Tre libri dell'educatione christiana dei figliuoli/Libro II/Capitolo 54

Libro II - Capitolo 54

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DELL’OBLIGO, ET DEL FRUTTO DI CELEBRARE LA DOMENICA ET GLI ALTRI GIORNI FESTIVI.

Se adunque il popolo Giudaico, per la memoria della creatione del mondo, et della ricuperata libertà carnale, era et per legge di natura, et per legge scritta, et per ogni diritto di gratitudine obligatissimo a santificare il sabato, et render gratie à Dio de i benefitii ricevuti, che diremo del christiano, il quale per fede sà, et confessa che Dio non solo è suo creatore, ma redentore, et che ci ha liberati, et redenti non co’l sangue d’un vile agnello, ma co’l suo proprio sangue d’infinito prezzo, et valore? sa anchora il christiano, et confessa che egli non è passato per il mar rosso, ne hà mangiato la manna del Cielo, ne è stato condotto nella piccola Palestina, terra di promissione di quel popolo, ma è passato per il sangue di Christo nel santo battesimo, è nutrito nel deserto di questo mondo, del vero pane celestiale, cioè di Christo istesso, et finalmente è descritto cittadino della vera terra di promissione, cioè della patria celeste per regnar in essa, et esser eternamente beato con Christo; hor chi può negare, che non un giorno solo della settimana, ma tutti i giorni, et tutte le hore si dovriano spender in ringratiar Dio de gli innumerabili, et grandissimi benefitii che ci ha fatti, et fa continuamente senza intermissione? et s’egli ci havesse commandato che un giorno solo della settimana fosse il nostro, et gli altri fossero tutti deputati per il suo servitio, chi havria giamai ragione di dolersi? certo niuno. Ma Iddio ricco, come l’Apostolo dice, et abondante in misericordia, ha voluto compatire alla nostra infirmità, et come già nel paradiso terrestre, havendo conceduto al primo padre nostro Adamo, il libero uso d’infiniti alberi, pieni di suavissimi frutti, un solo ne riservò per se, in segno del supremo dominio, cosi di tanti giorni dell’anno, ha voluto che alcuni pochi fossero riservati al suo culto; ma però con grandissimo frutto, et benefitio nostro, imperoche qual più dolce, et più desiderabile cosa può essere che dopo molte fatiche dell’arti, et negotiationi della vita civile, dopo i strepiti de i tribunali, et delle piazze, et dopo mille cotidiane miserie di questa laboriosa nostra peregrinatione, dopo dico tante tempeste che ci hanno agitati, riposarsi alquanto, et ritirarsi come in un porto tranquillo, nella casa di Dio, et dar qualche refettione spirituale all’anima famelica et stanca? chi non vede quanta instruttione, et quanto nutrimento diano alla pietà christiana, le misteriose solennità della vita di Christo, congiunte con quelle della Beatissima Vergine Madre, la memoria de i gloriosi Apostoli, le vittorie de i fortissimi martiri, et altri santi, che la santa Chiesa con artifitio celeste, in tutti i giorni dell’anno ci và ripresentando? certo ardisco dire, che se non fossero le sante festività, che ci rinfrescano la memoria de i benefitii divini, tanto siamo per noi stessi obliviosi, et tanto involti et occupati, come già il populo Hebreo nell’Egitto, à raccorre le paglie, et il fango di questo mondo, che à pena ce ne ricordaremmo giamai. Et nondimeno quantuque sia cosi grande et l’obligo et la utilità della santificazione delle feste, si trovano alcuni che per mostrarsi anchora in questa parte veri figliuoli del vecchio Adamo, par loro il giorno festivo grave giogo, come impedimento dell’avidità loro di guadagnare, et quasi tempo perduto; altri sono in maggior numero, i quali aspettano il giorno della festa non per servir à Dio, ma per servire al diavolo, et a i sfrenati appetiti della carne, ne i giuochi nell’ebrietà, et nel fuoco della libidine che gli arderà eternamente nell’inferno, se non mutaranno vita. Et certo è cosa miserabile, et degnissima di abondanti lagrime, l’abuso, et irreverenza grande che in questa parte si vede nel popolo christiano generalmente parlando, colpa s’io non m’inganno, non piccola di mancamento di buona educatione, et publica, et privata.