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Una storia di Giufà

siciliano

Venerando Gangi 1845 S 1845 Agostino Longo favole Letteratura Una storia di Giufà Intestazione 14 dicembre 2011 75% Da definire

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Questa storia su Giufà, opera del favolista vernacolare siciliano Venerando Gangi, è adattata da Agostino Longo in Aneddoti siciliani, Stamperia Mammeci Papale, Catania, 1845 (p. 47, n. XXII)





Madre e figlio illanguidivano per la inedia. Giufà come uno stupido non si muoveva; sentiva gli stimoli della fame, ma non dava verun passo per guadagnare un quattrino. La povera madre:

― Che fai, balocco, dicevagli, così ozioso? Vedi che la fame ne strigne. Perché non ti industrii a buscar qualche cosa? Vattene in qualche vigna, o vattene alla piana in qualche grossa fattoria ove ci stanno de’ castaldi che nuotano nell’abbondanza e in tutto il bene di Dio. Se ci vai, non ti mancherà un buon pane, chè liberali sono e generosi quei borghesi anche con chi non conoscono, e li fanno sedere a mensa con loro, e li regalano di lasagne, di maccheroni, ed alle volte, sai? anche di capponi.

E Giufà così alla madre:

― Che cosa io ho da far io? No, che non ci vado.

― Oh allocco! Faresti due cose andandovi: andresti a diporto e ti guadagneresti da vivere. La gallinella che cammina ha sempre il gozzo pieno. Se sapessi l’altro ieri cosa diedero a due campieri che furono alla piana nella prima castalderia! Non dubitare: regaleranno anche a te.

― Ora bene io ci vado ma la strada? Che ne so io della strada?

― La gran cosa in verità! Non è niente. Vi sono tanti che ci vanno: accompagnati con uno di questi, e imparerai ov’è la piana.

― Volete così? Me ne vado. Farò di tutto per arrivarci.

― Sosta. Dove vai così di furia? Scordasti il meglio. Andrai tu con questi panni tutti laceri, tutti lordi, tutti fetenti? Vieni qua ti dico, babbuino; aspetta che io vada da un mio conoscente se mai ti desse in imprestito il suo vestito nuovo.

― Il malanno che vi colga. Quante storie! Che importa a me de’ panni? Chi ha da cercar tanti addobbamenti?

E senza voltarsi indietro se ne va per la sua strada. Accomiatatosi con alcuni mulattieri che andavano a quella volta, giunge alla piana, si arresta alla prima fattoria che incontra, si fa presso all’abitato, entra nel caseggiato, guarda attorno con un vezzo da bifolco, si dondola un buon tratto, poi si asside, la parola in gola, la bocca aperta, come uno scioccone, un babbuasso, uno stupidaccio.

Incontro a lui era un villico ardimentoso, bisbetico.

― Da davero che la è bella, lui dice. Che fai qui? Tu chi sei?

― Sono Giufà.

― Fossi pure Giufà. Che vuoi? Che vai cercando?

― La tavola. Ouand’è che l’imbandite? E i piatti? Mi latra il ventre. Non vedi?

E quegli dato di piglio a un grosso bastone:

― Ah mascalzone pezzente, presto va via di qua: che se no (e gli si scaglia sopra e lo insegue) ti rompo le coste con questo legno.

Giufà la dà subito a gambe, corre a salti, fugge e torce strada. Ingrugnato, imburberito si avvia a casa sua. Vi giunge affannato più di quanto fe mossa.

― Tornasti? Lui dice la madre come il vide.

― Tornai, replica il figlio. Tanta strada per niente. Muojo della fame. Maccheroni... sì... lasagne a bizzeffe. E un paradiso, una cuccagna codesta piana. Mandate, sì, mandatene figli, alla piana, che un villanaccio, uno zoticone colà, Dio ve ne scampi, se non era più che lesto io a scapparmela, con un buon legno mi avrebbe accomodato le spalle.

― Ben ti sta. Non tel dissi di metterti un altro vestito. Perché te ne andasti, testardo, ostinato? Per questi tuoi panni, vedi, così cenciosi, così sporchi, così stomachevoli, che non tengono più un briciolo, che ti cadono a pezzi, sì, per questi tuoi panni così vili, così schifosi non ti hanno fatto buona cera. Voglio vestirti da campiere; tornerai alla piana, e vedrai il rispetto che ti portano, affè mia.

― Ma da davero?

― Forse che no? Lascia fare a me... Saprò io...

― Domani, non dubitate, ci vado.

― Bene. Siedi qui ed aspettami.

Avea la madre un suo compare di professione campiere, uomo valoroso e rispettato ovunque andasse in campagna. Va da lui e così gli favella:

― Di grazia, compare mio, fatemi un favore.

― Dite comare.

― Prestatemi per un giorno il giubbone, lo schioppo, il cintiglio, la taschiera, e quant’altro occorre. Ho da mandare mio figlio per campiere in questi dintorni. Parte domani, ed anche vorrei la giumenta.

― La signora comare è padrona. Ma la giumenta non sa vostro figlio maneggiarla, e non ve la do.

