Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XXX

Paradiso
Canto trentesimo

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Paradiso - Canto XXIX Paradiso - Canto XXXI
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C A N T O     XXX.





1Forsi sei milia millia di lontano1
     Ci ferve l’ ora sesta, e questo mondo
     China giù l’ ombra quasi a l’erto piano,
4Quando ’l mezzo del Cielo a noi profondo
     Comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
     Perde ’l parere infine a questo fondo:2
7E come vien la chiarissima ancella
     Del Sol più oltre, così ’l Ciel si chiude
     Di vista in vista in fin a la più bella;
10Non altramente il triunfo, che lude3
     Sempre dintorno al punto che mi vinse,
     Parendo inchiuso da quel, ch’elli inchiude,
13A poco a poco il mio veder distinse;4
     Per che tornar colli occhi a Beatrice
     Nulla vedere et amor mi costrinse.
16Se quanto infine a qui di lei si dice
     Fusse conchiuso tutto in una loda,
      Poco sarebbe a fornir questa vice.5

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19La bellezza, ch’io vidi, si trasmoda
     Non pur di là da noi; ma certo io credo
     Che solo il suo Fattor tutta la goda.
22Da questo passo vinto mi concedo
     Piucchè giammai da punto di suo tema
     Soprato fusse o comico, o tragedo:6
25Chè come ’l Sole in viso, che più trema;
     Così lo rimembrar del dolce riso
     La mente mia da me medesmo scema.7
28Dal primo giorno, ch’io viddi ’l suo viso
     In questa vita, infine a questa vista,
     Non è ’l seguir al mio cantar preciso.8
31Ma or convien che ’l mio seguir desista
     Più dietro a sua bellezza poetando,
     Com’all’ultimo suo ciascuno artista.
34Cotal, quale io lo lasso a maggior bando,
     Che quel de la mia tuba, che deduce
     L’ardua sua materia terminando,
37Con atto e voce di spedito duce
     Ricominciò: Noi siamo usciti fuore
     Del maggior corpo al Ciel, ch’è pura luce,9
40Luce intellettual piena d’ amore,
     Amor di vero ben pien di letizia,
     Letizia che trascende ogni dulcore.10
43Qui vederai l’una e l’altra delizia11
     Di paradiso, e l’una in quelli aspetti,
     Che tu vedrai a l’ultima iustizia.

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46Come subito lampo che discetti
     Li spiriti visivi, sì che priva
     Da l’atto l’occhio dei più forti obietti;
49Così mi circunfulse luce viva,
     E lassòmi fasciato di tal velo12
     Del suo splendor, che nulla m’appariva.13
52Sempre l’Amor, che queta questo Cielo,
     Accollie in sè così fatta salute,
     Per far disposto a sua fiamma il candelo.
55Non fur più tosto dentro a me venute
     Queste parole brevi, ch’io compresi
     Me sormontar di sopra mia virtute;
58E di novella vista mi raccesi
     Tale, che nulla luce è tanto mera,
     Che li occhi miei non si fosser difesi.
61E viddi lume in forma di rivera
     Fulvido di fulgori, infra duo rive
     Dipinte d’ ammirabil primavera.
64Di tal fiumara uscian faville vive,14
     E d’ogni parte si mettean ne’ fiori,
     Quasi rubbin che oro circunscrive;
67Poi, come inebriate dalli odori,15
     Riprofundevan sè nel miro gurge,16
     E s’una intrava, un’altra n’uscia fuori.
70L’alto disio, che mo t’infiamma et urge
     D’aver notizia di ciò, che tu vei,17
     Tanto mi piace più, quanto più t’urge.18

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73Ma di quest’ acqua convien che tu bei,
     Prima che tanta sete in te si sazi.
     Così mi disse ’l Sol delli occhi miei.
76Anco soiunse: il fiume e li topazi,19
     Ch’entrano et esceno, e ’l rider dell’erbe
     Son di lor vere umbriferi prefazi.20
79Non che da sè sian queste cose acerbe;
     Ma è difetto della parte tua,
     Che non ài viste ancor tanto superbe.
82Non è fantin, che sì subito rua
     Col volto verso il latte, se si svelli
     Molto tardato da l’usanza sua;21
85Come fec’io, per far far millior spelli22
     Ancor delli occhi, chinandomi all’onda,
     Che si deriva, perchè vi s’immelli.
88E siccome di lei bevè la gronda23
     De le palpebre mie; così mi parve
     Di sua lunghezza divenuta tonda.
91Poi, come gente stata sotto larve,
     Che pare altro che prima, se si sveste
     La sembianza non sua, in che disparve;
94Così mi si cambiaro in maggior feste
     Li fiori e le faville, sicch’io vidi
     Ambo le Corti del Ciel manifeste.
97O splendore d’Iddio, per cui io vidi
     L’alto triunfo del regno verace,
     Dammi virtù a dir com’io ’l vidi.

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100Lume è lassù, che visibile face
     Lo Creatore a quella creatura,
     Che solo in lui vedere à la sua pace;24
103E sè distende in circular figura
     In tanto, che la sua circunferenza25
     Serebbe al Sol troppo larga cintura.
106Fassi di raggio tutta sua parvenza,
     Reflesso al sommo del mobile primo,
     Che prende quinde viver e potenza.
109E come clivo in acqua di su imo26
     Si specchia, quasi per vedersi adorno,
     Quant’è nel verde e ne’ fioretti opimo;
112Sì, soprastando al lume intorno intorno,.
     Viddi specchiarsi in più di mille sollie
     Quanto di noi lassù fatt’à ritorno.27
115E se’ l’infimo grado in sè ricollie
     Sì grande lume, quant’è la larghezza
     Di questa rosa nell’estreme follie?
118La vista mia nell’ampio e ne l’altezza
     Non si smarriva; ma tutto prendeva28
     Il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
121Presso e lontano lì nè pon, nè leva:
     Chè, dove Iddio senza mezzo governa,
     La legge natural nulla rileva.
124Nel giallo de la rosa sempiterna,
     Che si dilata e digrada e redole29
     Odor di lode al Sol che sempre verna,

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127Quale colui, che tace e dicer vole,30
     Mi trasse Beatrice, e disse: Mira
     Quant’è ’l convento de le bianche stole!
130Vedi nostra Città quant’ella gira!
     Vedi li nostri scanni sì ripieni,
     Che poca gente più ci si disira.
133E quel gran seggio, a che tu li occhi tieni
     Per la corona che già v’è su posta,
     Prima che tu a queste nozze ceni,
136Sederà l’alma, che fie giù Augosta,
     Dell’alto Enrico, ch’a drizzar Italia31
     Verrà in prima, ch’ella sia disposta.
139La cieca cupidigia, che v’ammalia,
     Simili fatti v’à al fantolino,
     Che muor per fame e caccia via la balia;
142E fia prefetto nel foro divino
     Allora tal, che ’n palese e ’n coverto32
     Non anderà con lui per un cammino.
145Ma poco poi sarà da Dio sofferto
     Nel santo uficio, ch’ei serà detruso33
     Là, dove Simon mago è per suo merto,
148E farà quel d’Alagna andar più giuso.

  1. v. 1. C. A. Forse semila miglia
  2. v. 6. C. A. infino alla
  3. v. 10. Lude; giuoca, scherza, giusta il latino ludit. E.
  4. v. 13. C. A. si stinse;
  5. v. 18. C. A. Vice, dal vicis latino. E.
  6. v. 24. Soprato, sottrattone l’e come in comprato e somiglianti. E.
  7. v. 27. C. A. da sè
  8. v. 30. C. A. Non m’è il seguire
  9. v. 39. C. A. maggior corso
  10. v. 42. C. A. dolciore.
  11. v. 43. C. A. altra milizia
  12. v. 50. C. A. E lasciommi
  13. v. 51. C. M. C. A. suo fulgor,
  14. v. 64. C. A. fiumana Uscien
  15. v. 67. C. A. degli odori,
  16. v. 68. Gurge; fiume, gorgo lal gurges latino. E.
  17. v. 71. Vei; vedi da veere o veire. E.
  18. v. 72. C. A. più turge.
  19. v. 76. Anche soggiunse: I fiori e li
  20. v. 78. C. A. veri ubiferi
  21. v. 84. C. A. tardando dall’
  22. v. 85. C. M. C. A. per far migliori spegli
  23. v. 88. Gronda, figuratamente estremità delle palpebre, gronda e tetto degli occhi. E.
  24. v. 102. C. A. Che in solo veder lui à
  25. v. 104. C. A. circonferenza
  26. v. 109. Clivo; monte, giusta il clivus de’ Latini. E.
  27. v. 114. C. A. da noi
  28. v. 119. C. A. apprendeva
  29. v. 125. Redole, imitato il redoleo; rendere odore, dei Latini. E.
  30. v. 127. C. A. Quale è colui,
  31. v. 137. C. A. Arrigo,
  32. v. 143. C. A. che palese e coperto
  33. v. 146. C. A. ch’el sarà




