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La Festa delle Calebasse.

L’intera popolazione della vallata pareva si fosse data convegno nel Bosco. A distanza si scorgeva la lunga facciata del Ti, il cui immenso spiazzo era gremito di uomini in ogni foggia di bizzarri abbigliamenti, e tutti vociferanti e gesticolanti a più non posso; mentre lo spazio tra il Ti e il posto ove mi trovavo io, formicolava di donne fantasticamente ornate, che danzavano, saltavano e si abbandonavano alla più chiassosa allegria. Non appena si avvidero della mia presenza, proruppero in grida di benvenuto; e un gruppo di esse mi venne incontro intrecciando danze e cantando una nenia selvaggia. Il mio nuovo abbigliamento parve riempirle d’entusiasmo, e circondandomi da ogni lato, mi vollero accompagnare verso il Ti. Quando però fummo in prossimità di questo, le gaie silfidi si fermarono, e facendo ala al mio passaggio, lasciarono che da solo io procedessi oltre.

Non appena fui sul phi-phi, vidi subito che la baldoria era bene avviata.

Che prodigiosa abbondanza di ogni ben di Dio! Warwick1 che dava una festa ai suoi vassalli nutrendoli di bue e di cervosia, era, paragonato al nobile Mehevi, un miserabile spilorcio. Lungo tutto lo spiazzo del Ti si vedevano recipienti riccamente intarsiati, a forma di canoe, parecchi della lunghezza di alcuni metri, ricolmi di poee-poee freschissima, protetta dal sole da ampie foglie di banana. Qua e là v’erano mucchi di frutti del pane, disposti a piramide. Negli phi-phi erano stati infissi dei grandi rami fronzuti da cui pendevano innumerevoli involtini, fasciati di foglie, e contenenti ghiotti pezzi di maiale, colà posti certo perchè fossero accessibili alla folla. Contro la balaustra dello spiazzo, erano appoggiati dei grossi bambù chiusi all’estremità inferiore da uno stoppaccio di foglie. Essi erano pieni di acqua pura del fiume e ognuno ne conteneva dai cinque ai dieci litri.

Il banchetto era dunque pronto e non c’era altro che da servirsi a proprio piacere. Infatti non ci volle gran tempo che i rami di cui ho parlato venissero spogliati dei frutti che certamente non era loro natura di portare. Le calebasse venivano continuamente riempite di poe-poee, e si accendevano innumerevoli fuochi intorno al Ti allo scopo di arrostirvi i frutti del pane.

Nell’interno dell’edificio lo spettacolo era straordinario. L’immenso giaciglio di stuoie tra le file parallele dei tronchi del cocco, estendentesi per l’intera lunghezza della casa, era ricoperto dai corpi sdraiati dei capi e dei guerrieri che stavano mangiando a tutta forza, oppure alleviavano i pensieri della vita Polinesiana con lunghe fumate di tabacco. Esso era aspirato attraverso grosse pipe, il cui vaso, tratto da piccole noci di cocco, era stranamente scolpito con motivi pagani. Queste pipe passavano dall’uno all’altro dei fumatori, ognuno dei quali, dopo averne aspirato due o tre enormi boccate, porgeva la pipa al suo vicino, protendendosi alcuna volta attraverso il corpo di un dormiente le cui fatiche gastronomiche avevano indotto al sonno.

Il tabacco usato dai Typees, era di gusto dolce e piacevole, e siccome lo vedevo sempre allo stato di foglia, e gli indigeni ne apparivano ben provvisti, m’ero indotto a credere che crescesse nella vallata. E veramente anche Kory-Kory me lo aveva detto, ma io debbo confessare che nella vallata non ne vidi mai una sola pianta. A Nukuheva, e ritengo anche nelle altre vallate, la foglia del tabacco è assai scarsa, non essendo essa che provveduta dagli stranieri in piccole quantità. Quindi il fumare è per gli abitanti di questi luoghi un grande lusso. Come andasse che i Typees ne fossero così largamente forniti è un mistero che non sono riuscito a risolvere. Li credo troppo indolenti per dedicarsi a tale coltura, e in verità, da quanto potei osservare, ritengo che non un centimetro quadrato del loro terreno fosse coltivato, se non dal sole e dalla pioggia. Potrebbe anche darsi pero, che la pianta del tabacco, come la canna da zucchero, cresca allo stato selvaggio in qualche remota località della valle.

