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I III

Passaggio dalla rotta di crociera alle Marchesi – Giorni di grande sonnolenza – Paesaggio dei Mari del Sud – Terra! – Scopriamo la squadra francese ancorata nella baia di Nukuheva – Uno strano pilota – Scorta di canoe – Una flottiglia di noci di cocco – Visitatori natanti – Loro abbordaggio della «Dolly» – Ciò che ne consegue.

Non potrò mai dimenticare i diciotto o venti giorni in cui i leggeri venti alisei ci sospingevano silenziosamente verso le Isole. Inseguendo la balena che lasciava nella sua scia un denso strato di spermaceti, avevamo incrociato sulla linea dell’equatore a venti gradi a ponente dalle Gallapagos; e tutto quanto ci rimaneva da fare, era di drizzare le vele e tenere la nave sottovento; ciò fatto, non c’era che da lasciare che la buona nave e il fortunale in corso facessero il resto. Il timoniere non aveva bisogno di annoiare la «vecchia» con superflui giri di timone, e per lo più, dopo essersi bene aggiustato colle braccia attorno alla sbarra, se la dormicchiava per ore ed ore. Ligia al suo dovere, la «Dolly» teneva testa alla sua rotta, e simile a quegli individui che compiono meglio il lavoro se lasciati a sè stessi, si avanzava pian piano da quella veterana del mare che era.

Che ore piacevolmente placide e languide trascorremmo mentre ce ne filavamo verso terra! Non vi era nulla da fare; circostanza questa che calzava a cappello con la nostra inclinazione pel dolce far niente.

Abbandonammo del tutto il trinchetto di prua, e dopo aver teso una tenda sopra il castello, sotto quell’ombra benefica si passò l’intera giornata dormendo, mangiando e discorrendo. Si pareva tutti sotto l’influenza di un narcotico. Perfino gli ufficiali di poppa, cui il regolamento prescriveva di non sedersi mai mentre montavano di guardia in coperta, tentavano invano di mantenersi ritti sugli stinchi; e dovevano invariabilmente trovare un compromesso tra il dovere e la stanchezza coll’appoggiarsi alle murate e guardare con aria astratta al di là di esse. Quanto al leggere, non c’era da pensarci; prendere un libro in mano voleva dire addormentarsi all’istante.

Sebbene non potessi evitare di cedere al generale languore, pure talvolta mi riusciva di sottrarmi a quella malìa, così da poter apprezzzare le bellezze della scena che ci si parava dinanzi. Il cielo presentava una chiara estensione d’un azzurro pallido e delicatissimo, tranne che agli estremi limiti dell’orizzonte dove si scopriva un leggero drappeggio di pallide nubi che non variavano mai nè di forma nè di colore. Le onde lunghe, misurate e ritmiche del Pacifico si avanzavano sul loro canto monotono. La superficie di questa mobile coltrice acquea, era rotta da ondicelle che scintillavano nel sole. Di tanto in tanto una frotta di pesci volanti, spaventati dal subbuglio dell’acqua sotto la prua, balzava nell’aria per ricadere quasi subito qual pioggia d’argento nel mare.

Poi ecco apparire il superbo albicoro, coi fianchi fulgenti, che, dopo aver descritto un arco nella sua discesa, spariva sulla superficie dell’acqua.

Lontano si scorgeva lo zampillo altissimo della balena, e più vicino il pescecane errabondo; quello scellerato grassatore dei mari, arrivava cauto, e ci guardava da prudente distanza, col suo occhio cattivo. Certe volte qualche informe mostro dell’abisso galleggiava sulla superficie, per poi, al nostro avvicinarsi, sprofondarsi lento nelle acque azzurre. Ma ciò che più di tutto ci impressionava, era il silenzio quasi ininterrotto che regnava sul mare e nel firmamento. Quasi non si udiva un suono, tranne che talvolta il respiro della piovra e lo sciacquio dell’acqua squarciata dalla nave.

Avvicinandoci alla terra, salutai con gioia l’apparire di innumerevoli uccelli marini. Stridendo e ascendendo a spirale, essi accompagnavano la nave e talvolta si posavano sui nostri stragli e sui pennoni. Quell’essere dalle sembianze di pirata, chiamato giustamente l’avvoltoio delle fregate, col suo becco color sangue e il piumaggio corvino, ci rincorreva con volo circolare sempre più restringentesi, fino a chè si scorgeva benissimo lo strano barbaglio delle sue pupille; e poi, come fosse rimasto soddisfatto delle sue indagini, si librava ad ali spiegate e spariva dalla nostra visuale.

Ben presto apparvero altre prove della nostra vicinanza alla terra, e non tardò molto che il lieto annunzio si fè udire dall’alto, annunzio lanciato con quello speciale prolungamento di suono che il marinaio sa far spiccare così bene, perchè caro al suo cuore: «Terra-a!».

