cui era lasciata la colonia, sprovveduta perfino dell’indispensabile, e che prevedeva caduta in uno stato peggiore di quanto raccontavasi; la qual cosa era verissima.

In breve una pubblica sciagura venne a sospendere di bel nuovo gli apparecchi della partenza.

ll principe reale, l’infante don Juan, erede presuntivo delle due corone di Castiglia e di Aragona, accompagnato dalla principessa Margarita, giunse a Salamanca, e la città lo accolse con entusiasmo, segnalandosi con feste magnifiche: ma il quarto giorno, l’Infante fu preso da una febbre lenta, sintomo di un morbo, la cui causa occulta rendette vana tutta la scienza medica. Le sue forze andarono scemando rapidamente. Il 4 ottobre il giovane Principe spirò, mostrando un coraggio eroico: il re Ferdinando non potè giungere a lui che all’ora della sua agonia; e siccome a que’ giorni la Regina era assente e tutta intesa alle nozze della sua primogenita dona Isabella, che a forza di istanze ell’aveva indotta a sposare il re di Portogallo, cosi fu a lei tenuto occulto il fatale avvenimento. Il dolore dei due regni fu profondo e sincero. Grandi e piccoli vestirono a lutto quaranta giorni. La Spagna sentiva, come una sola famiglia, che perdeva un principe perfetto. In tale occasione i popoli, per l’ultima volta vestirono saio bianco secondo l’antica usanza.

ll domenicano don Diego de Deza, primo difensore di Colombo dinanzi alla giunta dei dotti, antico precettore di don Juan, occupava allora la sede episcopale di Salamanca. Diventato amico, e rimasto padre spirituale del suo reale allievo, egli non si allontanò dal suo capezzale, e assistè a’ suoi ultimi [p. 431 modifica]istanti. L’Infante fu sepolto primieramente. nella cattedrale di Salamanca, ma Diego de Deza si era affezionato al suo allievo con tenerezza paterna: egli aveva stillate le sue virtù e la sua scienza nel figlio della grande Isabella, e careggiava il Principe qual figlio delle sue cure, delle sue veglie, avendo messo in lui le sue compiacenze, e la sua predilezione: la sua afflizione fu tale che non poteva trattenersi pubblicamente dal piangere, e la copia delle lagrime lo impediva di leggere il messale, e di celebrare la messa: non potè risolversi ad ufficiare nella chiesa nelle cui tombe riposavano le reliquie dell’amato alunno; venne trasferito al vescovado di Palencia.

Rispetto alla Regina, è noto come quel colpo le fosse funesto: da quel giorno comincio la sua salute a declinare, quella salute cui nulla dianzi aveva potuto alterare, nè le fatiche della guerra, nè i lavori di gabinetto, nè le veglie della corte. Ma Isabella seppe vincere il suo dolore per non trascurare gl’interessi de’ suoi popoli.

Nondimeno, soffrendo la pena e le amarezze che opprimevano il cuore della Sovrana adorata, Cristoforo Colombo ebbe il coraggio di starsene silenzioso sino al 23 dicembre. Vedendo l’ammiraglio l’impossibilità di vincere la resistenza passiva degli uffici di Siviglia, a dir de’ quali non si potevano vettovagliar le navi a motivo dei prezzi eccessivi che dimandavano i mercanti, e della poca sollecitudine che mostravano a incaricarsi delle somministrazioni, egli si fece autorizzare, d’accordo con Fonseca, a fermare il prezzo delle provvigioni e munizioni destinate per le Indie; e, mancando gli approvigionatori, a provvedervi esso medesimo.

Così, dopo diciotto mesi di pazienza, il grande ammiraglio dell’Oceano, il vice-re delle Indie fu ridotto a correre in persona le botteghe per acquistare fagioli, fave, riso, vino, porco salato, piselli, olio, e via via. Questo da fare strano, e questa fatica che il suo zelo pel servigio di Dio e de’ Re gli avevano fatto accettare, non furono il minore de’ suoi sacrifizi: ricordava lungo tempo dopo il prezzo a cui aveva ottenuto di vettovagliare le sue navi. Per ben due volte nel medesimo rapporto accenna con qual pena conseguisse le provvigioni di [p. 432 modifica]grani, vino e carne. Uno storiografo regio parla anch’esso di queste noie inesprimibili: nondimeno, a malgrado de’ suoi sforzi, non potè col danaro ricevuto armar altro che due caravelle. Il suo presentimento della penuria in cui languivano i coloni d’Hispaniola lo recò a spedirle colà incontanente, sotto la condotta del capitano Pedro Fernandez Coronel, il quale partì sul principiare del febbraio 1498.