C O M M E N T O


Forsi sei milia milia ec. Questo è lo xxx canto della terza cantica, nel quale lo nostro autore finge com’elli uscitte della nona spera, et entrò nel cielo empireo. E dividesi questo canto principalmente in due parti: imperò che prima finge com’elli perdè la visione delli Angeli che nella nona spera li era presentata, e come si trovò [p. 797 modifica]sallito da la nona spera al cielo empireo, e come era fatto quello cielo descrive; nella seconda parte finge come Beatrice li dichiara alquante cose del paradiso, e come li mostra la sedia dello imperatore Arrigo che fu conte di Lusimborgo, e cominciasi quine: Non è fantin ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide tutta in sei parti: imperò che prima descrive lo tempo, secondo Geometria et Astrologia, arrecando questo a similitudine de lo sparire la visione che avea veduto; nella seconda parte ritorna a Beatrice, manifestando lo suo esaltamento, et incominciasi quine: Se quanto inline a qui ec.; nella terza parte dimostra come Beatrice, inalzata sopra la sua apprensione, li dichiarò com’elli era sallito nel cielo empireo, et incomnciasi quine: Dal primo giorno, ec.; nella quarta parte finge com’elli, circunfuso da una grande luce, perdette la vista, e come fu confortato da una voce che uditte, et incominciasi quine: Come subito lampo ec.; nella quinta parte finge come, udite le dette parole, la vista li ritornò più pura che mai, e vidde la luce di vita eterna in forma d’uno fiume, et incominciasi quine: Non fur più tosto ec.; nella sesta parte finge come Beatrice li dichiarò che era quello ch’elli vedeva, et incominciasi quine: L’alto disio, ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere la lettera coll’esposizioni testuali, allegoriche e morali.

C. XXX— v. 1-15. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come li sparve la vista delle gerarcie delli Angeli e del loro girare intorno a la luce, che si li rappresentò come uno punto: imperò che, come àe finto in tutte le spere rappresentarsili le diverse specie dei beati secondo le influenzie dei cieli; così àe finto che nel primo mobile si li rappresentasse la natura angelica che girava intorno al suo punto, cioè Iddio, come lo primo mobile intorno ai suoi poli. Et a dimostrare questo fa una similitudine dello sparire delle stelle del cielo, quando la luce del Sole viene, dimostrando questo per Astrologia e per Geometria, dicendo così: Forsi sei milia millia di lontano Ci ferve l’ora sesta; cioè che secondo Geometria descrive lo tempo; e per intendere questo, debbiamo sapere che secondo li Geometri la terra tutta gira ventiquattro migliaia di millia, e lo Sole la gira in ventiquattro ore; dunqua ogni ora lo Sole passa mille millia; e così quando dice che l’ora sesta ci ferve forse di lungi sei milia millia, dice che ’l Sole era in quella ora, della quale vuole fare similitudine, in tale luogo che innanti che sia quine, dove serà quando sarà l’ora sesta, arà girato forse sei milia millia dello spazio della terra; e però vuole dare ad intendere che allora era prima, e lo Sole già mandava l’alba innanti, sicchè le stelle incominciavano a sparire; e però si debbe intendere lo testo così: Quando ’l mezzo del Cielo; cioè quando quello spazio del cielo, che a noi viene [p. 798 modifica]mezzo che viene sopra li capi nostri, profondo; cioè alto, secondo che lo Grammatico dice che alto viene a dire profondo, e così profondo per lo contrario viene a dire alto-, a noi; cioè a noi uomini, che abitiamo nella terra, Comincia a farsi tal; cioè sì fatto colore, ch’alcuna stella; cioè di quelle, che prima si vedeno, Perde ’l parere; cioè perde la sua apparenzia, infine a questo fondo; cioè che non appare e non si vede insin quaggiù, cioè in terra dove noi siamo, siccome nel fondo, l’ora sesta; cioè la prima ora del di’, che sarà sesta quando lo Sole serà tanto montato, che vegna al punto che si chiama ora sesta, ci ferve; cioè ci risplende e scalda noi, che siamo in questo emisperio, di lontano; cioè di lungi da noi, forse millia sei milia: imperò che sei ore, o inde circa, àe a passare innanzi che sia sesta; e per questo appare che à a circuire della terra sei milia milliaia, e questo mondo; cioè nel quale io Dante era, quando scrissi questo, China giù l’ombra; cioè de la notte, quasi a l’erto piano: imperò che, quando lo di’ appare da l’oriente, l’ombra descende dall’occidente. Et a mostrare la sua intenzione per la similitudine procede anco più innanti, dicendo: E come vien la chiarissima ancella; cioè altresì tosto come viene l’aurora, che si chiama serva et ancilla del Sole: però ch’ella viene innanti et annunzia lo Sole, Del Sol; ecco che nomina di cui ella è ancella, più oltre; cioè quanto più s’appressa a noi, così ’l Ciel; stellifero, s’intende, si chiude; cioè parsi chiudere, come se appiattasse dentro da sè le stelle; e questo non è così: imperò ch’elle sono nel cielo, come s’erano prima; ma non si vedeno per la grande luce del Sole, che fa sparere lo loro piccolo lume, Di vista; cioè d’apparenzia di stella, in vista; cioè in apparenzia di stella, in fin a la più bella; cioè delle stelle: imperò che tutte sparisceno; ma prima quella che à meno lume, e poi quella che n’à più. Ora viene la lettera a la similitudine, che l’autore intende di dimostrare; e però àe fatto la discrizione del tempo detta di sopra, dicendo: Non altramente; che detto sia di sopra delle stelle, il triunfo; cioè delli Agnoli, Che; cioè lo quale, lude; cioè giuoca girando, Sempre dintorno al punto; cioè della luce, della quale fu detto di sopra, che; cioè la qual luce, mi vinse; cioè vinse la vista di me Dante, Parendo inchiuso; cioè lo detto punto, da quel; cioè dalle gerarcie delli Angeli, ch’elli; cioè le quali elii, cioè esso punto che mostrava e significava la Deità, inchiude 1; cioè dentro da sè, nella sua potenzia, sapienzia e bontà: [p. 799 modifica]ogni cosa creata Iddio conclude dentro da sè, A poco a poco; cioè non subitamente; ma con indugio, il mio veder; cioè la vista di me Dante, distinse; cioè divise: lo troppo splendore divide e segrega la virtù visiva, e così debilitata non vede: imperò che la virtù unita può quello, che non può la virtù segregata; e così mostra che li sparisse la detta visione delli Angnoli e della luce. Per che; cioè per la qual cosa, mi costrinse; cioè costrinse me Dante la detta disparenzia, Nulla vedere; cioè imperò che io nulla vedeva, et amor; cioè lo quale io aveva a Beatrice, tornar colli occhi 2; cioè miei di me Dante, a Beatrice; cioè a ragguardare a la mia guida; e moralmente, ritornare la ragione e lo intelletto a vedere la santa Scrittura quel che dicesse de’ fatti di vita eterna, de la quale intende di trattare, fingendo che della nona spera sallisse al cielo empireo. Seguita.

