Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XXI

Paradiso
Canto ventunesimo

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Paradiso - Canto XX Paradiso - Canto XXII
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C A N T O     XXI.





1Già eran li occhi miei refissi al volto1
     De la mia donna, e l’animo con essi,
     Da ogni altro intento s’era tolto.2
4E quella non ridea; ma: S’io ridessi,
     Mi cominciò, tu ti faresti quale3
     Fu Semele, quando di cener fessi;
7Chè la bellezza mia, che per le scale
     De l’eterno palazzo più s’accende,
     Come ài veduto, quanto più si sale,
10Se non si temperasse, tanto splende,
     Che ’l tuo mortal potere al mio fulgore
     Serebbe fronda, che trono scoscende.4 5
13Noi siam levati al settimo splendore,
     Che sotto ’l petto del Leone ardente
     Raggia mo misto giù del suo valore.
16Ficca di rieto alli occhi tuoi la mente,6
     E fa di quelli specchio a la figura.7
     Che in questo specchio ti sarà parvente.

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19Qual savesse qual’era la pastura
     Del viso mio nell’aspetto beato,
     Quand io mi trasmutai dall’altra cura.8
22Cognoscerebbe quanto m’era a grato
     Obedire a la mia celeste scorta,
     Contrapesando l’un coll’altro lato.
25Dentro al cristallo, che ’l vocabul porta,
     Cerchiando ’l mondo, del suo caro duce,9
     Sotto cui giacque ogni malizia morta,
28Di color d’oro, in che raggio traluce,
     Vidd’io uno scaleo eretto in suso
     Tanto, che nol seguiva la mia luce.
31Viddi anco per li gradi scender giuso
     Tanti splendor, ch’io pensai ch’ogni lume.
     Che par nel Ciel, quinde fusse diffuso.
34E come, per lo natural costume
     Le pole insieme al cominciar del giorno
     Si muoveno a scaldar le fredde piume;
37Poi altre vanno via senza ritorno,
     Altre rivolgon sè unde son mosse,
     Et altre roteando fan soggiorno;
40Tal modo parve a me che quivi fosse
     In quello sfavillar, che ’nsieme venne.
     Sì come in certo grado si percosse.
43E quel, che presso più ci si ritenne,
     Si fe sì chiaro, ch’io dicea pensando:
     Vegg’io ben l’amor, che tu m’accenne.10

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46Ma quella, ondi’io aspetto el come e ’l quando11
     Del dir e del tacer, si sta; ond’io12
     Contra ’l disio fo ben s’io non dimando.
49Per ch’ella, che vedea il tacer mio
     Nel veder di Colui che tutto vede,
     Mi disse: Solve ’l tuo caldo disio.
52Et io incominciai: La mia mercede
     Non mi fa degno de la tua risposta;
     Ma per colei che ’l chieder mi concede,
55Vita beata, che ti stai nascosta
     Dentro a la tua letizia, fammi nota
     La cagion, che sì presso mi t’accosta;13
58E dì perchè si tace in questa rota
     La dolce sinfonia di paradiso,
     Che giù per li altri suona sì devota.14
61Tu ài l’udir mortal, com’ài ’l viso,
     Rispuose a me; unde qui non si canta
     Per quel che Beatrice non à riso.
64Giù per li gradi de la scala santa15
     Discesi tanto sol, per farti festa
     Col dire e co la luce che m’ammanta,
67Nè più amor mi fece esser più presta:
     Chè più e tanto amor quinci su ferve.
     Siccome ’l fiammeggiar ti manifesta.
70Ma l’alta carità, che ci fa serve
     Pronte al consiglio, che ’l mondo governa.
     Sorteggia qui, siccome tu osserve.16
73Io veggio ben, diss’io, sacra lucerna,
     Come libero amore in questa corte
     Basta a seguir la providenzia eterna.

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76Ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
     Perchè predestinata fosti sola17
     A questo officio tra le tuo’ consorte.18
79Non venni prima a l’ultima parola.
     Che del suo mezzo fece il lume centro,
     Girando sè come veloce mola.
82Poi rispuose l’amor, che v’era dentro:
     Luce divina sopra me s’appunta,
     Penetrando per questa, onde io mi v’entro.19
85La cui virtù col mio veder coniunta
     Mi leva tanto sovra me, ch’io veggio
     La somma Essenzia, de la quale è munta.
88Quinci vien l’allegrezza ond’io fiammeggio,
     Per che ’n la vista mia, quant’ella è chiara,20
     La chiarità della fiamma pareggio.
91Ma quell’alma nel Ciel che più si schiara,
     Quel Serafin che ’n Dio più l’occhio à fisso
     A la dimanda tua non satisfarai21
94Però che sì s’inoltra ne l’abisso22
     De l’eterno statuto quel, che chiodi,
     Che da ogni creata vista è scisso.
97Et al mondo mortal, quando tu riedi,
     Questo rapporta, sicchè non presumma
     A tanto segno più muover li piedi.
100La mente, che qui luce, in terra fumma;
     Onde ragguarda, come può, laggiue
     Quel che non puote, poi che ’l Ciel l’assumma.

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103Sì mi prescrisser le parole sue,
     Che io lassai la question, e me ritrassi
     A dimandarlo umilmente chi fue.23
106Tra i du’ liti d’Italia surgon sassi,
     E non molto distanti a la tua patria,
     Tanto che i tuoni assai suonan più bassi,24
109E fanno un gibbo, che si chiama Catria,
     Sotto lo quale è consecrato un ermo.25
     Che suol esser disposto a sola latria
112Così ricominciommi il terzo sermo;
     E poi continuando, disse: Quivi
     Al servigio d’Iddio mi fei sì fermo.
115Che pur con cibi di liquor d’ulivi
     Lievemente passava caldi e gieli,26
     Contento nei pensier contemplativi.
118Render solea quel chiostro a questi Cieli
     Fertilemente, et ora è fatto vano,
     Sicchè tosto convien che si riveli.
121In quel luogo fu’ io Piero Dammiano;
     E Pietro peccator fui ne la casa
     Di Nostra Donna in sul lito adriano.
124Poca vita mortal m’era rimasa,
     Quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
     Che pur di male in peggio si travasa.
127Venne Cephas, e venne il gran vasello27
     De lo Spirito Santo, magri e scalzi
     Prendendo ’l cibo da qualunche ostello.28

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130Or vollion quinci e quindi chi rincalzi
     Li moderni pastori, e chi li meni:
     Tanto son gravi, e chi di rieto li alzi.
133Cuopren dei manti loro i palafreni,
     Sicchè due bestie van sotto una pelle:
     0 pazienzia, che tanto sostieni!
136A questa voce vidd’io più fiammelle
     Di grado in grado scender e girarsi,
     Et ogni giro le facea più belle.
139D’intorno a questa vennero e fermarsi,
     E fer un grido di sì alto suono,
     Che non potrebbe qui assimigliarsi;
     142 Nè io le ’ntesi: sì mi vinse il tuono.29