― Vi sono sempre obbligata. Mi contento di quel che mi date, e ve ne resto tenuta.

Torna a casa contentona la madre: mette addosso a Giufà e giubbone e cintiglio e caschetto: tutto gli sta bene, tutto gli assetta a dovere.

― Ora va a coricarti, gli dice. Dimani poi ti vestirai di tutto punto.

E Giufà va a coricarsi e si addorme col desiderio di svegliarsi per tempo. Fatto appena giorno, come vide luccicar la finestra, Giufà getta forte un grido che svegliò sua madre. Questa s’alza dal suo giacitojo, veste il figlio dei panni nuovi, gli consegna lo schioppo, lo bacia, poi dice:

― Presto figlio mio, presto vattene e stasera fa di tornar di buon’ora.

Giufà impenna le ali: come fu giunto, entra nel luogo stesso ov’era stato disprezzato, minacciato, inseguito col bastone. Tuttocchè non apra bocca, pure questi e quegli, ch’eran nella fattoria, il salutano.

― Buon giorno, signor campiere. Faccio ossequi; siate il benvenuto; così uno degl’inquilini. L’ora di mezzogiorno non è lontana. Resterete qui. Con tutta confidenza piglierete un boccone con noi.

― Un boccone? Ci vuol altro. La fame è troppo grande.

Poi chiede loro:

― Maccheroni ce ne stanno? ce ne stanno lasagne? cappone ce n’è?

― Tutto quello che abbiamo ci faremo un dovere di presentarvelo.

Venuta l’ora di pranzare, Giufà siede a tavola in mezzo alla famiglia dell’inquilino. Gli mettono davanti un gran piatto di maccheroni in forma di lasagne, un bel tocco di carne stufata, poi delle coste arrostite, e delle paste fritte col ripieno di ricotta, e un gran boccale di vino. Il nostro convitato divora lasagne e stufato e coste e frittelle e tutto, imbocca poscia il gran nappo, in due volte arriva a scoprirne il fondo, e rende mutoli e sbalorditi gli astanti. Dopo ciò, il nostro eroe fa la maggiore e più stramba novità che mai. Prende de’ pezzetti di carne, gli mette in bocca allo schioppo e poi glie l’infilza per forza. Prende la taschiera e dice:

― Tu, taschiera... voglio che ti disfami. Di maccheroni ti riempirò la ventraja. I convitati siete voi: mangiate, saziatevi, è cosa giusta.

Colle vesti fece altrettanto: le imbrattò, le insudiciò, le innaffiò di vino, dicendo loro:

― Mangiate, saziatevi, bevete. I convitati siete voi.

Ad una scena cotanto stravagante rimangon di sasso quella gente di campagna; chi sgangheravasi delle risa, chi faceva delle smorfie; chi diceva al suo compagno:

― Cotesto campiere è assai stravagante di testa.

― No. È ubbriaco. Il vino ha fatto dar di volta al suo cervello.

Finito il pranzo, cominciano i doni. Il principale della fattoria gli si accosta con garbo, ed il complimenta di due grossi pani, una pezza di formaggio, e due caciocavalli. Giufà li prende e nemmeno si degna di ringraziamelo.

Poste in assetto le sue cose, preparasi alla partenza. Tutta la gente si raccoglie, ed alla maniera di villici il salutano e gli augurano il buon viaggio. Giufà, impassibile, senza fare un complimento, senza corrispondere nemmeno al saluto.

― Me ne vado, disse. Fo conto di andarmene a corsa.

E col ventre pieno e spalle cariche s’incammina alla volta del suo villaggio.

Giunto in casa, e posto appena il piede sulla soglia:

― Mamma, dice, benedetta chi vi mise al mondo. Non posso più, mamma. Ho la pancia gonfia... e dippiù vi porto questi pani, una forma di cacio e due pruovole di caciocavallo fresco.
Ahi! che ho stanche spalle e braccia.

E quella roba sbalza in terra, e si sdraja sulla prima panca che trova.

La madre in veder tutto quel bell’acquisto non cape dalla gioia ne’ propri panni, saltava, ballava, dava baci a Giufà.

― Non tel diss’io che la cosa sarebbe sortita in bene? Bravo Giufà, bravo. Ma Dio buono! Le tue vestimenta sono un vero sucidume. Che facesti? che diamine operasti che il tuo vestito è tutto rovinato?

― Non vedete quel che ho fatto? il giubbone non ve lo dice? Non ve lo dicono questo taschetto e questa giberna? Ho dato loro maccheroni a bizzeffe: ho dato loro vino in quantità. Furono essi i convitati: a loro riguardo mi furono dati i regali che vi portai.

― Oh che intesi! Poveretta me! Meschina me! Vedete quante ne fa di belle questo Giufà! Da una mano non ha torto; ma il vestito? Cosa dirò io a mio compare? Come ne uscirò io da questo vepraio?

E pensa e ripensa, e gira e rigira, e la povera donna non trova il capo del bandolo. Più assottiglia l’ingegno e più si vede imbrogliata. Cosa fece, cosa non fece; cosa disse, cosa non disse, la storia non ne parla, ed io termino così la mia novella.