C. XXX — v. 16-26. In questi quattro ternari finge lo nostro autore com’elli si mostrò insofficente a dire la bellezza di Beatrice: sì fatta la vidde in questo luogo, dicendo così: Se quanto infine a qui; cioè infine a questo passo, di lei; cioè di Beatrice, si dice; cioè da me in tutta la mia opera; et anco si potrebbe intendere da qualunqua altro, Fusse conchiuso tutto in una loda; cioè tutto fusse coadunato insieme a dare una loda a Beatrice, Poco sarebbe; cioè quel tutto, a fornir questa vice; cioè a compiere questa volta la descrizione della sua bellezza. Et assegna la cagione, dicendo: La bellezza; cioè di Beatrice, ch’io; cioè la quale io Dante, vidi; cioè nel luogo dove era, quando io sallito mi trovai da la nona spera al cielo empireo, si trasmoda; cioè esce fuora di modo, Non pur di là da noi; cioè non solamente di là da noi uomini, ma certo; ma certamente, credo io; cioè Dante, Che solo il suo Fattor; cioè Iddio, e non altri, tutta la goda; cioè tutta la bellezza della santa Teologia comprenda, de la quale elli fu fattore, e niuno altro la può comprendere. Da questo passo; cioè da potere comprendere la bellezza della santa Teologia, e da poterla esprimere con voce, vinto mi concedo; cioè me Dante concedo essere vinto da la bellezza di questa materia, Piucchè giammai da punto di suo tema; cioè da alcuno punto di sua materia, Soprato fusse; cioè fusse avanzato, o comico; cioè poeta, che abbia composto comedia, o tragedo; cioè o poeta, che abbia composto tragedia. Che cosa sia comedia e tragedia è stato [p. 800 modifica]dichiarato di sopra: già sono stati poeti comici e tragici, che non ànno potuto seguire in alcuno passo la sua materia, come si convenia. Et arreca una similitudine, dicendo: Chè; cioè imperò che, come ’l Sole in viso; cioè nella vista, che più lo teme, e che più trema; e dibattesi, perchè non lo può patire per lo suo eccessivo splendore, Così lo rimembrar del dolce riso; cioè di Beatrice, La mente mia 3; cioè di me Dante la virtù mia apprensiva, estimativa e memorativa, da me medesmo scema; cioè manca et indebolisce, come lo Sole indebilisce lo debile viso.

C. XXX — v. 28-45. In questi sei ternari lo nostro autore finge sè non potere dire l’eccellente bellezza di Beatrice; e come si trovò sallito dal nono cielo al cielo empireo, di ciò fatto avveduto da Beatrice, dicendo così: Dal primo giorno, ch’io; cioè Dante, viddi ’l suo viso; cioè di Beatrice, In questa vita; cioè mondana dove era l’autore, quando le cose vedute scrisse, infine a questa vista; cioè infine a questa veduta, che io Dante ebbi di lei, saliitti dal nono cielo a l’empireo, Non è ’l seguir; cioè la sua vista, preciso; cioè tolto, al mio cantar; cioè a la mia cantica di dirlo: imperò che tutta via l’òne seguito e dichiarato in questo mio poema. Ma or convien che ’l mio; cioè di me Dante, seguir, Più poetando dietro a sua bellezza; cioè a dire la bellezza, secondo fizione, della santa Teologia, fingendo ch’io parli di Beatrice, desista; cioè si rimagna, Com’all’ultimo suo 4 ciascuno artista; cioè come conviene desistere a ciascuno artefice di seguire più oltre, quando è venuto al suo fine, cioè a quel 5 ch’elli ne sa: imperò che più oltre non può ch’elli sappia; e così arreca questa similitudine a suo proposito: Cotal; cioè Beatrice sì fatta, quale io la lasso; cioè come fatta io Dante la lascio, cioè di dire, perchè eccede tanto lo mio ingegno, ch’io non la potrei dire, a maggior bando; cioè a maggior loda e fama, Che quel; cioè bando sia, de la mia tuba; cioè del mio parlare, Che; cioè lo qual parlare, deduce; cioè che estende, L’ardua sua materia; che tratta del cielo empireo, sicchè bene è più alta, che possa essere, terminando; cioè arrecandola a fine, Con atto e voce di spedito duce; cioè di guida sollicito, Ricominciò; cioè essa Beatrice a parlare, dicendo: Noi siamo; cioè tu, Dante, et io, usciti fuor e Del maggior corpo; cioè del nono cielo, che è lo primo mobile e maggiore corpo che tutti li [p. 801 modifica]altri: imperò che tutti li tiene dentro da sè, cioè li altri che sono otto, al Ciel; cioè empireo, che è decimo et ultimo, ch’è pura luce: imperò che quello cielo è luce purissima, luce formale di tutte le luci, Luce intellettual; cioè che solo collo intelletto si comprende, piena d’amore: imperò che è piena questa luce di vera carità, Amor di vero ben; cioè che questo cielo è pieno de l’amore del vero bene, che è Iddio, pien di letizia: imperò che questo bene è pieno di letizia in sè, et a tutti li beati la presta e dona, Letizia che trascende; cioè trapassa, ogni dulcore 6; cioè ogni dolcezza: ogni dolcezza, che imaginare si può, è avanzata da questa, che è ine la detta luce: questa luce è esso Iddio, come dice santo Ioanni evangelista, quando dice nel suo Evangelio: Erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum — . Qui; cioè in questo cielo, vederai: cioè tu, Dante, colli occhi della mente, cioè collo intelletto e con la ragione, l’una e l’altra delizia Di paradiso; cioè l’una e l’altra dilezione dei beati, cioè la natura angelica che rimase ne l’obedienzia e nella grazia d’Iddio, e l’umana specie che sta beata in vita eterna, e l’una; delizia, cioè l’umana specie, in quelli aspetti; cioè in quelle viste et in quelli atti, Che tu; cioè Dante, vedrai; con li occhi corporali, a l’ultima iustizia; cioè a lo di’ de l’iudicio, quando verrà Cristo nella sua maiestà ad iudicare li buoni e li rei: imperò che a sì fatto iudicio verranno li omini e non li Agnoli: imperò che sono confermati in grazia: imperò che furno iudicati, infine nel principio quando furno creati: imperò che quelli, che furno obedienti a Dio, rimaseno nella grazia d’Iddio confermati e nella beatitudine sua; e li disubidienti e superbi furno dannati, sicchè lo iudicio di loro fu fatto allora; ma lo iudicio dell’umana specie non si debbe fare, in fin che non ritorna l’anima col corpo, che sarà al di’de l’iudicio. Siccome l’anima col corpo insieme à meritato o demeritato; così debbe essere iudicato a premio, o vero a pena. Ma potrebbe l’omo dubitare; perchè l’anima prima va a beatitudine, o vero a dannazione, secondo lo suo merito, o vero demerito. Puòsi rispondere che questo è come una caparra di beatitudine, o di penalità, secondo che l’omo à meritato o demeritato. E perchè lo corpo debbe essere signoreggiato dall’anima, e niente può se l’anima non vuole, però merita l’anima prima di sentire lo premio del merito, o vero la pena de lo demerito, innanti che ’l corpo, e dopo l’iudicio, fatta la generale risuscitazione, perchè l’anima col corpo àe meritato, o vero demeritato, però l’una e l’altro insieme arà beatitudine perpetua, o vero pena. [p. 802 modifica]

C. XXX — v. 46-54. In questi tre ternari lo nostro autore lìnee come la grazia venne subitamente in lui, poi che fu sallito nel cielo empireo, dicendo così: Come; ecco che arreca una similitudine, subito lampo; cioè circunfulge intorno a l’omo, quando viene, che; cioè lo quale lampo: che cosa sia lampo è stato detto di sopra, discetti; cioè divida, Li spiriti visivi; cioè li radi visuali, che escono da l’occhio, li quali divisi non vedono, et uniti vedono, sì; cioè per sì fatto modo, che priva l’occhio; cioè umano, Da l’atto dei più forti obietti; cioè de le cose poste inanzi ad essere vedute, che avanzano la virtù visiva; e però si diceno obietti più forti: imperò che, debilitata la virtù visiva, non può esercitare l’atto del vedere in quelle cose che prima; se non fusse divisa, arebbe potuto vedere. Et adatta la similitudine, dicendo: Così mi circunfulse; cioè risplendè intorno a me Dante, luce viva; cioè luce della grazia d’Iddio illuminante, E lassòmi; cioè lasciò me Dante, fasciato di tal velo; cioè li occhi miei mentali, cioè la ragione e lo intelletto, secondo l’allegoria; e, secondo la lettera, s’intendrebbe delli occhi corporali, cioè di sì fatto coprimento, Del suo splendor; cioè d’essa grazia: imperò che ogni altra cosa levò della ragione e dello intelletto suo, che nulla m’appariva; cioè che nulla altra cosa vedeva, se non esso splendore, come non vede l’omo se non lo splendore del lampo, quando viene. Sempre l’Amor; ecco finge l’autore che Beatrice dicesse queste parole, cioè: Sempre l’amore d’Iddio, che queta; cioè contenta, questo Cielo; cioè 7 la corte di paradiso, che è lo cielo empireo, Accollie in sè; cioè in verso di sè, cioè in verso Iddio, così fatta salute; cioè che fa ogni altra cosa, che più è piaciuta, spiacere e non apparere nell’effetto, nè nella voluntà di colui, che è circonfulso di tale grazia, Per far disposto a sua fiamma il candelo; cioè per fare disposta l’anima a ricevere tale grazia, che arda di lui e non d’altra cosa. E questo fu quello che Beatrice disse, secondo che l’autore finge ch’elli udisse.