Vi erano parecchi nel Ti, pei quali il tabacco non era sufficientemente stimolante, e che perciò ricorrevano all’«arva», assai più potente.

L’«arva» è una radice che generalmente si trova sulle terre bagnate dai Mari del Sud. Se ne estrae un succo, il cui effetto sul sistema nervoso è a tutta prima moderatamente eccitante; ma poi produce un rilassamento dei muscoli, ed esercita un’influenza narcotica, che induce a un voluttuoso sonno. Nella vallata questo beveraggio si preparava così: una mezza dozzina di giovanetti sedevano in circolo intorno a un recipiente di legno, fornito di una certa quantità di radici dell’«arva», ridotte in piccoli frammenti. Una coppa formata da una noce di cocco piena d’acqua pura veniva passata all’intorno tra i giovanetti che, dopo essersi sciacquata la bocca, procedevano nel loro lavoro. Questo consisteva soltanto nel masticare a dovere l’«arva», e ributtarla, un boccone dopo l’altro, nel recipiente sumenzionato. Allorchè se ne era ottenuta una quantità sufficiente, vi si versava sopra dell’acqua, e dopo averla ben agitata coll’indice della mano destra, il preparato era pronto per l’uso. L’«arva» ha anche qualità medicinali.

Nelle Isole Sandwich essa è stata impiegata con successo nel trattamento della scrofola e di un’altra malattia che per molti anni spopolò grandemente queste Isole così belle e interessanti. Ma gli abitanti della valle di Typee, che erano esenti da tali malanni, impiegavano 1’«arva» quale mezzo di godimento sociale, ed una calebassa piena di essa circolava tra loro come tra noi circola una bottiglia di vino.

Mehevi, che era entusiasta del mio nuovo abbigliamento, mi diede il più cordiale benvenuto. Egli, ben conoscendo la mia predilezione per quella vivanda, mi aveva serbato una deliziosa porzione di «cokoo» e del pari aveva messo da parte per me tre o quattro noci di cocco fresche, qualche frutto del pane arrostito e un bellissimo grappolo di banane. Queste cibarie mi furono subito poste dinanzi, ma Kory-Kory, trovandole insufficienti, non si diede pace finchè non mi ebbe dato uno di quei fogliuti involtini di porco arrostito, il quale, nonostante il sommario modo con cui era stato preparato, possedeva un eccellente profumo, paragonabile soltanto al suo squisito sapore.

La carne di porco non è un cibo base per gli abitanti delle Marchesi; per conseguenza si dà quivi poca importanza all’allevamento dei suini. Questi sono liberi di girare pei boschi, dove una gran parte del loro nutrimento è costituita dalle noci di cocco che cadono continuamente dagli alberi. Ma non è che dopo lungo tempo ed infinite difficoltà e lavoro, che l’affamato animale riesce a bucare il guscio e raggiungere la polpa. Spesso era un divertimento per me starne ad osservare qualcuno che, avendo per lungo tempo inutilmente cercato di crocchiare fra i denti una noce di cocco più ostinata delle altre, dava in accessi di furia violenta. Allora raspava rabbiosamente per terra sotto la noce, e con un colpo del grugno, la lanciava dinanzi a sè; la seguiva poi grugnendo, quindi ancora la crocchiava, selvaggiamente, e poi riprendeva a lanciarla dinanzi a sè in corsa pazza. In questo modo le disgraziate noci di cocco erano sovente cacciate attraverso tutta la vallata.

Il secondo giorno della Festa delle Calebasse si iniziò con clamori ancora più strepitosi del giorno prima. Sembrava che innumerevoli tamburi risonassero sotto le bacchette di un esercito di indigeni. Destato di sorpresa dal mio sonno, balzai in piedi e trovai tutti i casigliani occupati nei preparativi della partenza. Ero curioso di scoprire di quali nuovi eventi questi suoni potessero essere precursori e quali istrumenti li producessero, e accompagnai gli indigeni appena furono pronti verso i Boschi Taboo.

Lo spazio relativamente aperto che si stendeva dal Ti alla roccia di cui già parlai, era totalmente deserto di uomini, ma formicolava di donne che danzavano e gridavano in preda a una strana eccitazione.

Mi divertì la comparsa di cinque o sei donne anziane in uno stato di completa nudità che, colle braccia stese lungo i fianchi, saltavano con una rigidità di bastoni. La loro espressione era grave, e continuavano senza posa nei loro straordinari movimenti. Parevano non attirare gli sguardi della folla, ma debbo confessare che, da parte mia, non potevo distoglier gli occhi dallo strano spettacolo.