Dando un nuovo pegno di attaccamento all’ammiraglio, la Regina prese nella sua casa i suoi due figli in qualità di paggi.

Pare che anche allora Isabella insistesse di nuovo perche Colombo accettasse in appanaggio quel piccolo regno di milledugentocinquanta leghe quadrate, che gli era stato offerto nell’isola Spagnuola. Cristoforo Colombo perseverò nel generoso rifiuto. Tuttavia questa bontà della Regina gli suggerì di disporre per l’avvenire dell’impiego delle rendite e prodotti assicurati alla sua discendenza, per diritto di primogenitura, dalle sue convenzioni colla corona di Castiglia.


§ V.


Allora, col consenso della sua nobile protettrice, l’ammiraglio risolvette di fondare un maggiorasco, che perpetuasse nella sua prosapia la memoria della sua scoperta e il prodotto delle sue fatiche. Perciò, i1 22 febbraio 1498, Cristoforo Colombo fece per atto autentico la sua istituzione di maggiorasco. Senza entrare ne’ particolari di questo curioso documento, toccheremo solo di alcune stipulazioni, che dipingono al naturale il carattere, la vita intima, e la fede del grand’Uomo.

Primieramente questa istituzione di maggiorasco, capitalizzazione del frutto della sua costanza e delle sue fatiche, è fatta sotto l’invocazione della Santissima Trinità.

«Perocchè, dice, fu Dessa che mi suscitò nello spirito l’idea, e la rendette poi perfettamente chiara, che si poteva giungere dalla Spagna alle Indie per la via di Occidente.»

Indi, ricorda, che fu per la grazia di nostro Signore Onnipotente, che, nell’anno 1492, scoprì la terra delle Indie, e numerose isole; che, perciò, nostro Signore gli concedette questo [p. 433 modifica]trionfo sull’errore e sull’incredulità: indi esprime sicura speranza che in breve i diritti che gli sono stati concessi su quelle isole e terra-ferma frutteranno ragguardevoli prodotti: epperciò fonda un maggiorasco.

Ma questo maggiorasco, questo atto solenne e testamentario, i cui effetti saranno il compimento della sua gloria e la ricompensa durevole delle sue fatiche nella persona de’ suoi figli, prima di fondarlo, di porne le condizioni e i carichi, anzi prima di enunziarlo, ei lo colloca, qual è ancora nel suo pensiero, sotto la protezione personale del Capo della Chiesa. Siccome ha lavorato per la gloria di Gesù Cristo, e preparato un grande accrescimento alla Cristianità, così affida il rispetto dei diritti che crea, e l’integrità della sua fondazione alla vigilanza ed all’autorità del Sommo Pontefice; avvegnacchè quel maggiorasco è istituito «pel servigio di Dio Onnipotente.»

L’istituzione di un maggiorasco non è sovente che la consacrazione dell’orgoglio, e delle compiacenze paterne per una vanitosa posterità: qui l’umiltà cristiana e il sincero attaccamento alla Chiesa traboccano per tutto.

Colombo istituisce erede il suo primogenito, don Diego; e dopo di lui il primogenito de’suoi figli, dovendo la sua successione trasmettersi per diritto di primogenitura: impone a’ suoi eredi di non firmarsi che col semplice titolo di ammiraglio, senza notare alcun’altra dignità. Il possessore del maggiorasco dovrà firmare colla formula dello stesso Colombo. Ora, questa formola, composta d’iniziali, era una preghiera: perocchè, sempre alla presenza di Dio, principiando a scrivere faceva una Croce, e firmando, esprimeva una preghiera sotto forma di sottoscrizione. Ecco come egli si firmava. S. S. A. S. X. M. J. Xpo Ferens; le quali iniziali significavano: Servus Supplex Altissimi Salvatoris. = Christus, Maria, Joseph. = Christo Ferens.