C. XXX — v. 55-69. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che, udite le parole di Beatrice, elli s’accorse la grazia d’Iddio essere venuta in lui per sì fatto modo, ch’elli sentì sè atto a ragguardare ogni luce, dicendo: Non fur più tosto dentro a me; cioè a me Dante, venute Queste parole brevi; cioè che dette sono di sopra, ch’io; cioè che io Dante, compresi Me sormontar; cioè in su montare, di sopra mia virtute; cioè più che non poteva la mia virtù umana, perchè m’era sopravenuta la grazia divina. E di novella vista mi raccesi; cioè di nuova virtù visiva si raccese la mia mente, Tale; cioè sì fatta, che nulla luce è tanto mera; cioè tanto pura: [p. 803 modifica]quanto la luce è pura, tanto li occhi meno la possono sostenere; e però volendo mostrare quanto la sua virtù era cresciuta, dice che nulla luce è tanto pura, Che li occhi miei; cioè di me Dante, non si fosser difesi; cioè da essa luce, che non s’arebbono lasciato abballare da essa. Ecco che dimostra quanto li giovò, che vidde quello che prima non arebbe potuto vedere; e però dice: E viddi; cioè io Dante, lume; cioè uno lume grande, in forma di rivera; cioè in forma d’uno fiume, che corra tra due ripe, Fulvido; cioè splendido, di fulgori; cioè di splendori, infra duo rive; cioè tra due ripe, Dipinte; cioè le dette ripe, d’ammirabil primavera; cioè d’una meravigliosa verdura d’erbe e di fiori. Di tal fiumara; quale detta è, uscian faville vive; cioè fuori d’essa, E d’ogni parte; cioè dall’una ripa e dall’altra, si mettean; cioè le dette faville, ne’ fiori; cioè che erano in su le dette ripe, Quasi rubbin; ecco che fa similitudine: rubbino è pietra preziosa di colore di fuoco, che oro circunscrive; cioè che è intorneato dall’oro. Poi, come inebriate; cioè le dette faville ripiene, come lo briaco del vino, dalli odori; cioè de’ fiori, che erano in su le ripe, Riprofundevan sè; cioè imbagnavano sè da capo, nel miro gurge; cioè nel meraviglioso fiume, che detto è. E s’una; cioè favilla, intrava; nel detto fiume, un’altra; cioè favilla, n’uscia fuori; cioè del detto fiume, e così intravano et uscivano del fiume a lè ripe, e dalle ripe al fiume. Questa è una fizione che l’autore fa, per osservare lo modo suo, che àe tenuto sempre in questa terza cantica; cioè mostrando che in ogni cielo li sia rappresentata la influenzia, che Iddio à dato e posto in esso cielo. E però, perchè la grazia de la beatitudine delle anime umane immediatamente è da Dio, però finge ora ch’elli vedesse questa grazia a modo d’uno fiume: imperò che, come lo fiume è indeficiente; così la grazia d’Iddio; e finge che tale fiume sia di lume: imperò che tale grazia è illuminante; e finge che sia fiume, per accordarsi co la santa Scrittura, che dice: Benedicite aquae omnes, quae super caelos sunt, Domino: imperò che queste acque sono le grazie indeficienti d’Iddio. E nel primo libro della Bibbia, cioè nel Genesi, si scrive: Et spiritus Dei 8 ferebatur super aquas. Finge che intorno siano ripe piene d’erbe e di fiori, a significare l’anime dei santi uomini, che sono nel mondo ne la grazia d’Iddio, intendendo per le ripe la santa Chiesa; per l’erbe, le virtuose operazioni; e per li fiori, l’anime sante che in essa congregazione dei catolici sono; e finge che li fiori fussono in su l’erbe, a significare li atti virtuosi, in che sè esercitano l’anime, che sono illuminate da la grazia d’Iddio; e finge che faville vive escano del fiume e vadino in su’ fiori, a significare che li Agnoli, che sempre [p. 804 modifica]si riempiono de la grazia d’Iddio, li quali sono significati per le faville: imperò che sempre ardeno nell’amore d’Iddio, vadano a confortare l’anime sante, che sono in tale grazia, che sempre si mantegnino nelli atti virtuosi e da esse tornano a la detta grazia: imperò che li Angeli visitano e confortano li santi omini, acciò che durino nella loro santità, e vegnino a loro e ritornino a Dio, siccome messi da lui mandati; e però dice che si rimbagnano nel detto fiume. E questa fizione àe fatto l’autore, a mostrare come a la mente sua quine si rappresentò lo stato dei santi omini, mentre che sono nella vita mortale: però che tale influenzia senza mezzo viene da Dio, però àe finto che nel cielo empireo li fusse rappresentata 9.

C. XXX — v. 70-81. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, senza che li manifestasse lo suo desiderio, liel manifestò, dicendo che molto li piacea; e disse quello che era di bisogno che facesse, innanzi che si saziasse, dicendo così; L’alto disio; cioè l’alto desiderio, che; cioè lo quale, mo; cioè avale, t’infiamma; cioè infiamma te Dante, et urge; cioè costringete, e manifesta qual sia, dicendo: D’aver notizia; cioè cognoscimento, di ciò che tu; cioè Dante, vei; cioè vedi: questo è lo tuo desiderio, cioè cognoscere quello che tu vedi, cioè che vedi lo fiume del lume, et uscirne le faville, e posarsi insù li fiori, che sono insù l’erbe, che sono insù le ripe, e di quinde tornare nel fiume, Tanto mi piace più; cioè a me Beatrice, quanto più t’urge; cioè quanto più stringe te Dante: t’urge; cioè s’intende urgere. Ma di quest’acqua; ecco che li dà lo rimedio, dicendo che convien che bea dell’acqua di quel fiume che è lume e luce, del quale fu detto di sopra, convien che tu bei; cioè tu, Dante, Prima che tanta sete; cioè sì grande desiderio, come tu ài di sapere quello, che è detto di sopra, in te si sazi; cioè in te Dante sia saziato. Cosi mi disse l’ Sol delli occhi miei; cioè così disse a me Dante, come è detto di sopra, Beatrice che è 10 schiaratrice della mia ragione e del mio intelletto: come lo Sole è schiaratole del mondo et illuminatore de le tenebre; così la santa Scrittura è illuminatrice di tutte l’ignoranzie. Come detto è, questo fiume è la grazia illuminante d’Iddio, unde ogni omo, che vuole sapere, conviene che bea. Anco soiunse; cioè Beatrice a quello, che aveva detto prima. Il fiume; cioè della luce, di che è detto di sopra, e li topazi; cioè le sustanzie intellettuali, cioè li Angeli che àe figurato di sopra che fusseno a modo di faville, e poi l’assomigliò ai rubinetti, ora lo chiama topazi: imperò che ’l rubino e ’l topazio è una medesima pietra, benchè ’l topazio vegna più smorto che rubino, Ch’entrano et esceno; cioè le quali faville entrano nel detto [p. 805 modifica]fiume, et esceno del detto fiume, e vanno in su li fiori che sono in su le ripe; li quali fiori sono li omini operatori dell’opere che sono virtuose, e di quinde, cioè da li omini santi, ritornano nel detto fiume, e ’l rider; cioè lo piacere, dell’erbe; che sono in su le ripe dette di sopra, Son di lor vere; cioè dalla loro primavera, cioè dalla loro beatitudine, che aspettano d’avere le dette anime: vere è vocabulo di Grammatica 11, che viene a dire primavera; e perchè la primavera è tempo dilettevile, però è assimiliata la beatitudine a la primavera, unde dice Ovidio nel p.° de la sua Metam: Ver erat ec.-, umbriferi prefazi; cioè dimostramene rapportanti ombra; dice: umbriferi prefazi: l’ombre delli arbori sono dilettevili, e però significa annunziamenti di diletto. E perchè per le parole dette parrebbe che quine fusse mancamento di beatitudine: imperò che dice che questo era annunzio de la beatitudine, parrebbe che in cielo fusse stato mancamento, però per tolliere lo dubbio, dice: Non che da sè; cioè io non dico questo, perchè da sè, cioè per sua natura, sian queste cose acerbe; cioè difettuose come sono le cose acerbe, che non sono venute a maturità, nè a sua perfezione; ma è lo contrario, cioè che queste cose da sè sono perfette. Ma è difetto della parte tua; cioè di te Dante, che apprendi le cose del cielo, come quelle che sono in terra, e rappresenti a te lo stato de’ beati, come tu comprendi nel mondo essere quelli che sono in santa vita, e vivono come cittadini di vita eterna, benchè siano ancora militanti, Che; cioè lo quale, non ài viste; cioè li occhi atti a vedere, tanto superbe; cioè tanto alte, che possino 12 comprendere lo stato de’ beati; e però ti rappresenta ora questo cielo, secondo la tua figurazione, lo modo di quelli che sono nel mondo in stato di grazia, de’ quali è stato detto di sopra. Seguita la seconda lezione di questo canto, che è lo xxx, e finisce la prima.