  1. v. 1. C. M. rifissi
  2. v. 3. C. A. E da ogni
  3. v. 5. C. A. Incominciò,
  4. v. 12. Trono per tuono odesi pur oggi fra il popolo in assai luoghi d’Italia e viene dal tro dei Provenzali. E.
  5. v. 12. C. A. tono
  6. v. 16. C. M. occhi miei
  7. v. 17. C. A. specchi alla
  8. v. 21. C. A. ad altra
  9. v. 26. C. A. chiaro duce,
  10. v. 45. Vegg’io. Il Tasso fine conoscitore delle proprietà poetiche, in una sua prosa osserva come l’io posposto al verbo aggiunga maggior forza all’ espressione. E.
  11. v. 46. C. A. il come e il
  12. v. 47. C. M. Del dire del tacer si stava
  13. v. 57. C. M. Le
  14. v. 60. C. A. l’ altre
  15. v. 64. C. A. mortal sì come il
  16. v. 72. C M. sì come
  17. v. 77. C. A. fossi sola
  18. v. 78. C. M. le tuoe — C. A. le tue
  19. v. 84. C. M. m’inentro,— C. A. in ch’io m’inventro,
  20. v. 89. C. M. Perchè la — C. A. Perchè alla
  21. v. 93. Satisfara; satisfaria, satisfarebbe che sono tutte voci del futuro imperfetto condizionale, e la prima è imitata dai Trovadori che dicevano amaria, amara. E.
  22. v. 94. C. M. sì involuto nel
  23. v. 105. C. A. dimandarla
  24. v. 108. C. M. che i buoni
  25. v. 110. C. A. Di sotto al
  26. v. 116. C. A. i caldi e’ gieli,
  27. v. 127. C. M. vagello
  28. v. 129. C. M. qualunque ostello.
  29. v. 142. C. A. lo intesi :




c o m m e n t o


Già eran li occhi miei ec. Questo è lo xxi canto di questa terza cantica, nel quale l’autore finge come montò dal sesto al settimo, cioè da Iove a Saturno. E dividesi questo canto in due parti: imperò che prima dimostra quale si fe Beatrice nel vii pianeto, e come quelli beati spiriti che quine si rappresentavano come li vidde, e come uno si fece in verso lui, e come li fece dimandita 1; nella seconda parte dimostra come quella anima beata li rispuose, et incominciasi quine: Poi rispuose l’amor ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima dimostra quale vidde Beatrice poi che fu sallito a quello vii pianeto, e quello ch’ella disse; nella seconda parte finge chente elli vidde quel pianeto descrivendolo, et incominciasi quine: Qual savesse ec.; nella terza parte finge come quelli beati spiriti, che quine si rappresentavano, li pareano ascendere e descendere per una scala la cui altezza non vedeva, e come uno beato spirito fiammeggiò in verso lui, perch’egli s’accorse che li voleva parlare, et incominciasi [p. 596 modifica]quine: E come per lo natural ec.; nella quarta parte finge come Beatrice l’ammonisce ch’elli dimandi quella beata anima, e com’elli dimanda, et incominciasi quine: Ma quella ond’io aspetto ec.; nella quinta parte finge come quella beata anima addimandata rispuose al suo dimando che prima avea fatto, et incominciasi quine: Tu ài l’udir mortal ec.: nella sesta parte finge l’autore come per la risposta fattali al primo dimando li venne un altro dubbio, e come ne dimandò quello beato spirito che era venuto, et incominciasi quine. Io veggio ben ec. Divisa adunqua la lezione, ora ò da vedere lo testo coll’esposizioni letterali, allegoriche e morali.