Il capitano si precipita sul ponte e chiede ad alta voce il suo cannocchiale; il primo ufficiale, con accento ancora più forte, interpella la vedetta con un tremendo: «Dove?». Il capo lanoso del cuoco negro appare dal vano della cucina, e Boatswain, il cane, balza tra gli apostoli1 e si mette a latrare furiosamente. Terra-a! Sì, eccola. Una linea azzurra irregolare appena percettibile, che indica il reciso contorno delle alte vette di Nukuheva.

Quest’isola, per quanto venga detta una delle Isole Marchesi, è considerata da alcuni naviganti come facente parte di un nucleo distinto che comprende le isole di Roohka, Ropo e Nukuheva; a queste tre venne dato l’appellativo di Gruppo Washington. Esse formano un triangolo e giacciono tra i paralleli di 8°,38" e 9°,32" latitudine sud, e 139°,20' e 140°,l0' longitudine est, di Greenwich. Si vede subito quanto poco opportunamente siano state considerate come costituenti un gruppo separato, se si pensa che esse giacciono nell’immediata vicinanza delle altre isole, vale a dire, meno di un grado a nord-est di esse; che i loro abitanti parlano il dialetto Marchesano, e che le loro leggi, la religione e i costumi generali, sono identici. L’unica ragione per la quale furono arbitrariamente distinte, può attribuirsi al fatto singolare che la loro esistenza era del tutto sconosciuta al mondo fino all’anno 1791, allorchè furono scoperte dal capitano Ingraham di Boston Massachusetts, circa due secoli dopo la scoperta delle isole adiacenti, fatta dall’agente del Vice Re spagnuolo. Ciò malgrado seguirò anch’io l’esempio del maggior numero di viaggiatori, e ne parlerò come facenti parte integrale delle Isole Marchesi.

Nukuheva è la più importante di queste Isole, perchè è l’unica a cui approdino le navi, ed è resa celebre dal fatto che ivi l’avventuroso capitano Porter riparò le sue navi durante l’ultima guerra tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, e da essa si lanciò contro la grande flotta baleniera, che battendo bandiera nemica, navigava nei mari circostanti. Quest’Isola ha una superficie di circa 25 chilometri di lunghezza e quasi altrettanti di larghezza. Possiede tre buoni porti sulla costa, il più ampio e il migliore dei quali è chiamato dagli indigeni «Tyohee», mentre dal Capitano Porter venne denominato Massachusetts Bay. Tra le tribù nemiche che popolano le sponde delle altre baie e da tutti i viaggiatori, è conosciuta generalmente dal nome dell’isola stessa: Nukuheva. I suoi abitanti si sono alquanto corrotti forse per il recente contatto con gli Europei; ma per quel che riguarda gli speciali costumi e il metodo generale di vita, conservano il loro carattere d’origine, rimanendo quasi completamente nel primitivo stato naturale in cui furono scoperti dai bianchi. Le tribù ostili, che risiedono nelle parti più remote dell’Isola e che ben raramente hanno contatto con gli stranieri, non hanno mutato sotto verun aspetto dalla loro primitiva condizione.

Noi desideravamo appunto di raggiungere la baia di Nukuheva per buttar l’ancora. Avevamo scorto il tracciato delle montagne verso il tramonto; talchè, dopo aver veleggiato tutta notte spinti dalla leggera brezza, ci trovammo vicino all’Isola nel vegnente mattino; ma siccome la baia che cercavamo si trovava al lato estremo dell’isola, fummo obbligati di costeggiare, non senza scoprire durante la nostra rotta fiorenti vallate, profonde gole, cascate e boschi, qua e là nascosti da promontori rocciosi, che ogni momento si aprivano a svelare nuove e sorprendenti visioni di bellezza.

Coloro che visitano i Mari del Sud per la prima volta, rimangono generalmente stupiti dall’aspetto delle Isole vedute dal mare. Dai racconti alquanto vaghi che noi abbiamo della loro bellezza, la gente è proclive a immaginarsi pianure verdeggianti ed ondulate, ombreggiate da piante deliziose e innaffiate da mormoranti ruscelli, e l’intero paese soltanto lievemente più alto del livello del mare. La realtà però è alquanto diversa: coste difese da ardite roccie, contro cui la risacca si slancia con grande fragore, e aperte qua e là su profondi canaloni che lasciano intravedere vallate fitte di boschi, su cui discendono gli speroni delle montagne coperte di erbe e di cespugli; montagne che scendono fino al mare: tali sono le principali caratteristiche di queste Isole.