Egli obbliga il possessore del maggiorasco, «in commemorazione del Dio eterno e onnipotente,» a pagare ai poveri la decima delle sue entrate. Fra questi poveri, l’erede dovrà comprendere primieramente, e di preferenza, le persone necessitose della famiglia dell’ammiraglio. In quell’atto solenne, Colombo [p. 434 modifica]non arrossiva della povertà de’ suoi parenti, egli, che scriveva «io non sono il primo ammiraglio della mia famiglia,» e paragonava ai favori conseguiti da David, le grazie che Dio gli aveva concedute.»

Dopo queste disposizioni, Colombo giunge al pio argomento della sua sollecitudine, supremo termine della sua ambizione sulla terra, il riscatto del Santo Sepolcro.

Afferma il dovere che qualsivoglia uomo ha di servir Dio, sia colla persona, sia col patrimonio: ricorda che allorquando studiava il modo di andare alla scoperta delle Indie, aveva l’intenzione di supplicare i Re d’impiegare tutti i proventi delle Indie per intraprendere il conquisto di Gerusalemmne: per conseguenza l’erede del maggiorasco avrà cura di mettere insieme assai danaro, affine di andare coi Re a fare il conquisto di Gerusalemme; e rifiutandovisi i Re, di andarvi solo, accompagnato da quanti più armati potrà raccogliere. Raccomanda, finalmente, di accrescere il tesoro destinato a queste spese, di porre le annuali economie sulla banca di San Giorgio a Genova; e spera che le loro Altezze, vedendo tentare questa impresa, vorranno aiutarlo a compierla.

Francati dal giogo ottomano i Luoghi Santi, Colombo applica l’animo ad assicurare l’indipendenza temporale della Santa Fede contro ogni eventualità: e quasi antivedesse il protestantismo, presso ad irrompere da un chiostro alemanno, pensa a guarentire il Sommo Pontefice contro i suoi attacchi, e perfino contro la perdita del suo trono. L’espressione non lascia dubbio sul pensare del servo di Dio.

«Item, ordino al detto don Diego, o a colui che possederà il detto maggiorasco, nel caso in cui, a cagione de’ nostri peccati, nascesse uno scisma nella Chiesa di Dio, e per violenza persone di qualsivoglia grado e nazione, intraprendessero di spogliarla de’ suoi privilegi e de’ suoi beni, che incontanente, sotto pena d’essere diseredato, egli vada appiè del Santo Padre ad offrirgli la sua persona, i suoi averi, le sue armi, per soffocare un tale scisma, ed impedire che la Chiesa sia spogliata de’ suoi onori e delle sue possessioni.»

A ben considerare questa sollecitudine per l’esistenza [p. 435 modifica]temporale della Santa Sede, si direbbe che il rivelatore del globo antivedesse l’eresia che doveva sbucare dal convento degli Agostiniani di Vittemberg, e il terribile scuotimento pel quale dovevano distaccarsi dall’unità spirituale la maggior parte degli Stati dell’Alemagna, il Brandeborgo, la Sassonia, il Meclenburgo, la Pomerania, il Vurtemberg, la maggior parte della Svizzera, la Prussia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, l’Inghilterra, la Scozia. Questa immensa defezione poteva far temere che lo scisma si avesse a stabilire anche a Roma, ove di fatto tentò di introdursi. In tale occorrenza il maggiorasco sarebbe stato di un potente soccorso, perocchè doveva ammontare annualmente ad oltre venticinque milioni di maravedis: sette milioni circa di franchi.

L’ammiraglio vuole altresì che il suo erede costituisca nella magnifica pianura reale, la Vega Real d’Hispaniola, una chiesa in onore dell’Immacolata Concezione della Vergine, sotto il nome di Santa Maria della Concezione; ch’edifichi uno spedale, pigliando per ordinarlo l’esempio de’ meglio ordinati: gli comanda, altresì, di fondare nella medesima isola una facoltà di teologia, composta di quattro cattedre, specialmente destinate all’istruzione di coloro che si dedicheranno alla conversione degli Indiani: obbliga il suo erede, quando le rendite del maggiorasco si saranno accresciute, di aumentare il numero delle cattedre e le sovvenzioni agli operai evangelici delle Indie.