Non è fantin, ec. Questa è la seconda lezione del canto xxx, nella quale lo nostro autore finge come Beatrice li dichiarò alquante cose di quelle del paradiso; e come li mostrò la sedia dello imperadore Arrigo, conte di Lusimborgo. E dividesi tutta in sei parti: imperò che prima finge com’elli, diventato desideroso di bere de l’acqua che li avea detto Beatrice, chinò li occhi al fiume e bagnòli de l’acqua del detto fiume, et ebbe vista via più perfetta che prima, e cognobbe che era lo fiume, et in che forma, e le faville e li fiori; nella seconda parte finge com’elli vidde la corte di paradiso e fa invocazione a la grazia d’Iddio che lo illumini, sicch’el possa [p. 806 modifica]dire, et incominciasi quine: O splendore d’Iddio, ec.; nella terza parte finge come li beati stavano intorno al detto lume, et incominciasi quine: E come clivo ec.; nella quarta parte finge come quine le differenzie locali non facevano la loro operazione, et incominciasi quine: La vista mia ec.; ne la quinta finge come Beatrice, mostrandoli le sedie de’ beati, li mostrò la sedia che aspettava lo imperadore Arrigo, et incominciasi quine: Vedi nostra ec.; ne la sesta et ultima finge che Beatrice li predicesse la discordia, che dovea essere tra lo detto imperadore e ’l papa, et incominciasi quine: La cieca cupidigia, ec. Divisa la lezione, ora è da vedere la lettera co l’esposizioni testuali, allegoriche e morali.

C. XXX — v. 82-96. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come, confortato et ammonito da Beatrice quello che li conveniva fare s’elli volea comprendere con intendimento quello che vedeva, con gran desiderio intese a ciò, e cognobbe la figura, che sopra avea veduta essenzialmente, dicendo così: Non è fantin; cioè fanciullo, che sì subito rua 13; cioè lo quale fanciullo sì subitamente si gitti, Col volto; cioè suo, verso il latte; cioè verso la puppa della nutrice, se si svelli; cioè lo fanciullo si svegli dal sonno, Molto tardato; cioè indugiato, da l’usanza sua; cioè del lattare e suggere la puppa della sua nutrice, Come fec’io; cioè come subito mi gittai io Dante al fiume detto di sopra. Ecco che à posto la similitudine del fanciullo che latta, a mostrare lo suo desiderio, ch’elli ebbe d’imbagnare li occhi suoi in quello fiume, che detto è; e bene arrecò propria similitudine: imperò che nel fanciullo è appetito naturale, e così finge che ne li omini sia naturale appetito del sommo bene, e così mostra che fusse in lui di sapere; dice lo Filosofo: Omnes homines naturàliter scire desiderant, che era quello che aveva veduto sotto la figura posta di sopra, per far far millior spelli; cioè specchi, delli occhi; cioè miei di me Dante; e chiama li occhi specchi: imperò che, come lo specchio rappresenta al li occhi corporali; così l’occhio corporale rappresenta a la mente quello che vede. Ancor; cioè un’altra volta: imperò che posto à di sopra che una luce lo percosse e che rinovellò la sua vista; ma non era anco sofficente a considerare l’essere de’ beati; e però dice che ancora volse melliorare li suoi occhi, e debbesi intendere delli occhi mentali, benchè parli, secondo la lettera, de’ corporali, chinandomi; cioè chinando me Dante, cioè umilmente dimandando la grazia d’Iddio, e però dice chinando, per significare umile addimandamento, all’onda; cioè al fiume indeficiente della grazia d’Iddio, Che si deriva; cioè la quale onda 14 descende da Dio e distendesi nelle sue creature, cioè [p. 807 modifica]angeliche et umane, perchè vi s’immelli; cioè acciò che vi si diventi milliore: imperò che la beatitudine de’ santi sta in fruere la grazia d’Iddio e così delli Angeli: e come lo intendere cresce; così cresce la carità: e come cresce la carità; così cresce lo fruere, sicchè sempre vi si milliora. E siccome di lei; cioè della detta grazia, bevè la gronda De le palpebre mie; cioè li cilgli de’ miei occhi: palpebre sono li peli posti in su li cigli delli occhi; non dico del sopraciglio, che è quello che è nell’arco dell’occhio, così mi parve; cioè altresì tosto parve a me Dante, Di sua lunghezza; cioè la detta fiumara, che prima mi parea lunga, divenuta; cioè diventata, tonda; cioè mi parve diventata in forma circulare. Secondo la lettera, si debbe intendere che, come da lunga si vede una cosa tonda per pari, la quale sia molto ampia, parrà lunga, e come l’uomo s’appressa ad essa, o se l’omo sallie in alto, pare allora quello che è; e però secondo la lettera si può intendere che, quando a Dante parve lunga, elli era di lungi da essa; quando se li approssimò, sicchè bagnò li occhi in essa, li parve tonda come ella era. Ma, secondo l’allegoria, a li omini che sono nel mondo pare lo processo della vita santa stendersi in lungo, e così li avvenimenti delle grazio e l’operazioni delle virtù, e li accrescimenti dei meriti e li confortamenti delli Angeli ai santi uomini; e così le considerò prima l’autore, come quando elli era nel mondo, e queste cose vedea essere fatte nel mondo. Ma quando lo considerò da più alto vedere, o da più presso a la verità, le vidde procedere da Dio senza mezzo, et a Dio tornare; e così vidde lo movimento circulare, e questo è quello che l’autore àe volsuto significare in questa parte. Et àe volsuto mostrare che, quando la grazia d’Iddio imbagnò lo intelletto suo, elli vidde la verità della beatitudine di vita eterna, la quale benchè appaia, mentre che siamo nel mondo, ch’ella si stenda in lungo, secondo la verità, ella è circulare: imperò che da Dio viene la grazia dessa 15 a noi et a lui ci rimena, e l’anima fa tornare a Dio, com’ella venne da Dio per creazione. Poi; cioè che io m’imbagnai li occhi nella detta acqua, come gente stata sotto larve; cioè sotto mascare: larva è vocabulo grammaticale, che significa vesta contrafatta, come si vestono li omini, che non vogliono essere cognosciuti, Che pare; cioè la quale gente pare, altro che prima; cioè quando ella era colla veste contrafatta, se si sveste; cioè se la giente si spollia, La sembianza; cioè l’apparenzia, non sua; cioè la contrafatta, in che; cioè nella quale apparenzia, che non era sua, disparve; cioè non parve quello, che propriamente era. Così; ecco che, posta la similitudine, dicendo che, come la gente larvata, quando si spollia, pare quello [p. 808 modifica]che è veramente; così a l’autore, quando s’ebbe lavato li occhi et imbagnato, cioè la ragione e lo intelletto, ne la grazia d’Iddio illuminante, mi si cambiaro; cioè a me Dante, in maggior feste; cioè in maggiori letizie, Li fiori; cioè quelli, che prima mi pareano fiori, mi parveno anime umane beate, e le faville; cioè quelli, che prima mi parevano faville, mi parveno Agnoli come erano, sicch’io; cioè Dante, vidi Ambo le Corti del Ciel; cioè li Agnoli e l’anime umane, che erano beate in cielo, manifeste; cioè in quella vera forma, che erano; e questo vedere si debbe intendere che fusse secondo l’occhio della mente, e dice ch’essi li 16 cambiorno: imperò ch’elli mutò considerazione: imperò che, come le considerò prima nello stato militante, rappresentatoli quine; così le considerò poi, nello stato triunfante, che è veramente quine. Seguita.