C. XXI — v. 1-18. In questi sei ternari lo nostro autore finge come si trovò sallito dal sesto pianeto al vii; cioè da Iove a Saturno, e come elli ragguardò Beatrice; e dice come la vidde fatta quine, e quello ch’ella disse a lui, dicendo: Già eran li occhi miei; cioè di me Dante, refissi; cioè rifermati, al volto De la mia donna; cioè di Beatrice che era mia guida per lo cielo, come Virgilio fu per lo inferno e purgatorio: imperò che l’autore in questa cantica seguita la santa Scrittura nelle sentenzie, benchè ci mescoli, sua poesi; e però dice che, partito dell’una materia, non volse incominciare l’altra che innanzi non ragguardasse quello che voleva della materia, che aveva a trattare, la santa Scrittura; e però dice che li occhi suoi, cioè la ragione e lo intelletto suo, s’erano fermati al volto; cioè a la voluntà di Beatrice innanti che volesse andare più oltra: e non solamente li occhi; ma ancora la intenzione che io aveva della materia, e però dice: e l’animo; cioè mio di me Dante, con essi; cioè insieme coi miei occhi, Da ogni altro intento; cioè da ogni altra intenzione, s’era tolto; cioè s’era levato e dato a la materia che dovea seguitare. E quella; cioè Beatrice, non ridea: imperò che in questo pianeto, come si dirà di sotto, si rappresentano li beati spiriti che sono stati contemplativi, e non attivi, sicchè Beatrice, cioè la santa Scrittura, ve tratta d’essi, non li mostra ridenti; ma sobri, modesti nelli atti, e tutti tratti in alto co la mente a Dio in estasi, ma: S’io ridessi; cioè se io Beatrice ridessi, Mi cominciò; cioè a dire a me Dante, tu ti faresti; cioè diventresti tale, quale Fu Semele, quando di cener fessi; cioè quando Semele arse e diventò cenere; quasi dica: Tu arderesti d’amore. La fizione di Semele fu detta ne la prima cantica nel canto xxx, cioè: Nel tempo che Giunone ec. Per questo dà ad intendere che, come Semele arse venendo a lei Iove nell’essenzia sua, com’ella dimandò; così arderesti tu, Dante, se io ti mostrasse lo riso e l’allegrezza che ànno l’anime contemplative, quando contemplano Iddio, quando Iddio mostra loro la sua carità 2, et [p. 597 modifica]infunde in loro alcuno fervore de la sua carità che è più ardente 3 che fuoco. Chè la bellezza mia cioè imperò che la mia bellezza, cioè di me Beatrice, che; cioè la quale, per le scale; cioè per li montamenti, De l’eterno palazzo: cioè di vita eterna, più s’accende: imperò che, come àe finto di sopra, sempre quanto àe più montato suso, tanto àe mostrato Beatrice più bella; e però dice: Come ài veduto; cioè tu, Dante, quanto più si sale; cioè quanto più salliamo in su. E questo è secondo allegorico intelletto: imperò che quanto la santa Scrittura più s’inalza a trattare delle cose alte d’Iddio, tanto è più bella. Se non si temperasse; cioè lo suo fulgore, tanto splende; cioè la mia bellezza a vale più, che nelli altri pianeti passati, Che ’l tuo mortal potere; cioè che la tua potenzia, che se’ mortale e non se’anco venuto a perfezione di beatitudine, al mio fulgore; cioè al mio splendore, Serebbe fronda: cioè come fronde d’arbore, che; cioè la qual fronde, trono scoscende; cioè tuono fa cadere, cioè come la fronde cade, che non può sostenere l’impeto del tuono; così cadrebbe la tua potenzia visiva, che non potrebbe sostenere lo mio fulgore. E nota qui, lettore, lo grande eccesso dal tuono a la fronde; così da la potenzia di Dante al fulgure di Beatrice. Noi; parla Beatrice e dice a Dante: Noi siam levati; cioè tu, Dante, et io Beatrice, al settimo splendore; cioè al settimo pianeto del cielo, che è Saturno, Che sotto ’l petto del Leone ardente Raggia mo; cioè lo quale Saturno ora è sotto quel segno, che si chiama Leone, misto giù del suo valore; cioè mescolato giù nel mondo del valore del Leone. Nel 1300 lo primo venardi’ poi che ’l Sole è intrato in Ariete, finge l’autore che avesse questa visione et allora Saturno era in Leone, secondo lo suo corso. Ficca di rieto alli occhi tuoi la mente; dice Beatrice a Dante: Ficca la mente tua a considerare di rieto alli occhi, cioè secondo che vedeno li occhi tuoi, E fa di quelli; cioè de’tuoi tu, Dante, specchio a la figura; cioè sicchè in essi riluca, come specchio, Che; cioè la qual figura, in questo specchio; cioè in questo pianeto rilucente, siccome specchio, tutti corpi celesti sono ricettivi di luce dal Sole; così dice che in Saturno riluceva una figura che rappresenterà lo stato di quelle anime che sono state beate, seguitando la sua buona influenzia della virtù contemplativa, ti sarà parvente; cioè apparrà a te Dante. E perchè l’autore àe dimostrato, secondo lo moto usato, che subito salitte da Iove in Saturno, debbiamo vedere quanto è l’altezza maggiore di Saturno e la minore, come abbiamo veduto delli altri. E prima debbiamo sapere che la minore altezza di Saturno, che è la maggiore di Iove, è, secondo che dice Alfragano capitolo xxi e xxii, [p. 598 modifica]quarantase’ volte, mille volte mille millia 4 et ottocento sessanta volte mille millia, e dugento cinquanta millia. E la sua maggiore altezza che termina coll’ottava spera, è sessantacinque volte mille volte mille millia e trecento cinquanta sette volte, mille millia e cinquecento millia; sicchè, come è detto di sopra nelli altri simili luoghi, si può e debbe comprendere che ’l montare dell’autore fu mentale, e che la mente subitamente vola dove ella vuole. Et oltra cioè debbiamo notare la natura di Saturno e le sue influenzie, acciò che veggiamo, perchè l’autore finge che quine si rappresentino quelli beati spiriti, e perchè fa intorno a ciò sì fatte fizioni. E perciò debbiamo sapere, siccome Albumasar nel trattato vii, differenzia nona 5, la natura di Saturno è fredda, secca, malenconica, tenebrosa, di grave asprezza, e forse sarà fredda et umida e di brutto colore, e quella è di molto mangiare e di vero amore, e significa opera d’umidità, e di lavorio di terra, et autori di maesteri 6, e popolazione di terre, edifici, et acque e fiumi, e quantità, o vero misure di cose, e divisioni di fratelli, abundanzia e multitudine di sustanzia, e magisteri che s’operano co le mani, et avarizia e povertà grandissima e poveri. E significa nave in mare e peregrinazioni di lungi e ria e lunga, e malizia, invidia et ingegni e seduzioni, et ardire nei periculi, et impaccio e retrazione, e singularità, e poganza di compagnia di uomini, e superbia e magnanimità, e simulazione, e vantamento, e subiezione d’uomini dispositori di regno, e d’ogni opera che si faccia con forza o con male, et iniurie et iracundia, combattitore, legamento e prigione, veritate in parole, dilezione e speziosità, et intelletto, esperimenti e studi in callidità e moltitudine di pensieri e profundità di consillio, accostamento d’una opera, non agevilemente si coruccia, e quando se 7 corucciato non potrà signoreggiare l’animo suo, a nessuno desidera bene. E significa vecchi e ponderosi omini, e gravitadi e paura, pianti e tristizia et involuzione d’animo e fraude, et affrizione 8, e distruzione e perdimento, e morti e reliquie di morti, pianto et orfanità e cose antiche, avoli, zii, fratelli maggiori, servi, e mulattieri, et omini che sono vituperati e ladroni, e coloro che cavano li sepolcri, e quelli che furano li vestimenti de’ morti, et acconciatori di cuoia, e coloro che vituperano li omini, magi e guerrieri, e vili omini. E significa abbondanzia di pensieri, poghezza di parlare, e scienzia di segreti, e niuno sa che sia nell’animo suo nè si manifesta ad alcuno, savio in ogni cosa profonda, e significa poganza [p. 599 modifica]di sustanzie. E per questo finge l’autore che nel detto pianeto si rappresentino li eremiti e li omini contemplativi, perchè ànno seguitato le influenzie di tale pianeto nelle loro buone operazioni, mentre che sono stati nel mondo. E però di questi così fatti omini, che sono stati poveri contemplativi et eremiti, farà menzione in questo pianeto Saturno, sotto ’l quale, cioè sotto lo re Saturno che fu prima re di Creta, poi d’Italia, cioè di quella parte che si chiamò Lazio: perocchè ebbe allora lo mondo omini in Italia di sì fatte condizioni, cioè rustici e pacifici e non curanti de le cose del mondo; ma sì di quelle del cielo, disseno li Poeti che sotto Saturno fu l’età aurea più preziosa che tutte l’altre, perchè li omini a rispetto dell’altre visseno in stato d’innocenzia. E però finge l’autore che li beati di sì fatta condizione si rappresentino quine, perchè è stato che più piace a Dio, cioè lo stato dei contemplativi; e però disse Cristo: Optimam partem elegit sibi Maria, et non auferetur ab ea 9. Seguita.