In questo testamento splende l’anima di Colombo. Da tutte le sue disposizioni si vede che vuole conseguire dopo morte l’attuazione delle sue idee, dal fondo della sua tomba aggiugnendo lo scopo della sua vita, scopo sì grande a’ suoi occhi, che le sue scoperte non n’erano che il mezzo e la preparazione:

Così:

Pagar le decime a Dio ne’ suoi poveri;

Liberare il Santo Sepolcro;

Assicurare l’indipendenza temporale del Papa;

Sollevare i malati;

Lavorare alla conversione degli Indiani. [p. 436 modifica]

Ecco ciò che il messaggero della croce si proponeva; ed esige che il suo erede, per conseguenza suo continuatore, integri tai magnifici imprendimenti.

Questa istituzione del maggiorasco pare a noi la migliore risposta che si possa fare a quelli, che, retrospettivamente accusano di avarizia e di ambizione l’illustre Cristiano. ll disinteresse è per lui cosa tanto naturale, che lo suppone nel suo erede; e se gli raccomanda di mettere insieme assai danaro, è perchè possa spenderlo più efficacemente a profitto della Chiesa.

Non fu peranco abbastanza notato questo zelo per la Casa del Signore, di cui era infiammato il servo di Dio.

Qual laico fu mai che si dedicasse alla Chiesa con tale ardore? Un simile abbandono, una così intera annegazione, tutti i sentimenti di Colombo non erano forse sinceramente quelli di un apostolo? Che cos’avrebbe potuto fare un santo, se fosse stato grande ammiraglio e vice-re, più che dare la sua vita, i suoi giorni, le sue notti, il suo riposo, i suoi pericoli, le sue privazioni, le sue economie, quelle de’ suoi figlioli alla Chiesa cattolica; preparando nel maggiorasco un aiuto fondato alle necessità del Sommo Pontefice, nel caso che fosse assalito o spogliato de’ suoi possedimenti?

Fu egli mai cristiano che mostrasse per la tomba del Salvatore, la gloria del Vangelo, la dignità del Pontificato, preoccupazioni più costanti? Fu egli mai uomo che facesse più intero sacrifizio del frutto delle sue fatiche? Non solamente Cristoforo Colombo assicurava al Papato il concorso del suo maggiorasco, e delle armi de’ suoi eredi, ma, bisognando, giungeva perfino a spodestare, a spogliare interamente la sua discendenza, per sostenere l’indipendenza e l’ortodossia della Santa Sede.


§ VI.


Non ostante la protezione dichiarata della Regina, l’ammiraglio dovette impiegare il marzo, l’aprile e una parte del maggio a raccogliere egli stesso le cose necessarie alla colonia, non [p. 437 modifica]che alla sua nuova spedizione. La continua sua operosità giunse a vincere la studiata inazione dell’ordinatore generale, ed a superare tutti gli ostacoli che gli suscitava la malevolenza degli uffici; a tale, che, sul finire del maggio, nel porto di San Lucar di Barrameda si vedevano sei caravelle pronte alla partenza. Ma questa partenza, ch’era una specie di trionfo, innaspriva Juan di Fonseca e le sue creature. Fin allora l’ammiraglio non era stato offeso che indirettamente o con un certo riserbo; piacque avere ricorso ad ingiuria violenta e pubblica.

Un ebreo, che aveva trovato il proprio conto a farsi cristiano, Jimeno di Bribiesca, già diventato ufficiale pagatore, volendo assicurarsi la protezione del suo patrono, don Juan di Fonseca, si assumette l’officio infame.