C. XXX — v. 97-108. In questi quattro ternari lo nostro autore finge com’elli, dopo la detta visione, invocò la grazia d’Iddio che li concedesse grazia di dire quel, che era quella acqua che era tonda, in forma di lume e di splendore, che prima li era paruta lunga, e soggiunge quello che era, dicendo: O splendore d’Iddio; questo è lo Spirito Santo e la grazia sua, per cui; cioè per la cui grazia, io; cioè Dante, vidi L’alto triunfo del regno verace; cioè la Chiesa triunfante, che era in vita eterna, la quale prima avea considerato come militante, Dammi virtù; cioè dona virtù a me Dante, a dir com’io ’l vidi; cioè com’io lo viddi fatto, in che forma, lo detto splendore. Lume; ecco che dichiara come era fatto lo detto splendore, ch’elli vidde prima come fiume che è lungo, e poi come stagno tondo, dicendo: Lume; cioè lo lume dello Spirito Santo, è lassù; cioè in vita eterna in cielo, che; cioè lo quale lume, visibile face Lo Creatore; cioè Iddio, che è creatore d’ogni cosa, a quella creatura; cioè angelica et umana, Che; cioè la quale, solo in lui vedere; cioè solamente in vedere Iddio, e non in altro, à la sua pace; cioè lo suo riposo. Non viene la grazia de lo Spirito Santo, che fa visibile Iddio a le creature, se non a coloro, che ànno lo suo desiderio quietato in lui: e così in paradiso lo lume dello Spirito Santo fa visibile Iddio ài beati spiriti, che in lui vedere ànno la sua beatitudine. E sè; cioè lo detto lume, distende in circular figura; cioè in figura tonda, In tanto; cioè in sì fatta grandezza, che la sua circunferenza; cioè che lo suo giro d’intorno, Serebbe al Sol; cioè al Sole naturale del mondo, troppo larga cintura; cioè troppo largo cerchio; e così significa che sia maggiore, che ’l Sole. Fassi di raggio tutta sua parvenza; cioè tutta l’apparenzia del detto lume non è altro che raggio, che viene da la somma et ineffabile luce, che è [p. 809 modifica]Iddio, Reflesso; cioè esso raggio, al sommo del mobile primo; cioè a la parte di sopra del nono cielo, che è lo primo mobile in che percuote lo detto raggio: imperò che in esso percuote, e quinde ritorna insù; e debbesi intendere che si rifletta intorno intorno, per tutta la parte di sopra del detto Cielo, Che; cioè lo quale nono cielo, prende quinde; cioè dal detto raggio, viver e potenza; cioè movimento et influenzia della sua virtù vivificativa ne li corpi inferiori. Ma nota che dice vivere: imperò che ’l moto è segno de la vita delli animali, e così lo movimento dei cieli è segno che li cieli siano corpi vivificati per la intelligenzia, che li muove, e non sono corpi semplici senza motore, et ànno da Dio potenzia d’influere, sicchè vegnono ad atto.

C. XXX — v. 109-117. In questi tre ternari lo nostro autore finge come elli vidde li scanni e le sedie de la nostra beatitudine intorno a questo lume, che è via maggiore che ’l Sole nostro mondano, in vita eterna; ma lo nostro Sole mondano non illumina se non la metà della terra, e quello illumina coi suoi raggi tutta la parte di sopra del primo mobile in torno in torno, di sotto e di sopra: e secondo che si gira lo nostro Sole; così va illuminando la terra, intorno intorno. Ma quello, stando fermo, tutto lo primo mobile ripercuote coi suoi raggi, intorno intorno. Questo come sia possibile non è intelligibile a l’umano ingegno, nè questo non è, se non come figura l’autore nostro, per dare ad intendere la beatitudine de’ beati, quanto a la sua poesi è conceduto. E per fare mellio intendere questo, arreca questa similitudine, cioè del monte, che à intorno a sè acque, dicendo così: E come clivo; cioè monte, in acqua; cioè in stagno, o in fiume, sopra quale sia, di su imo; cioè da la parte di sopra a quella di sotto, Si specchia; cioè si rappresenta e vedesi rappresentato da chi vi ragguarda, come in uno specchio si specchia chi ragguarda in esso, quasi; dice, perchè non propriamente si può dire questo, che seguita del monte, cioè: per vedersi adorno; cioè per vedersi adornato de l’erbe e dei fiori e delli arbori: imperò che ’l monte non à occhi che si possa vedere; ma parla per similitudine, come s’elli potesse vedere, Quand’è; cioè quando è lo detto monte, ne l’erbe, o vero, nel verde; ch’è più generale: imperò che per lo verde s’intendono l’erbe e li arbori, e per l’erbe, s’intendono pure l’erbe, e ne’ fioretti opimo; cioè abbondevile. Et ora adatta la similitudine, dicendo: Sì; cioè per sì fatto modo, come è detto del monte, che soprasta a l’acqua che si rappresenta ne l’acqua, soprastando intorno intorno al lume; che detto è essere maggiore che ’l Sole, lo quale figura qui la beatitudine, de la quale i beati sono beati, che è cosa creata: imperò che altra è la beatitudine d’Iddio, per la quale elli è beato, che quella de’ beati: imperò [p. 810 modifica]che quella d’Iddio è cosa increata, e quella de’ beati è cosa creata, Viddi; cioè io Dante, specchiarsi; cioè nel detto lume ragguardare e vedere sè et ogni cosa, in più di mille sollie; cioè sedie circulari; ecco qui pone uno infinito, a denotare uno numero grandissimo; e figura che intorno al detto lume siano sedie in tondo, l’una più alta che l’altra, come sono gradi nell’arena di Verona, sicchè pognano 17 che ’l lume fusse giù nel fondo, e per li gradi in torno fusseno l’anime beate; e però dice: Quanto di noi; cioè di noi omini, lassù; cioè in vita eterna, fatt’à; cioè fatto à, ritorno; cioè tornata; e dice ritorno 18, perchè l’anima viene da Dio, e ritorna a Dio: viene da Dio per creazione, e ritorna a Dio per beatificazione. E se l’infimo grado; cioè di queste sedie, in sè; cioè dentro da sè, ricollie Sì grande lume; come detto è di sopra, che è maggiore che ’l Sole, e lo corpo del Sole, come è stato detto di sopra in questa cantica, quando si trattò del quarto cielo, è 166 volte equale al corpo della Luna, e la Luna è la xvii.a parte de la terra, sicchè ’l Sole è molto maggiore che la terra, quant’è; cioè come grande è, la larghezza Di questa rosa 19; cioè di questa circulare altezza di gradi, che quanto più s’innalza, più s’allarga; e dice rosa: imperò ch’elli figura che le mansioni de’ beati in vita eterna siano in forma d’una rosa: come la rosa à lo giallo nel mezzo, e poi le foglie intorno intorno, sicchè l’estrema parte è distante dal giallo, e l’altre seconde follie via più, e le terze via più, e così di tutte l’altre; e così dice che era la beatitudine de’ beati, posta in questa forma, che lo lume grandissimo era in mezzo et in torno in torno, uno grado poi uno altro grado circulare più alto che ’l primo e più largo, e così lo terzo più che ’l secondo, e lo quarto più che ’l terzo, e così di tutti li altri, dunqua lo supremo grado è più distante dal lume, quanto debbe essere grande quasi di quantità senza misura; e però dice: nell’estreme follie; cioè nelle follie di fuori, seguitando la similitudine della rosa, intendendo per l’estreme follie le sedie più alte e più ampie e più distanti dal detto lume?