C. XXI — v. 19-33. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come, ammonito da Beatrice, si diede a riguardare lo settimo pianeto; cioè Saturno, e dice come lo vidde fatto, dicendo così: Qual; cioè colui lo quale, savesse; cioè sapesse, qual’era la pastura Del viso mio; cioè chente era la refezione, che sentiva la mia vista, nell’aspetto beato; cioè nel ragguardamento beato che io foce va nel volto di Beatrice, come appare al principio del canto, quando dice: Già eran li occhi miei refissi al volto De la mia donna — , Quand’io; cioè Dante, mi trasmutai dall’altra cura; cioè dall’altro pensieri, che io aveva della materia passata. Ecco che dichiara lo tempo, quando ebbe lo viso suo sì fatta refezione e sì fatto diletto; cioè quando lasciò lo pensieri de la materia passata, e tornò a vedere quello che vuole la santa Teologia demonstrare de la materia presente. E questo è secondo l’allegoria; nella quale considerazione mostra ch’avesse grandissimo diletto; e però finge che gli occhi suoi avesseno sì grande diletto, ragguardando ’l volto di Beatrice. E seguita e dice che chi sapesse questo, cognoscerebbe quanto volontieri obediva Beatrice, che per obedirla, rimossi li occhi suoi dal suo volto, unde ricevea tanto diletto, e volseli a ragguardare lo pianeto Saturno, com’ella li comandò; e però dice: Cognoscerebbe; cioè quel così fatto, quanto m’era a grato; cioè in quanto piacere m’era, Obedire a la mia celeste scorta; cioè a Beatrice che mi scorgea e guidava per lo cielo, poi che per obedirla mi levai da tanta consolazione e tanto bene, quanto io aveva in ragguardare lo suo [p. 600 modifica]volto, Contrapesando l’un coll’altro lato; cioè contrapesando la voluntà dell’obedire col diletto che io sentiva, ragguardando lo suo volto. E dichiarato, come obediva volentieri a Beatrice; e, come per obedire a lei, rivolse li occhi dal volto suo a ragguardare lo pianeto Saturno, dichiara quel che vidde, dicendo: Dentro al cristallo; cioè dentro al corpo di Saturno che era fatto come uno cristallo, e così splendido e lucido e di colore bianco 10 d’ariento, che ’l vocabul porta; cioè lo quale cristallo porta lo nome, del suo caro duce; cioè di Saturno re di Creta che, cacciato da Iove suo figliuolo del regno venne in Italia in quella parte che si chiamà 11 Lazio, che è propriamente terra di Lavoro da Roma in su co la Campagna, et insegnò alli abitatori lo culto della terra e ponere le vigne; e perchè seguitò le influenzie del pianeto predetto, però dice l’autore ch’era caro Saturno al detto pianeto, e però fu posto lo detto nome, cioè Saturno, al pianeto: imperò che li Poeti, fingendo che Saturno fusse iddio quando morì, che era deificato e che era in cielo in quel pianeto, e così lo incominciorno a chiamare Saturno. E s’altri volesse opponere a quel ch’io dico per l’autorità d’Ovidio che dice: Postquam, Saturno tenebrosa in Tartara misso, Sub Iove mundus erat ec., debbesi intendere che Ovidio, secondo la lettera, parlò secondo la esposizione dei Poeti, che diceno che l’ombra d’ogni cosa va a li infernali; e secondo l’allegoria intese che, poi che ’l pianeto Saturno si cessò di dare la sua influenzia nel nostro emisperio e diedela nell’altro, e così fa vero quello che detto è. Cerchiando ’l mondo: imperò che questo pianeto fa la sua circulare revoluzione per cielo, come li altri pianeti, Sotto cui; cioè sotto lo quale re Saturno di Creta 12, giacque ogni malizia morta: imperò che nel suo regno in Creta et in Lazio l’omini furono puri et innocenti, sicchè la malizia giaceva e stava abbattuta e non vigeva 13 ne li omini, come fa avale. Di color d’oro, in che; cioè nel quale oro, raggio; cioè di qualche luce, traluce; cioè risplende, Vidd’io; cioè io Dante viddi, uno scaleo; cioè una scala di colore d’oro, fatto come detto è, eretto; cioè dirizzata la detta scala, in suso; cioè in verso lo cielo empireo, Tanto; cioè in sì grande altezza, che nol seguiva la mia luce; cioè la mia vista non poteva seguire la sua altezza, cioè della detta [p. 601 modifica]scala. Questa scala figura lo sallimento de le menti contemplative, che è di virtù in virtù che sono più preziose che l’oro; e però finge che sia d’oro. E perchè le menti si levano infine a Dio, però finge che li suoi occhi corporali non vedevano la sua altezza; e questo è secondo l’allegoria. Secondo la lettera dimostra la grande distanzia che è dal pianeto di Saturno al cielo empireo, dicendo che la vista corporale nol può vedere. Viddi; cioè io Dante, anco; cioè oltra quello che detto è, per li gradi; cioè per li scaloni de la detta scala, scender giuso; cioè dal cielo empireo a noi, cioè a Beatrice et a me, Tanti splendor; questi finge l’autore che fussono beati spiriti, che si rappresentasseno quine, secondo la sua fizione che erano stati contemplativi; e dice Tanti; cioè sì innumerabile quantità, ch’io; cioè che io Dante, pensai ch’ogni lume, Che par nel Ciel; cioè d’ogni pianeto e d’ogni stella, quinde; cioè da quelli splendori, che io vedeva, fusse diffuso; cioè sparto da essi, e rilucesse poi nel cielo nei corpi ricevevili di luce e diffusivi di quella. Seguita.

C. XXI — v. 34-45. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come poi li detti beati spiriti, che apparveno, si diviseno in tre parti come furno a certo grado de la detta scala. Et, a dimostrare questo, arreca una similitudine di certi uccelli ch’elli chiama pole, come appare nel testo; e però dice così: E come, per lo natural costume; cioè e siccome per lo costume e per l’usanza, che àe dato loro la terra, Le pole; cioè quelli uccelli così chiamati, insieme al cominciar del giorno; cioè quando incomincia apparire lo Sole, Si muoveno a scaldar le fredde piume; cioè si muoveno tutte insieme e volano per iscaldarsi, che sono fredde per lo freddo della notte; e poi che sono volate 14 un pezzo, et elle si divideno, e però dice: Poi; cioè ch’ànno volato insieme alcuno spazio, altre vanno via senza ritorno; cioè alcune di quelle pole vanno senza tornare più a luogo, onde si muoveno, Altre; cioè di quelle pole, rivolgon sè unde son mosse; cioè ritornando a quel medesimo luogo dove sono state la notte, Et altre roteando; cioè girando e volando in tondo, fan soggiorno: imperò che si stanno quine, dove sono. Tal modo; cioè quale detto è delle pole, parve a me; cioè Dante, che quivi; cioè in quello luogo, fosse; cioè nel pianeto Saturno, In quello sfavillar; cioè in quello splendore gittato subito, che ’nsieme venne: imperò che quelli beati spiriti molti insieme tutti vennono ad una ora, et ad uno certo grado si partitteno; e però dice: Si come in certo grado 15 si percosse; cioè insieme tutti: imperò che alcuni tornorno in su [p. 602 modifica]unde erano venuti, et alquanti andorno altro’ 16, et alquanti roteorno quine. E questa fizione non à fatto l’autore senza cagione; ma sotto senso allegorico dimostra come a la fantasia sua si rappresentorno alquanti beati spiriti che sempre erano stati contemplativi, e questi che sono quelli che ritornorno unde erano venuti; imperò tali beati animi sempre da Dio tornano a Dio, alquanti vanno altro’; e questi sono quelli che lasciato ànno la contemplazione e sono iti di rieto a le virtù attive poi, et altri sono che roteano e girano quine; e questi sono quelli che, usciti de la contemplazione, girano per certi atti virtuosi; ma pur ritornano a la contemplazione. E seguita poi di questi terzi attivi, dicendo: E quel, che presso più ci si ritenne; cioè e quel beato spirito che ci si ritenne più presso, cioè nell’attiva sua, per sodisfare a me Dante che avea bisogno di lui, che fu atto di carità, Si fe sì chiaro; e questo fu per lo grande fervore de la carità, che mostrò, ch’io; cioè che io Dante, dicea pensando; cioè diceva col pensieri, io Dante, Vegg’io ben l’amor che tu; cioè beato spirito, m’accenne; cioè mi dimostri coi cenni e cogli atti. Seguita il testo: Ma quella ec.