In diverse circostanze questo Jimeno si era provato a minacciare ed offendere l’ammiraglio. Il giorno dell’imbarco, lo seguì sul porto, ingiuriandolo nel modo più ributtante; pare anzi che osasse, per colmo di oltraggio, provocarlo, perfino a bordo, colle sue più villane ingiurie. È noto che al momento di imbarcarsi, Colombo si raccomandava più specialmente a Dio ed alla Santa Vergine, e si disponeva alla sua impresa con atti particolari di pietà. ll Suo cuore in que’ momenti sovrabbondava di effusione cristiana: egli si trovava, dunque, prontissimo al perdono, e perciò a sopportare più facilmente l’ingiuria. Ma in quel di l’oltraggio riuscì sì grave e odioso per la sua continuazione e la sua malizia, che al canuto marinaro sovvenne quanto andava debitore alla propria dignità di ammiraglio. Questa volta l’impunità poteva avere conseguenze disastrose. L’offesa veniva fatta sotto gli occhi di tutta la squadra, della calca ch’empieva la spiaggia, de’ colpevoli e banditi imbarcati, i quali avrebbero scambiata la sua pazienza in debolezza e codardia. Al momento della partenza era fors’anco necessario per la salute delle navi e pel mantenimento della disciplina fondata sul rispetto della forza, di provare immantinente che l’età non aveva punto distrutta la vigoria fisica dell’ammiraglio, e ch’ei saprebbe far rispettare la sua persona, e al tempo stesso far eseguire i suoi comandamenti. [p. 438 modifica]

L’ebreo convertito, che mostravasi così accanito contro di lui, era l’emissario di coloro che avevano sempre attraversato le sue imprese: aggiungeva la personale bassezza alle indegnità de’ patroni. L’eccesso della sua imprudenza accese di santa collera l’ammiraglio. Lo deridevano perchè lo conoscevano mansueto: lo vituperavano come se fosse un vecchio impotente e fiacco; ma ben egli ripigliò di subito le forze della gioventù. Meno logoro da’ suoi sessantadue anni che dai quaranta di continua navigazione, il patriarca dell’Oceano, si fe’ grande di una maestosa indegnazione, mosse un passo verso il suo insultatore, e levando la mano, gli menò tale un colpo sulla impudente faccia, che, il miserabile cadde come annichilito. L’ammiraglio si contentò respingere col piede quel vile abbaiatore, il quale fuggì in mezzo ai fischi, nascondendo sotto sembianze di umiliazione e finte lagrime, la sua soddisfazione interiore; perocchè da quel punto la sua fortuna era fatta.

Gli scrittori di una certa scuola giudicarono il castigo dato a Jimeno dall’ammiraglio come indizio di natura avventata, mentre non era che l’esigenza imperiosa della disciplina violata. Colombo non cedette nè alla vivezza, nè all’irritazione dell’amor proprio: fece quello che doveva fare, secondo gli usi delle genti di mare del suo tempo, e la necessita della circostanza.

Qualunque fosse stato in questo incontro il procedere di Colombo, la prudenza meglio pensata non avrebbe potuto preservarlo dallo scoglio insidiosamente preparato sotto i suoi passi con un’astuzia infernale. Se ei si fosse limitato a far discacciare l’ebreo convertito da’ suoi ufficiali, sarebbe paruto diffidare delle proprie forze: una tale moderazione lo uccideva moralmente; sarebbe scaduto dal suo ascendente personale così in faccia alla squadra, come ai malfattori ch’erano su di essa; questo appunto è ciò che volevano i suoi nemici.

Questo incidente, suscitato segretamente da Fonseca, fu per sua cura, e per quella de’ suoi partigiani, largamente comentato: dacchè sopra il suolo medesimo della Spagna, in un porto dei Re cattolici, l’ammiraglio trattava così uno dei loro ufficiali, non era a quelli eccessi per trascorrere in quelle regioni lontane, [p. 439 modifica]s’esercitava la sua autorità senza che alcuno la temperasse? l’infame sbirro di Fonseca diventò oggetto di compassione per la Corte: veniavi confortato, ristorato dall’onta subita; e l’opinion pubblica si alzò avversa a Colombo: egli non era più là per difendersi: aveva levato l’áncora ricevendo quale saluto l’oltraggio, e recando seco il presentimento del biasimo onde sarebbe stato oppresso nella sua assenza.

fine del primo volume.