C. XXX — v. 118-129. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come elli vedeva tutto lo convento di vita eterna, e tollie via [p. 811 modifica]uno dubbio che si potrebbe muovere; e che Beatrice lo, tirò nel mezzo, acciò che vedesse mellio, e mostrolli lo tutto, dicendo così: La vista mia; cioè lo vedere di me Dante, nell’ampio; cioè nella larghezza, che era inestimabile, e ne l’altezza; cioè della detta congregazione de’ beati, che era immensa, Non si smarriva; cioè non si perdeva; ma bastava a vedere tutto; e però dice: ma tutto prendeva Il quanto; cioè comprendeva tutta la quantità, e ’l quale; cioè tutta la qualità, di quella allegrezza; cioè di quella beatitudine. Presso e lontano; ora tollie uno dubbio che si potrebbe fare, et è figura di Grammatica, che si chiama antipofora; potrebbe altri dire: Come potevi tu, Dante, comprendere tutta la quantità e qualità de le sedie de’ beati, che è senza misura e senza numero? Risponde che prossimità e lunghezza, lì; cioè in quello luogo di vita eterna, nè pon, nè leva; cioè nè prossimità pone a mellio vedere, nè lunghezza leva dal potere vedere; et assegna la cagione: Chè; cioè imperò che, dove Iddio senza mezzo governa; cioè in quello luogo, nel quale Iddio governa per sè medesimo, e non per altro mezzo, sì come governa lo paradiso senza mezzo nessuno: imperò ch’elli è quelli che beatifica li santi e non altri; lo mondo Iddio governa, siccome prima cagione co le cagioni seconde, sicchè nel cielo empireo, che è governato da Dio senza mezzo, La legge natural nulla rileva; cioè là legge della natura niente vi vale. E questo dice, per dichiarare lo dubbio detto di sopra; cioè che tanto è quine essere presso quanto da lunga, e tanto essere basso quanto alto: imperò che, così à la sua beatitudine chi è in bassa sedia, come colui ch’è in alta, e così colui che è da lunga, come colui che è da presso; e così dà ad intendere che la beatitudine è pari ad ognuno. Ma potrebbe alcuno dubitare e dire: S’ella è pari, a che diceno li Dottori che vi sono sedie più alle l’una che l’altra, e più presso l’una che l’altra? E così à figurato l’autore, et anco disse Cristo: In domo Patris mei mansiones multae sunt. A che si può rispondere che la diversità è secondo li meriti; ma non secondo lo premio: imperò che ’l premio è uno, come elli dice che è uno smisurato lume, del quale tutti li beati s’illuminauo parimente, ciascuno quanto in lui ne cape, benchè uno sia di maggiore capacità che un altro; sicchè la parità è da la parte del premio e da la parte del contentamento de’ beati, che ciascuno è contento sicchè non desidera più, benchè l’uno beato ne riceva più che l’altro. E però à detto l’autore che lo suo vedere così vedeva l’alto, come il basso, e quel da lunga come quello da presso; et adiunge che niente di meno Beatrice lo tirò nel mezzo di queste sedie giù nel basso dove era lo lume, che illuminava tutti li beati; lo quale lume descendeva da Dio, che àe figurato di sopra essere [p. 812 modifica]uno punto d’una smisurata luce: imperò che, bench’elli vedesse la beatitudine de’ beati perfettamente com’ella era: imperò che l’altezza non gliel tollea, nè la lunghezza; e questo era, perchè la vista sua era fortificata per lo bagnare ne la fonte de la grazia che beatifica li beati, sicchè le leggi naturali non impedivano la vista, non era però ch’elli apprendesse quello che era dirieto a lui. E questo figura l’autore, per mostrare che la grazia d’Iddio dà a l’omo quello ch’elli vuole e dimanda, non quello che elli posterga e del quale non cura; e questo tirare fece 20 Beatrice, perchè girandosi intorno vedesse tutti li beati e nessuno ne postergasse; e però dice: Nel giallo; cioè nello splendore che descendeva da Dio, che era in mezzo de le sedie de’ beati, come lo giallo sta in mezzo de la rosa bianca e vermiglia; e perchè àe figurato lo sito de’ beati a modo d’una rosa, però seguita la figurazione, dicendo: Nel giallo 21 de la rosa sempiterna; cioè della congregazione dell’anime beate che stavano in tondo, in ordine come le follie della rosa; e dice sempiterna 22, che grande tempo sono state le beate anime così, e staranno infine che risusciteranno col corpo, o vogliamo dire che sempiterna si ponga impropriamente per perpetua, — Che; cioè la quale rosa, cioè congregazione de’ beati, si dilata; cioè s’ampia, come detto è, e digrada: imperò che saglie a scalone a scalone, e redole; cioè e rende ulimento; dichiara quale dicendo: Odor di lode; ecco l’ulimento, che rende a Dio, cioè laude e gloria; e seguita la similitudine della rosa, che rende ulimento, al Sol; cioè a Dio, che è lo Sole di vita eterna, Che; cioè lo qual Sole, sempre verna; cioè sempre di lei la col suo splendore la sua corte. Quale colui; cioè in sì fatta forma e condizione quale è colui, che tace e dicer vole; cioè tace per riverenzia, e vuole dire per dimandare per certificarsi, Mi trasse; cioè tirò me Dante nel giallo della detta rosa, cioè nel mezzo, Beatrice; cioè quella mi guidava, cioè la santa Scrittura, che, essendo letta da lui, tirò l’animo suo a considerare lo numero de’ beati che è innumerabile, e disse; cioè a me Dante: Mira; cioè tu, Dante, Quant’è ’l convento de le bianche stole; cioè come grande è lo raunamento di coloro, che sono vestiti di vestimenti bianchi! Stola è vestimento. Seguita qui l’autore l’autorità di santo Ioanni, che dice ne l’Apocalissi lo numero de’ beati e li loro vestimenti, e non solamente in questo; ma in tutte l’altre cose, ch’elli à potuto cavare quinde.

C. XXX — v. 130-138. In questi tre ternari lo nostro autore [p. 813 modifica]finge come Beatrice, poi che l’ebbe tirato nel mezzo, li mostrò lo giro de la città santa, de la Ierusalem celeste, e la quantità de beati, et in particulare la sedia che aspettava lo imperadore Enrico di Lusimborgo, dicendo così: Vedi; cioè tu, Dante, nostra Città; cioè la celeste Ierusalem, che significa visione di pace, quant’ella gira; cioè quant’ella è grande! Quasi dica: Vedi ch’ella è immensurabile! Vedi li nostri scanni; cioè le nostre sedie, sì ripieni; per questo dà ad intendere che ’l numero de’ beati è grandissimo, poi che dice le sedie essere tanto piene, Che poca gente più ci si disira; cioè si desidera che vegna quassù, cioè in vita eterna; e per questo dà ad intendere che ’l numero delli eletti sia pressochè compiuto. E finge l’autore che lo dica Beatrice, benchè lo lettore debbe bene intendere che lo dice elli, e debbe pensare che ragione mosse l’autore a fingere questo, se non che li antichi vissono più virtuosamente, che non si viveva al tempo suo, e che più n’andavano a salute. E se altri volesse arguire; Elli è durato possa lo mondo, che sono state più di quattro mortalità di quelle ch’abbiamo vedute, sicchè li scanni doverebbono essere pieni, puòsi rispondere che la genie è tanto peggiorata e lo suo vivere, che, benchè li morti siano molti, li salvati sono poghissimi. E quel gran seggio; finge l’autore che Beatrice, continuando lo suo parlare, dicesse a lui dimostrandoli la sedia che aspettava lo imperadorc Enrico 23 conte di Lusimborgo, lo quale nel 1300, quando l’autore finge che avesse questa visione, non era ancora morto; ma possa morì manzi che l’autore fosse venuto a questo punto; e però fa questa fizione che Beatrice li dimostra la sua sedia inanzi che muoia; e dice grande sedia, avendo rispetto a la persona che vi dovea su sedere, a che; cioè a la quale sedia, tu; cioè Dante, li occhi tieni; cioè ragguardi colli occhi tuoi, Per la corona; ora finge che insegna, acciò che si cognoscesse chi vi doveva sedere: v’era in su la sedia una corona, che; cioè la quale corona, già v’è su posta; cioè in su la detta sedia, dove debbe sedere l’anima del detto Enrico, Prima che tu; cioè Dante, a queste nozze ceni; cioè prima che tu vegni a questa beatitudine. E perchè si chiami la beatitudine cena, potrebbe alcuno dubitare: imperò che nella sacra Scrittura si chiama così; e di questo si può rendere cagione; prima che li antichi tutte le feste e conviti facevano da sera, e non da mattina; appresso, perchè la cena significa l’ultima refezione del di’, e quella beatitudine è l’ultima refezione de’ beati, [p. 814 modifica]da la quale mai non si cesseranno: imperò che la beatitudine loro durerà in perpetuo, Sederà l’alma; cioè l’anima, che fie; cioè che sarà, giù Augosta; cioè sarà nel mondo nell’officio e ne la dignità imperiale: tutti l’imperadori sono stati detti Augusti, e le imperadrici Auguste da Ottaviano che fu dopo Iulio Cesari in qua, e significa Augusto accrescitore, et Augusta accrescitorice, Dell’alto Enrico; questo fu Enrico conte di Lusimborgo, coronato re de’ Romani; e però dice che la corona è posta in su la sedia sua per segno, a dimostrare ch’elli fu coronatlo, e non fu pure re 24; ma fu imperadore con tutte le corone coronato, ch’a drizzar Italia; cioè lo quale a rizzare Italia a vivere virtuosamente sotto libertà, e levarla da le tirannie, Verrà in prima, ch’ella sia disposta; cioè innanti che Italia sia disposta a ricevere la sua liberazione. E questo dice: imperò che non potò dirizzare l’Italiani a vivere sotto iustizia e libertà, sicchè in vano fu la venuta sua: questi è quelli che fu avvelenato a Buonconvento. L’autore nostro, considerata la virtù di questo 25 imperadore, lo quale fu diritto omo et iusto signore; e, secondo che si dice, accorgendosi che nel corpo di Cristo era lo veleno, quando si comunicò che era infermo, non lassò di prenderlo, dicendo: Poi che tu, che se’ Signore del cielo e de la terra, ài ricevuto lo veleno e non l’ài rifiutato, io riceverò 26 in quanto me ne facci degno, e non rifiutò; e così lo prese e morì, e lo corpo suo fu portato a Pisa et onorevilmente fu sepulto ne la chiesa maggiore, di rieto a l’altare maggiore in una onorevole sepultlura. E questa fizione fa di lui l’autore, perchè lo cognobbe e fu al tempo suo, e vidde le sue virtù; e, se fusse vissuto 27, arebbe domato la superbia de’ Fiorentini, et arebbe rimesso l’autore in Firenze e ritornato lui e li altri usciti di Fiorenza in casa loro.