C. XXI — v. 46-60. In questi cinque ternari lo nostro autore finge com’elli diceva nel suo pensieri, oltra le parole dette, ancora quelle che seguitano ora in questa parte; e come Beatrice, vedendo lo suo tacito pensieri, lo confortò ch’elli dimandasse lo beato spirito che s’era approssimato, dicendo così: Ma quella; cioè Beatrice; ond’io; cioè dalla quale io Dante, aspetto el come e ’l quando Del dir e del tacer; cioè l’ammonimento e lo conforto, quando si debbia e come si debbia tacere; e così come si debbia tacere, e quando si debbia dire, si sta; e non mi dice nulla, ond’io; cioè unde io Dante, Contra’l disio; cioè contra lo mio desiderio, fo ben; cioè faccio bene, s’io non dimando; cioè non dimando questo beato spirito, ben ch’io desideri di sapere. Per ch’ella; cioè per la qual cosa ella, cioè Beatrice, che; cioè la quale, vedea il tacer mio; cioè lo tacer di me Dante: imperò che vedeva quello ch’io tacitamente pensava, Nel veder di Colui; cioè nel veder d’iddio, che; cioè lo quale Iddio, tutto vede; imperò che ogni cosa vede, Mi disse; cioè a me Dante: Solve ’l tuo caldo disio; cioè solve lo tuo ardente desiderio. Et, avuta la licenzia da Beatrice, incominciò a parlare, e però dice: Et io; cioè Dante, incominciai; cioè a parlare così a lo spirito che era venuto: La mia mercede; cioè lo mio merito, Non mi fa degno de la tua risposta; cioè io non so 17 degno per mio merito che tu mi risponda. Ma per [p. 603 modifica]colei; cioè per Beatrice, che ’l chieder mi concede; cioè la qual mi concetta ch’io ti dimandi, Vita beata; cioè tu, anima beata, che ti stai nascosta Dentro a la tua letizia; cioè dentro al tuo splendore, che dimostra la tua letizia, fammi nota la cagion; cioè fammi manifesta la cagione, che; cioè la quale, sì presso mi t’accosta; cioè perchè se’ venuta sì presso a me più, che l’altre. E dì; ancora tu, beata anima, perchè si tace in questa rota; cioè in questo pianeto Saturno, che rota intorno al mondo, come li altri pianeti, La dolce sinfonia; cioè lo dolce concorde vile canto, di paradiso; cioè di vita eterna, Che giù; cioè la quale di sotto da questo pianeto, per li altri; cioè pianeti, suona sì devota; cioè sode sonare sì devotamente da quelli beati spiriti, che in essi si rappresentano, come è stato detto e dimostrato ne’luoghi passati. E così àe 18 mosso l’autore due quistioni a la detta beata anima, che si li era appresentata.

C. XXI — v. 61-72. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la detta beata anima rispuose ad amenduni li suoi dubbi; prima al secondo e poi al primo, dicendo così: Tu; cioè Dante, ài l’udir mortal: imperò che se’ anco mortale, com’ài ’l viso; cioè come tu ài lo vedere mortale, perchè nella carne e non apprendi colli occhi corporali lo riso mentale che qui si fa, come non apprendi coll’udire corporale lo canto mentale che qui si fa. In questo pianeto si rappresentano li spinti beati che sono stati contemplativi, e la contemplazione sta solamente nella mente; e però ogni nostra letizia è mentale, sicchè ’l canto nè ’l riso non appare alli occhi corporali, nò alli orecchi corporali; e questa è la ragione, che solve lo secondo tuo dubbio. E, soluto 19 lo secondo, solve ora lo primo, dicendo: Giù per li gradi de la scala santa; della quale scala fu detto di sopra: questa scala è quella, per la quale i contemplativi ascendano suso a Dio, e li gradi di questa scala sono le cose create da Dio, le quali considerando l’anima devota, ascende a Dio, Discesi; cioè io Beatrice, tanto; cioè quanto tu vedi, sol; cioè solamente, per farti; cioè per fare a te Dante, festa; cioè letizia et allegrezza, Col dire; cioè col mio parlare, e co la luce; cioè con questa luce e questo splendore, che m’ammanta; cioè la quale mi veste e fammi visibile a te. Nè più amor mi fece esser più presta; cioè nè non venni più sollicita io che l’altre per più amore, che io t’avesse più che l’altre; nè non mi fu dato lo venire perch’io avesse più carità che l’altre, benchè ci siano di quelle che abbiano più carità che l’altre, e di quelle che siano pari in carità, siccome [p. 604 modifica]tu ti puoi avvedere al fiammeggiare: imperò che quelle, che avanzano in isplendore, avanzano in amore; e quelle, che sono pari in isplendore, sonò pari in carità et amore; e però dice: Chè; cioè avvegna che, più; cioè amore, e tanto amor; cioè amore, quinci su ferve; cioè in questo luogo arda 20, Siccome ’l fiammeggiar; cioè che tu vedi in noi, ti manifesta; cioè a te Dante fa manifesto: imperò che tu vedi che alquante più fiammeggiano, et alquante parimente. E, negato che lo maggior grado di carità non è cagione del venire a lui, dice qual’è la cagione e dice che è lo piacere d’Iddio, e però dice: Ma l’alta carità; cioè la carità d’Iddio, ch’è altissima e profondissima, che ci fa serve; cioè la quale carità fa noi anime beate serve, Pronte; cioè sollicite 21, al consiglio; cioè a la providenzia d’Iddio, che ’l mondo governa; cioè la quale providenzia governa lo mondo, Sorteggia qui; cioè in questo luogo dà, secondo suo beneplacito, l’officio, l’esercizio a chi elli vuole, siccome tu osserve; cioè siccome tu, Dante, vedi che sono venuta a te io sola 22, secondo la providenzia d’Iddio, che m’à così predestinato e sortito. Seguita.

C. XXI — v. 73-81. In questi tre ternari lo nostro autore finge come la detta beata anima, poi che ebbe risposto ai suoi dubbi, elli replicò ancora movendo dubbio de la predestinazione; et ella apparecchiandosi a rispondere si girò col suo fiammeggiare, dicendo così: Io; cioè Dante, vèggio ben, diss’io, sacra lucerna 23; cioè santa anima, che risplendi come lucerna, Come libero amore in questa corte; cioè del paradiso, Basta a seguir la providenzia eterna; cioè d’Iddio che è eterno, e così la sua providenzia; imperò che ogni beato spirito liberamente e con libero amore fa quello che Iddio provede. Ma questo è quel ch’a cerner; cioè a vedere, mi par forte; cioè a me Dante, Perchè predestinata fosti sola; cioè perchè tu sola fosti eletta da Dio, A questo officio; cioè di venire a parlare meco tu sola, e non nessuna dell’altre, tra le tuo’ consorte; cioè tra le tuoi suori 24, cioè tra l’altre anime beate che sono 25 della condizione che tu. E questo dubbio era nell’autore, cioè perchè a Dio era piaciuto che questa anima venisse nella mente sua a dire di lei più, che dell’altre che furno della sua 26 condizione. E finge che quella anima, udito lo dubbio, fiammeggiasse e girassesi; la qual [p. 605 modifica]cosa figura, secondo l’allegoria, che nella mente dell’autore si girasse la condizione della detta anima e divenisse nota e chiara al suo intelletto, pensando d’essa; e secondo la lettera dimostra che s’accendesse più la carità nella detta anima, e facesse lo movimento circulare, a denotare che altro movimento non ànno li beati in vita eterna, se non da Dio a Dio. E però dice: Non venni prima a l’ultima parola; cioè io Dante, Che del suo mezzo fece il lume centro; cioè che lo lume, in che era la detta beata anima, fece centro del suo mezzo: imperò che ’l mezzo stette fermo, e li raggi d’intorno girorno; però dice: Girando sè come veloce mola; cioè come veloce macina. E qui finisce la prima lezione del canto xxi, et incominciasi la seconda.