Desideroso di conoscere qualche cosa intorno a questo numero speciale della festa, mi rivolsi a Kory-Kory. L’erudito Typee mi spiegò subito di che si trattava, e io potei comprendere che quelle figure saltellanti erano le vedove di guerrieri uccisi molte lune prima in battaglia, e che, in ogni ricorrenza festiva, manifestavano pubblicamente in tal modo le proprie calamità. Era evidente che Kory-Kory trovava che quel lutto fosse una ragione più che plausibile per un costume così poco decoroso; ma quanto a me non mi sentivo certo edificato da un simile spettacolo.

Lasciando le desolate femmine, passammo nell’Hoolah-Hoolah. L’intera popolazione della vallata sembrava essersi riunita nello spazioso quadrilatero, e il colpo d’occhio era davvero grandioso. Sotto le tettoie di bambù che si aprivano verso l’interno della piazza, eran seduti i capi principali e i guerrieri, mentre una folla eterogenea se ne stava all’ombra degli enormi alberi che stendevano sopra di loro un maestoso baldacchino di verzura. Sui basamenti dei giganteschi altari elevantisi alle due estremità, erano stati deposti entro cestini di foglie di cocco, verdi frutti dell’albero del pane, grandi rotoli di tappa, grappoli di banane bianche, di mele «mammee»; frutti dorati dell’albero «artu» e infine, su grandi vassoi di legno, dei maiali arrostiti, fantasticamente decorati di foglie; mentre dinanzi agli orridi idoli erano agglomerate armi ed ordegni di guerra d’ogni sorta. Varie qualità di frutta erano pure sospese dentro cestini di foglie in cima a dei pali piantati perpendicolarmente a regolari intervalli sui gradini inferiori di entrambi gli altari. Alla base si vedevano allineati due file parallele di immensi tamburi, formati con vuoti tronchi d’albero. Erano ricoperti di pelle di pescecane, lateralmente avevano impresse strane figure e disegni, e, ad intervalli regolari erano legati da listerelle multicolori di stoffa indigena. Dietro a questi strumenti si elevavano piccole piattaforme, sulle quali stavano parecchi giovani, i quali, battendo fortemente colla palma delle mani sulla pelle del tamburo, producevano quei suoni assordanti che mi avevano destato al mattino. Ogni cinque minuti questi suonatori scendevano dalla piattaforma, e il loro posto era immediatamente preso da nuove reclute. Sicchè il pandemonio continuava senza un minuto di tregua.

Proprio in mezzo al quadrilatero erano infissi perpendicolarmente nel terreno un centinaio di sottili pali decorati sulla punta con ondeggianti pennoncelli di tappa bianca, il tutto circondato da un piccolo steccato di canne. Ma che cosa mai significassero quegli strani pali, non mi riuscì di saperlo.

Un altro singolare numero della cerimonia era costituito da una ventina di vegliardi seduti colle gambe incrociate nei piccoli pulpiti davanti i tronchi dei giganteschi alberi che si elevavano in mezzo al recinto. Questi venerabili gentiluomini, che credo fossero i sacerdoti, cantavano senza posa una nenia monotona che il rumore dei tamburi in gran parte copriva. Nella mano destra tenevano un ventaglio di erbe finemente intessute, e continuamente si sventolavano.

Ben poca attenzione però si faceva sia ai tamburini che ai vecchi preti, perchè la folla era completamente occupata a parlare, ridere e scherzare; o a fumare, a bere «arva» e a mangiare.

In vano interrogai Kory-Kory ed altri indigeni sul significato di quanto vedevo; tutte le loro spiegazioni si svolgevano con tale farragine di strane parole e di gesti bizzarri, che rinunciai a trovarvi alcun senso. Per tutto quel giorno i tamburi risuonarono, i preti cantarono e la moltitudine gozzovigliò e urlò, sinchè al tramonto la folla si disperse, e nei boschi Taboo tornò di nuovo la pace e il silenzio. Il giorno dopo la stessa scena si ripetè fino alla sera, ed ebbe così termine questa festa singolare.

  1. Riccardo Beauchamp, conte di Warwick (1381-1439), favorito di Enrico V d’Inghilterra. Dal 1437 Reggente di Francia. (N. d. T.).