Verso il pomeriggio ci trovammo all’entrata del porto, e finalmente, dopo aver passato il promontorio che parzialmente lo chiude, la nave entrò nella baia di Nukuheva. Nessuna descrizione sarebbe adeguata a rendere giustizia alla sua bellezza; ma questa bellezza fu perduta per me allora, ed io non vidi che il tricolore della Francia issato sopra la poppa di sei vascelli, i cui scafi neri e le bordate ispide di cannoni, proclamavano il loro carattere belligerante. Essi si cullavano in quella bellissima baia, mentre le verdi alture della riva parevano guardarli serenamente quasi a rimproverare la temerità del loro aspetto. Per conto mio nulla poteva essere più fuori posto della presenza di questi vascelli; ma apprendemmo ben presto ciò che li aveva condotti fin lì. Il contrammiraglio Du Petit Thouars aveva preso possesso dell’intero Gruppo delle Isole in nome dell’invincibile nazione francese.

Quest’informazione ci fu data da uno straordinario individuo, un vero e proprio vagabondo dei Mari del Sud, che capitò sotto il nostro bordo in una baleniera, non appena la nave entrò nella baia, e coll’aiuto di qualche benevola persona che si trovava sul passavanti, venne aiutato a salire in coperta; poichè, qui bisogna dire, il nostro visitatore si trovava in quell’interessante periodo di ubbriacatura in cui un uomo è amabile ma impotente ad aiutarsi da sè. Ad onta fosse assolutamente incapace di tenersi ritto o di destreggiarsi attraverso il ponte di coperta, tuttavia egli ci offerse magnanimamente i suoi servigi per pilotare la nave verso un ancoraggio buono e sicuro. Il nostro capitano, però, non si fidava troppo di questa sua abilità, e anzi si rifiutò di riconoscere i suoi diritti alla professione che egli accampava; ma il brav’uomo era deciso di sostenere la sua parte, e dopo varî tentativi, riuscì finalmente ad entrare nella scialuppa di fortuna; quivi si fissò attaccandosi a una sartia, e incominciò a sbraitare i suoi comandi con una volubilità sorprendente e dei gesti specialissimi. Naturalmente nessuno obbediva i suoi ordini; ma poichè era impossibile acquietarlo, noi passammo dinanzi ai vascelli della squadra con questo strano individuo che compieva le sue buffonate proprio in piena vista di tutti gli ufficiali francesi.

Apprendemmo in seguito che il nostro eccentrico amico era stato tenente di vascello nella marina inglese, ma avendo disonorato la propria bandiera era stato obbligato a disertare dalla sua nave, e a vagare per molti anni tra le isole del Pacifico, sinchè, trovandosi per caso a Nukaheva, quando i francesi avevano preso possesso di quella piazza, era stato nominato pilota del porto dalle nuove autorità quivi costituite.

Mentre avanzavamo lentamente nella baia, numerose canoe si staccarono dalle sponde, e dopo poco ci trovammo nel bel mezzo di un’intera flottiglia. I selvaggi che vi eran sopra, lottavano per salire a bordo, sospingendosi l’un l’altro nei loro tentativi infruttuosi. Certe volte le attrezzature fuori bordo delle loro leggere imbarcazioni, si imbrogliavano sott’acqua minacciando di capovolgere le canoe, e allora essi gridavano e gesticolavano con tale veemenza come se volessero sbranarsi l’un l’altro.

Sparse qua e là in mezzo alle canoe, si potevano scorgere un gran numero di noci di cocco che galleggiavano ben serrate assieme in gruppi circolari, e che, ad ogni movimento dell’acqua, oscillavano su e giù. In modo inesplicabile queste noci di cocco si avvicinavano tutte alla nave. Mentre le osservavo con curiosità, cercando di spiegarmi quei loro misteriosi movimenti, un gruppo di esse più vicino degli altri attirò la mia attenzione. Nel centro si muoveva qualche cosa che non potevo non ritenere una noce di cocco, pur essendo certo uno dei più straordinari esemplari di questo frutto che mai avessi veduto. Esso continuava a girare e saltellare in mezzo al resto nel modo più singolare: e a misura che si avvicinava, pensai che somigliava stranamente al cranio bruno e rasato di un selvaggio. A poco a poco scoprii un paio di occhi, e infine m’accorsi che ciò ch’io avevo supposto essere un frutto, altro non era se non la testa di un isolano che aveva escogitato questo metodo singolare per recare i suoi prodotti al mercato. Le noci di cocco erano attaccate l’una all’altra con filamenta della corteccia, e il loro proprietario, inserendovi in mezzo il capo, spingeva quel suo strano collare attraverso l’acqua nuotando coi piedi.

Ero rimasto alquanto stupito di notare che nel numero degli aborigeni che ci attorniavano, mancassero completamente le donne. In quel tempo ignoravo che per via del taboo2, l’uso delle canoe in tutte le parti dell’isola, è rigorosamente proibito al sesso femminile e che, qualsiasi donna che sia veduta entrare in una canoa anche tirata a secco, è punita con la morte; per cui se una donna delle Isole Marchesi vuol viaggiare per acqua, non ha per aiutarsi che le naturali pagaie del suo corpo vezzoso.