Poi rispuose l’amor ec. Questa è la seconda lezione del canto xxi, nella quale finge l’autore come la detta beata anima, udito lo suo dubbio, rispuose ad esso; e come poi si li manifestò. E dividesi questa lezione in cinque parti: imperò che prima finge come la detta anima incominciò a solvere lo detto dubbio, dimostrando unde li viene lo sapere solvere lo detto dubbio; nella seconda dimostra la difficultà della detta dubitazione 27, che sarebbe sofficente a solverla, et incominciasi quine: Ma quell’alma nel Ciel ec.; nella terzia finge come la detta anima disse della sua condizione quando fu nel mondo, et incominciasi quine: Tra i du’ liti ec.; nella quarta finge come la detta anima seguitò la narrazione del processo della vita sua, et incominciasi quine: In quel luogo fu’ io ec.; nella quinta parte finge come, finita la diciaria sua, tutte l’altre beate anime che quine erano dimostrorno congratulazione, et incominciasi quine: A questa voce ec. Divisa adunqua la lezione, è da vedere ora lo testo co l’esposizioni allegoriche e morali.

C. XXI — v. 82-90. In questi tre ternari lo nostro autore finge come la detta anima, seguendo suo parlare mossa da la questione dell’autore, dichiara come essa beata anima si mosse del suo luogo per venire Dante, perchè ella vidde che Iddio voleva, dicendo così: Poi; cioè che la beata anima ebbe detto le parole sopra dette, et io li ebbi mossa la questione, rispuose; cioè così alla questione mia mossa di sopra, l’amor; cioè l’anima beata, che era piena d’amore e di carità, che; cioè la quale, v’era dentro; cioè in quella luce, che detta è di sopra. Luce divina; cioè raggio di luce, che viene da Dio, sopra me; cioè beata anima, s’appunta 28; cioè si [p. 606 modifica]discende 29, recandosi et assottigliandosi descendendo, come fa lo raggio infine ad una punta, Penetrando; cioè passando dentro, per questa; cioè luce della quale io sono fasciata, che è la grazia d’Iddio che mi beatifica, onde; cioè per la qual luce, cioè mia che mi beatifica, io; anima beata, mi V’entro; cioè entro in quella divina luce, che di nuovo discende: imperò che, se io non fusse beato, non arei questa seconda grazia se io non avesse la prima, La cui virtù; cioè di questa seconda grazia, col mio veder coniunta; cioè col vedere, che mi dona la prima grazia, Mi leva; cioè leva me beata anima, tanto sovra me; cioè sopra lo primo mio cognoscere, ch’io; cioè che io beata anima, veggio La somma Essenzia; cioè divina, de la quale; cioè divina Essenzia, è munta; cioè è presa questa seconda grazia e cavata. Quinci; cioè da questa seconda grazia, che mi viene da Dio, vien l’allegrezza; che tu vedi venire di nuovo, quando tu mi vedi fiammeggiare: questo fiammeggiare è segno di quella nuova grazia; e però dice: ond’io; cioè per la qual grazia et allegrezza, che nasce quinde, io beata anima, fiammeggio; cioè risplendo e gitto scintille, come ài veduto ora tu, Dante. Per che ’n la vista; cioè per la qual cosa nel mio vedere 30, ne la vista, mia; cioè di nuovo apparita in me tanto, s’intende, quant’ella; cioè tanto, quanto ella è chiara; e però dice ora: ella è chiara; cioè tanto cresce la fiamma in me e la carità, quanto io veggio più l’Essenzia divina: imperò che allora mi viene ardore di volere quello ch’ella vuole, e però scintillo. E questo è segno che rimane in me libera la volontà mia, che io da me vollio quel che vuole Iddio, quando mi si fa nota la voluntà sua. E per questo vuole dimostrare l’autore, quando questi beati spiriti scintillavano, questo era per nuova grazia che descendeva in loro; sicchè dimostra lo detto beato spirito a l’autore che lo suo fiammeggiare per la nuova grazia che era venuta in lui, e perchè di nuovo avea appreso la voluntà d’Iddio, che era ch’elli descendesse a Dante; et elli, vedendo Iddio volere, volse descendere; e così rimane intera la libertà dell’arbitrio, facendosi quello che Iddio vuole dai beati. E benchè l’autore finga questo detto da quel beato spirito, elli lo dice da sè, dimostrando che quando li venne in cuore di fare questa fizione, che questo spirito occorresse al suo intelletto ad essere nominato più che gli altri, che erano stati di santa vita o forse più perfetta, elli fu di ciò spirato da Dio, et elli seguitò la spirazione.

C. XXI — v. 91-105. In questi cinque ternari lo nostro autore [p. 607 modifica]finge che, poi che lo beato spirito ebbe dimostrato come elli si mosse a venire a lui, che fu per la sua libera voluntà quando vidde che Iddio così voleva, rispuose al punto della quistione; cioè perchè predestinata fu ella da Dio, più che l’altre, cioè perchè volse Iddio ch’ella vedesse la sua voluntà più che l’altre. Et a questo risponde che non si può sapere, benchè si debbe tenere che Iddio fa ogni cosa con iustissima cagione; ma niente di meno non si può sapere per li omini, nè per nessuna creatura. E però dice così, facendo avversazione: Ma quell’alma; cioè quella anima, nel Ciel; cioè essente 31 nel cielo, che più si schiara; cioè la quale più diventa chiara, cioè che più riceve lo raggio della grazia d’Iddio, onde diventa chiara e più vede la voluntà sua, Quel Serafin; cioè angelo Serafino, che ’n Dio più l’occhio à fisso 32; dice la santa Scrittura che li Serafini contemplano Iddio più che gli altri angeli, cioè più perfettamente; e però dice: Quello, che più à fermato l’occhio suo contemplativo in Dio, A la dimanda tua; cioè di te Dante, non satisfara; cioè non sodisfarebbe. Però che sì s’inoltra; ecco che assegna la cagione, per che, cioè imperò che la dimanda tua si mette tanto oltra, ne l’abisso 33; cioè nella grande altezza: abisso è profondo; ma qui si pone per l’altezza, De l’eterno statuto; cioè della providenzia d’Iddio, che è eterna, quel, che chiedi; cioè quella quistione, che dimandi ch’io solva, Che da ogni creata vista; cioè da ogni creato vedere, è scisso; cioè separato. Et ora finge che lo detto spirito l’addimandasse che, quando tornasse al mondo, ammonisse li omini che non si impacciasseno in volere sapere la cagione de la providenzia e predestinazione e prescienzia d’Iddio: imperò che non è l’omo sofficente a ciò potere vedere. E però dice: Et al mondo mortal; cioè al mondo che debbe venire meno quando a Dio piacerà, o vero perchè in esso tutte le cose sono mortali e caduche, quando tu: cioè Dante, riedi; cioè ritorni, Questo rapporta; cioè quello, che è detto di sopra, sicchè non presumma; cioè lo mondo, intendendo per lo mondo li omini del mondo, non ardisca, A tanto segno; cioè a sì grande segno quanto è la providenzia d’Iddio, nel quale si contiene la predestinazione e prescienzia, e dice segno, perch’ella è segno a noi di quello, che non possiamo vedere col nostro intelletto, più muover li piedi; cioè più muovere la sua [p. 608 modifica]affezione. La mente; cioè umana, che qui luce; cioè la quale in questo cielo, cioè in vita eterna, risplende, in terra fumma; cioè è oscura e tenebrosa giù in terra, cioè nel mondo, come fummo, Onde ragguarda; cioè tu, Dante, come può laggiue; cioè nel mondo la mente umana, che è oscura e tenebrosa, vedere le cagioni della providenzia, predestinazione e prescienzia d’Iddio, che noi beati, che abbiamo le menti nostre lucide e chiare, nolle possiamo vedere, Quel che non puote; cioè la mente umana, poi che ’l Ciel l’assumma; cioè poi che ’l cielo la inalza, quasi dica: Non è possibile. Et è argomento a maiori; cioè: Se la mente che è in cielo non può vedere le cagioni della providenzia d’Iddio, come le può vedere quella che è in terra? Non è possibile. Sì mi prescrisser; cioè sì mi schiuseno, le parole sue; cioè di quello beato spirito, cioè me Dante per sì fatto modo scrisseno, Che io; cioè che io Dante, lassai la question; cioè non dimandai più del dubbio ch’io aveva de la predestinazione e prescienzia, vedendo che non si poteva solvere; se non che Iddio vuole così, e non può volere se non bene et iustamente; e questo basta, non si debbe cercare più là. E l’autore nostro la volse toccare, per mostrare quello che di tale dubbio si debbe dire, e per non parere ch’elli l’avesse dimenticata, e me ritirassi; cioè ritirai me Dante, A dimandarlo; cioè a dimandare quello beato spirito, umilmente chi fue; cioè chi elli fue nel mondo.