C. XXX — v. 139-148. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge che Beatrice, continuando lo suo parlare de la morte dello imperadore Enrico e della sua beatitudine e delle condizioni d’Italia, fa menzione di papa Chimento di Guascogna, che fu al tempo del detto imperadore e fu contrario a lui, dicendo così: La cieca cupidigia; cioè lo desiderio della signoria e delle ricchezze, che li omini ciechi, che; cioè la quale avarizia et ambizione, v’ammalia; cioè ammalia voi uomini d’Italia, cioè vi tiene legati, come fa la malizia li omini, che sono ammaliati, Simili fatti v’à; cioè [p. 815 modifica]voi Italiani, al fantolino; cioè al fanciullo, che latta, Che; cioè lo quale fantolino, muor per fame; cioè per bisogno di lattare, e sì è ritroso che non vuol lattare, e caccia via la balia: spesse volte addiviene che li fanciulli rovinosi, quando la balia s’accosta per dare la puppa, la cacciano via spingendola co la mano; e così fate voi, Italiani, che avete bisogno del signore che vi dirizzi e mantengavi in libertà, e voi lo cacciate via; e, rifiutatolo, siccome fu rifiutato lo detto imperadore, e’ moritte. E fia prefetto; cioè e sarà preposto, nel foro divino; cioè nella corte ecclesiastica, cioè nel papato, Allora; cioè quando lo detto Enrico verrà a dirizzare Italia, tal; cioè uno pastore sì fatto: questi fu papa Chimento di Guascogna, che ’n palese e ’n coverto; cioè occultamente e palesemente, Non anderà con lui; cioè col detto imperadore Enrico, per un cammino; cioè non s’accorderà con lui; ma sarà contrario a lui. Ma poco poi sarà da Dio sofferto; cioè ma poi che ’l detto papa si 28 scorderà da lui, poco sarà sostenuto da Dio nello uficio: imperò che morrà, Nel santo uficio; cioè nel papato, che è officio santo et appartiensi ai santi uomini, ch’ei; cioè che elli, cioè papa Chimento, serà detruso; cioè sarà rinchiuso ne lo inferno, dove sono li fori nei quali nel xix canto do la prima cantica finge che siano piantati li simoniaci col capo di sotto; e però dice: Là, dove; cioè in quello luogo, nel quale, Simon; cioè Simon mago, che volse comperare con pecunia da li Apostoli la grazia dello Spirito Santo; ma santo Piero li rispuose: Pecunia tua tecum sit in perditione; e però l’autore incominciò quel canto: O Simon mago, ec. -, è per suo merto; cioè por lo merito suo di papa Chimento: più tosto si debbe intendere demerito, cioè per lo suo peccato, E farà quel d’Alagna; cioè papa Bonifazio che fu d’Alagna, come fu detto nel sopra detto canto, quando dice lo testo: Or se’ tu costì ritto, Bonifazio? -, andar più giuso: imperò che finge l’autore che, quando veniva lo peccatore, stava fitto nel buco col capo di sotto e le gambe di sovra; e poi, quando veniva l’altro, quel di prima andava giuso, e l’altro che veniva rimaneva fitto al detto modo. E perchè papa Chimento fu simoniaco, però finge ch’elli andrà ne lo inferno quine, dov’è papa Bonifacio, che fu anco simoniaco. E qui finisce il canto xxx de la terza cantica, e seguita lo xxxi.

Note

  1. Simbolo dell’infinito. La mente nostra, pensando l’infinito, pare che lo inchiuda e siane il contenente; ma non è vero: perocchè essa ne è contenuta, ed appunto perchè nol contiene, l’infinito è incomprensibile. Il sovrintelligibile à luogo, quando l’intelligibile non può capire nell’intelligente. V. Gioberti, Protologia, Vol. I. E.
  2. C. M. Tornar con gli occhi a Beatrice; cioè tornare me Dante con gli occhi a riguardare Beatrice mia guida. E moralmente queste du’ cose, cioè lo non vedere, e l’amore, strinseno la ragione e lo ’ntelletto mio a vedere quello che dicesse la santa Scrittura de’ fatti di vita eterna, della quale niente per sè vedea, et amore grandissimo avea di trattarne: imperò questo è lo fine di questa terza cantica, e massimamente ora che finge di montare dalla nona spera al cielo empireo. Seguita.
  3. C. M. La mente mia da me medesmo scema; cioè la virtù mia apprensiva, estimativa e memorativa manca et indebilisce per lo Sole, quando ella più lo teme, e così io indebilia dell’altezza della materia, come la vista indebilisce dall’eccesso dello splendore del Sole. Seguita.
  4. L’ultimo vince l’artista: conciossiachè l’ultimo dell’arte sia palingenesiaco, e quindi infinito. E.
  5. C. M. quel, che s’à proposto di dire, o a quel che ne può sapere: imperò
  6. Dulcore, da dulco o dolco vivente sempre in bocca del popolo toscano. E.
  7. C. M. cioè lo quale amore contenta l’amore di paradiso,
  8. Domini
  9. C. M. li fusse mostrato.
  10. C. M. è illuminatrice della
  11. Grammatica; lingua latina. E.
  12. Possino, vadino, vegnino e simili sono desinenze che non dispiacquero neppure ai cinquecentisti, come altrove si ò accennato, adducendone la ragione. E.
  13. Rua, dal ruere latino. E.
  14. C. M. onda di sì fatto modo descende
  15. Dessa; stessa. E.
  16. C. M. dice che si li cambiò:
  17. Pognano; pognamo, prima persona plurale oggi da non si adoperare senza affisso. E.
  18. Ritorno. Questo è il sano concetto della Filosofia italica da Pitagora al Gioberti. L’uomo creato da Dio dee perfezionarsi, affine di rendersi degno di tornare a Dio. E.
  19. La rosa rende simbolo di esso vero infinito, della virtù infinita, primo sospiro di Dante nelle sue liriche, ultima festa del suo poema. Dante effigiato con tre rose in mano, apparisce quale da Giotto volle essere rappresentato, in atto di cantare la sua vaga «Fresca rosa novella - piacente primavera». E.
  20. C. M. e questo finge che Beatrice lo tirasse in mezzo, perchè
  21. Nel cod. Palatino edito dal cav. Palermo si à: Nel giglio della rosa ec. E.
  22. C. M. sempiterna: imperocchè grande tempo è stata la beatitudine de’ beati e starà, infine che resusciteranno le anime coi corpi, o
  23. Arrigo o Enrico di Lucemburgo era di Val di Reno della Magna e cinse la corona di ferro nel 6 gennaio del 1311. La sua coronazione imperiale seguì a Roma nel Laterano addi’ 29 giugno 1312. Nell’agosto del 1313 avviatosi in verso Napoli, cadde malato a Bonconvento, castello a dodici miglia da Siena, ed ivi morì ai 24 dello stesso mese. E.
  24. C. M. re de’ Romani; ma vero imperadore
  25. C. M. di questo signore iustissimo, lo quale fu cristianissimo: imperò che, secondo che
  26. C. M. io riceverò te in quanto me ne facci e, non ti rifiuterò:
  27. Di qui pure mostrasi aperto quanto al Divino Poeta stesse a cuore l’unità dell’Italia, la quale col solo impero egli reputava sarebbesi recata ad esecuzione. E.
  28. Si scosterà?-E.
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