Eravamo giunti a circa un chilometro di distanza dalla riva della baia, allorchè alcuni isolani, che erano riusciti ad abbordare con gran rischio di sommergere le proprie canoe, attrassero la nostra attenzione verso un singolare maremoto a proravia. A tutta prima pensai fosse prodotto da un branco di pesci che si trastullassero alla superficie, ma i nostri amici selvaggi ci assicurarono che era causato dalle «whinhenies» (fanciulle) che avevano scelto questo metodo per venirci a dare il benvenuto dalla spiaggia. Mentre si avvicinavano, io osservai gli alterni movimenti delle loro membra e vidi che il braccio destro di ciascuna sollevava sopra il pelo dell’acqua la propria cintura di tappa3, mentre i lunghi capelli neri le si sparpagliavano dietro; in verità mi sembrarono nè più nè meno che sirene – e come sirene si diportavano davvero.

Eravamo ancora ad una certa distanza dalla spiaggia quando ci trovammo in mezzo a queste ninfe natanti. Alcune di esse cercarono più d’una volta di salire a bordo attaccandosi alle catene; altre, con grave pericolo di essere travolte dalla nave nella sua rotta, si aggrappavano agli stregli, e attorcigliando ai cavi le loro snelle membra, rimanevano sospese in aria. Tutte quante finalmente riuscirono ad arrampicarsi sui fianchi della nave a cui rimasero abbarbicate e stillanti acqua marina, tutte roride pel bagno, coi lunghi capelli corvini sparsi sulle spalle e semi avvolgenti le loro nudità. Quivi si fermarono alquanto, e, tra scherzi e risa, si misero a fare una sommaria toilette. Liberarono le chiome lussureggianti da ogni briciola di sale, e insieme le raccolsero in treccie. Asciugarono l’intera persona con cura, e cosparsala di un olio trasparente contenuto in piccola conchiglia che girava di mano in mano, completarono l’abbigliamento col passare alcuni lembi di tappa bianca nella cintura che lor serrava la vita. Finiti questi preparativi, non esitarono più, ma si lanciarono leggermente al di qua delle murate, cominciando a rincorrersi sui ponti. Parecchie si portarono a prora, e si appollaiarono sulle balaustre, e perfino si tennero in equilibrio sul bompresso; mentre altre si sedettero sulla corona della poppa, o si stesero nelle barche di salvataggio.

Il loro aspetto mi rendeva perplesso; l’estrema giovinezza, il colorito d’un pallore bruno, le fattezze fini e le figure inesprimibilmente graziose; le membra dolcemente modellate, insieme alle libere e semplici movenze, tutto era in loro altrettanto strano quanto bello.

La «Dolly» era stata catturata, e, debbo dirlo, mai nave fu abbordata da un nemico più audace e irresistibile. Catturata la nave, altro non restava a noi se non consegnarci prigionieri, e per tutta la durata che la «Dolly» restò nella baia, essa, come pure il suo equipaggio, rimase nelle mani delle sirene.

La sera, dopo aver gettata l’ancora, tutta la coperta fu illuminata coi lampioni, e la pittoresca banda delle silfidi, adorne di fiori e vestite di tappa variopinta, organizzò un ballo in grande stile. Queste donne delle Marchesi hanno una grande passione per la danza, e in verità per la loro grazia selvaggia e la vivacità del loro stile, sono superiori a tutto quanto io abbia mai veduto di simile.

La nostra nave s’era ormai abbandonata ad ogni genere di eccessi e di orgie, e queste durarono per tutto il tempo che essa rimase a Nukuheva. Guai ai poveri selvaggi che si trovano esposti all’esempio corruttore dei bianchi! Fiduciosi e ignari, essi sono facilmente trascinati ad ogni vizio; e l’umanità non può che piangere sulla rovina senza alcun rimorso inflitta su di essi dai loro civilizzatori europei. Oh, felici quegli indigeni che, abitatori di isole sperdute nell’Oceano, non ancora scoperte, non sono mai stati posti al contatto contaminatore del bianco!

  1. Termine di marina, denotante i due scalini sporgenti e più d’ogni altro vicini alla ruota di prua sopra i quali si regge il bompresso.
  2. Tabù: presso i selvaggi Polinesiani è il divieto di usare di certi cibi e di certi oggetti, nonchè di accostarsi a determinati luoghi. È la venerazione in cui va tenuta cosa, luogo o persona. Spesse volte si estende a un’intera tribù. Parola equivalente è l’abissino Tabi che pure significa cosa proibita per legge o per consuetudinario consenso. (N. d. T.).
  3. Fibra di corteccia d’albero intessuta dagli indigeni.