C. XXI — v. 106-120. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come lo detto beato spirito, addimandato da lui chi era stato nel mondo, li manifestò prima la condizione sua dicendo lo luogo unde fu e di qual vita nel mondo, dicendo così: Tra i du’ liti d’Italia; cioè tra le due piagge che Italia àe al mare, cioè l’adriaco di verso settentrione, e lo tirreno di verso mezzo di’, che si chiama lo mare del Leone: lo mare adriaco 34 è lo golfo di Venezia, surgon sassi; cioè si levano su alto sassi, cioè in sul monte Appennino, che divide l’Italia per mezzo; la quale Italia si stende tra l’adriaco mare e ’l tirreno infine al mare egeo detto mare di sopra, E non molto distanti; cioè non molto di lungi questi sassi, a la tua patria; cioè a la patria di te Dante, pilliando per la patria la contrada, cioè Toscana: chè da Firenze sono bene di lungi, Tanto; cioè sì in alto si levano li detti sassi, che i tuoni assai suonan più bassi; cioè che li detti sassi, Dice lo Filosofo che’l tuono, che si fa ne le nube, si fa in luogo distante nell’aire dalla terra per due millia e mezzo che sono xvi stadi, che è ogni stadio 400 goviti 35, sicchè sarebbe la montata di quel monte più di due millia e mezzo; e perchè dice assai, si potrebbe dire che fusse più di tre millia. E fanno; cioè li detti [p. 609 modifica]sassi, un gibbo; cioè uno monte alto, ricolto come uno gombo 36, che; cioè lo quale gibbo, si chiama Catria; ecco 37 lo nome del monte: questo monte è tra Abruzzi e la Marca d’Ancona infra terra, Sotto lo quale; cioè gibbo, o vero sotto la quale Catria, è consecrato un ermo; cioè un bosco 38, che vi stavano eremiti, Che; cioè lo quale eremo, suol esser disposto; cioè ordinato, a sola latria; cioè a solo culto divino: latria è servitù dovuta a solo Iddio; e per questo dà ad intendere che in quello eremo non stavano, se non servi d’Iddio. Cosi; cioè come io òne detto di sopra, cioè Tra i du’ liti ec., ricominciommi il terzo sermo; cioè lo terzo sermone lo detto beato spirito: imperò che prima parlò a Dante, quando disse: Tu ài l’udir mortal ec., e lo secondo parlamento fu quando disse: Luce divina sopra me s’appunta ec., et a vale è lo terzo parlare, quando incomincia: Tra i du’ liti ec. E poi continuando; cioè lo suo parlare: disse; cioè lo beato spirito. Quivi; cioè in quello eremo, che i’ ò detto di sopra, Al servigio d’Iddio mi fei sì fermo; cioè io beato spirito, che ti parlo, Che pur con cibi di liquor d’ulivi; cioè pur con cibi conditi d’oglio. Lievemente passava caldi e gieli; cioè passava sanza fatica la state et il verno, Contento nei pensier contemplativi; questo dice: imperò che la vita delli eremiti debbe essere contemplativa. Render solea quel chiostro; cioè 39 quel monasterio, nel quale erano li monaci contemplativi che abitavano nell’eremo, a questi Cieli; cioè a questi luoghi del cielo dove si rappresentano li beati, secondo lo loro grado della beatitudine, Fertilemente; cioè abbondevilmente dell’anime beate: imperò che molti di quelli monaci andavano a vita eterna, et ora è fatto vano: cioè lo detto chiostro: imperò che li monaci non vi santificano 40 più, dati al viver corporale e non spirituale, Sicchè tosto convien che si riveli; cioè si manifesti di quelli monaci la colpa che vi stanno, che saranno cognosciuti per quello che sono. E così secondo la fizione dell’autore àe dimostrato la condizione de la sua vita, che fu monacile e contemplativa, stando a l’eremo; e così beati spiriti, cioè contemplativi, finge l’autore che si rappresentino nel pianeto supremo di Saturno.

C. XXI — v. 121-135. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come lo detto beato spirito, che àe parlato di sopra della condizione della sua vita, procedesse più oltre nel suo parlare, nominandosi e dimostrando come pervenne al cardinalato, dicendo così: In quel luogo; cioè nel monasterio, che è sito nell’eremo detto di sopra, fu’ io; spirito, che ti parlo, chiamato, Piero Dammiano; cioè [p. 610 modifica]quando fui monaco, fui chiamato Piero Dammiano, E Pietro peccator fui ne la casa Di Nostra Donna in sul lito adriano; cioè fui prima frate chiamato Pietro peccatore nella regula di santa Maria di Ravenna, che è cità posta in su la piaggia del mare adriaco; e poi di quinde andò al monasterio a l’eremo di Catria, diventato monaco. Poca vita mortal; cioè poco della vita ne la quale si muore, cioè della vita mondana, m’era rimasa: imperò che già era vecchio e poco aveva a vivere, Quando fui chiesto; cioè io Piero Dammiano, e tratto a quel cappello; cioè e tirato per violenzia, eletto dal papa al cardinalato non potendo ritrarmene, Che; cioè lo qual cappello, cioè la qual dignità del cardinalato, pur di male in peggio si travasa; cioè si tramuta: imperò che, se l’uno cardinale è rio, l’altro che seguita poi è piggiore. Venne Cephas; cioè santo Piero, che fu chiamato Cephas da Cristo, cioè capo, perchè dovea essere capo della Chiesa, e venne il gran vasello; cioè santo Paulo, che fu detto da Cristo vas electionis, cioè vasello che Iddio elesse, acciò che portasse lo nome suo inanti ai principi del mondo 41, De lo Spirito Santo: imperò che santo Paulo fu pieno di Spirito Santo, e però dice, che fu il gran vasello de lo Spirito Santo: imperò che n’ebbe abbondevilmente, magri e scalzi; cioè santo Piero e santo Paulo poveri, però dice scalzi; et astinenti, e però dice magri, Prendendo ’l cibo; cioè loro necessario, da qualunche ostello; cioè da qualunque albergo ne desse loro per l’amore d’iddio. Or; cioè ora, vollion: cioè volliano, quinci e quindi; cioè dall’uno lato a l’altro, chi rincalzi; cioè quando montano a cavallo, Li moderni pastori; cioè li pastori della Chiesa, che sono oggi, e chi li meni: imperò che vogliano essere addestrati. Tanto son gravi; per la loro grassezza: imperò che mangiano bene e beano mellio, non fanno astinenzia come san Piero e san Paulo, che stavano magri, e chi di rieto li alzi; cioè la cappa, quando vanno appiè. Cuopren dei manti loro: cioè de la cappe loro, i palafreni; cioè quando vanno a cavallo: imperò che gittano la parte d’inanti de la cappa in sul collo del palafreno, e quella di rieto in su la groppa. Sicchè due bestie van sotto una pelle; cioè lo prelato e lo palafreno vanno coperti d’uno ammanto: imperò che bestia è lo palafreno, e bestia è lo prelato che non si cognosce; e però esclama lo detto beato spirito, per questa così fatta pompa, dicendo: O pazienzia; cioè d’Iddio, quanto se’ grande, che; cioè la quale, tanto sostieni 42; cioè a questi prelati indugiando la loro punizione! Seguita. [p. 611 modifica]C. XXI v. 136-142. In questi due ternari et uno versetto lo nostro autore finge che, fatta la detta esclamazione dal detto beato spirito, vennono giù per la scala più altri beati spiriti girandosi e gittando grandissimi splendori, et andorno intorno a lo spirito che esclamato aveva, gridando fortissimamente; e però dice: A questa voce; cioè quando lo detto spirito, cioè Piero Dammiano; disse: O pazienzia che tanto sostieni! — , vidd’io; cioè viddi io Dante, più fiammelle Di grado in grado scender; cioè più beati spiriti descendere di grado in grado giù per la scala detta di sopra, rinchiusi dentro a quelle fiammelle, e girarsi; cioè in circulo, come è stato detto di sopra; et assegna la cagione della fizione: Et ogni giro; che facevano le dette fiammelle, le facea più belle: imperò che più risplendevano, che quanto più ritornavano a Dio, più si rallegravano; e quanto più si rallegravano, tanto più risplendevano. D’intorno a questa; cioè 43 che aveva fatto l’esclamazione, vennero; cioè le dette anime, e fermarsi; cioè intorno a la predetta. E fer un grido; cioè tutte insieme, di sì alto suono; cioè di grande altezza fu lo grido, Che non potrebbe qui; cioè in questo mondo, dove era l’autore quando queste cose scrisse, assimigliarsi: imperò che non è cosa, che rispondesse a la similitudine. Nè io; cioè Dante, le ’ntesi; cioè le dette fiammelle, cioè quello che dicesseno in quel grido, sì; cioè per sì fatto modo, mi vinse il tuono; cioè lo suono del tuono che fu sì grande, che non mi lasciò intendere le parole, che disseno li detti beati spiriti in quello grido. E questo s’accorda colla fizione detta di sopra, et esposta di sopra al principio del canto, secondo l’allegoria. E qui finisce lo canto xxi, et incominciasi lo canto xxiidi questa terza cantica.

Note

  1. Dimandita, dimanda, dimando voci sempre vive tra il nostro popol E.
  2. C. M. la carità che egli ebbe all’umana natura e quando infunde
  3. C. M. ardente all’anima che non è lo fuoco al corpo. Chè
  4. C. M. mille migliaia et
  5. C. M. differenzia settima, la natura
  6. Maesteri; magesteri, fognato il g come in reina e cotali. E.
  7. Se; è, terza persona singolare dell’infinito sere. E.
  8. Affrizione; afflizione per lo scambio dell’l in r. E.
  9. La Volgata legge, Luc. c. x. v. 43: Maria optimam partem elegit, quae non auferetur ab ea. E.
  10. C. M. bianco arientato, perchè tale colore se gli conviene secondo la natura sua, che ’l vocabul
  11. Chiamà, cadenza primitiva alla quale oggi è sostituita l’ altra in o accentata. E.
  12. C. M. di Creta e poi di Lazio, dove egli ebbe città in su uno de’ monti dov’è ora Roma che si chiamò Saturnino, giacque
  13. Vigeva, dal vigere levato dai Latini. E.
  14. Non incresca agli studiosi riguardare come il nostro Butese, per dare una cotale varietà, abbia congiunto all’intransitivo volare prima l’ausiliario essere, e poi avere. E.
  15. C. M. grado; certo scalone della ditta scala, si percosse;
  16. Altro’; altrove come no’ per noi, le’ per lei e simili. E.
  17. So, voce tuttora vivente in parecchi luoghi d’Italia, e nasce dall’infinito sere. E.
  18. C. M. così à fatto due dimandi l’autore all’anima rappresentala a lui; cioè perchè sì presso si gli accostava, e perchè non si cantava quine.
  19. Soluto, ora meglio sciolto; ma quello trae origine dal participio latino solutus. E.
  20. C. M. arda per gli gradi, Siccome
  21. C. M. sollicite, apparecchiate, al consiglio;
  22. C. M. sola di tutte l’altre, secondo che m’à così sortito: sorteggiare è dare secondo lo piacere di Dio, per le cagioni a lui note, et alle creature ignote. Seguita
  23. Lucerna. Questa metafora, che nel trecento si adoperava eziandio nelle nobili scritture, oggi da queste vuol essere bandita. E.
  24. Suori, dal singolare suore. E.
  25. C. M. sono teco nella beatitudine come sorelle, per carità come sono per origine che tutte sono fatte in Dio. E questo
  26. C. M. della sua condizione, che è dubbio della predestinazione. E finge
  27. C. M. dubitazione, clic è che passa l’altezza del nostro intelletto, sicchè nessuna creatura vasterebbe a solverla,
  28. Secondo la dottrina giobertiana qui è la sintesi della idea (lume increato) e della metessi (lume creato) nei beati. Nei cinque ternari seguenti esprime la mutazione del sovrintelligibile in intelligibile. E.
  29. C. M. descende, restringendosi et assottigliandosi ad una punta sopra me beata anima, discendendo
  30. C. M. nel mio vedere, pareggio La chiarità della fiamma; cioè ragguaglio io beata anima la carità di nuovo
  31. Essente, participio adoperato di frequente e con grazia dai classici, e che ai pedanti rimane ancora sconosciuto. Speriamo quindi innanzi se ne gioveranno i Grammatici. E.
  32. C. M. fisso: cioè più à fermo la sua intellingenza in Dio; dice
  33. In Dante l’abisso è l’Essenza divina, fonte, e radice del sovrintelligibile. L’abisso, come profondità, ove la vista si perde, adombra matematicamente l’infinito e quindi l’inconoscibile. E.
  34. C. M. adriaco si chiama golfo
  35. Govito; gomito. E.
  36. Gombo; gomito. E.
  37. C. M. Catria; questo è lo
  38. Bosco, che; in che, ellissi non infrequente presso i nostri classici. E.
  39. C. M. cioè quella clausura e quel monastero
  40. Santificano, usato intransitivo assoluto in luogo di si santificano. E.
  41. C. M. del mondo; del quale spirito ebbe abondevilmente, come appare nelle suoe Epistole, magri
  42. C. M. sostieni; delle vanaglorie e pompe de’ prelati, indugiando tanto la loro
  43. C. M. cioè d’intorno a questa fiammella, che
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