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Tre demolizioni fra le monete della Repubblica

Francesco Gnecchi

1891 C Indice:Rivista italiana di numismatica 1891.djvu Rivista italiana di numismatica 1891

Tre demolizioni fra le monete della Repubblica Intestazione 6 ottobre 2011 75% Numismatica

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Rivista italiana di numismatica 1891

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della serie Appunti di numismatica romana

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APPUNTI

DI

NUMISMATICA ROMANA




XIX.

TRE DEMOLIZIONI


FRA LE MONETE DELLA REPUBBLICA.


Lo studio generale delle monete della Repubblica Romana è fatto, ed il lavoro dei molti insigni numismatici che vi si dedicarono fra cui, per citare solo i più eminenti, Eckhel, Cavedoni e Mommsen, è riassunto nell’opera di Babelon. È ormai intorno a quest’opera che si affaticano gli studiosi a introdurre piccole aggiunte, a chiarire qualche punto ancora controverso o non completamente spiegato, a proporre qualche nuova interpretazione o infine a correggere le piccole inesattezze o a levare le piccole mende, di cui non va scevra nessun’opera scientifica, per quanto ben fatta. Produrre una nuova moneta o toglierne una che è entrata per equivoco nella serie, scoprire un nome ignorato o cancellarne dalla storia uno, che vi si è intromesso per errore, sono tutti servigi egualmente profittevoli alla scienza, e che egualmente tendono allo scopo finale della perfezione. — E con questo ho inteso giustificare il [p. 420 modifica]presente lavoro di demolizione, nel quale, fatto nell’unico interesse del vero, non vorrei che alcuno potesse vedere una mancanza di rispetto, o un sentimento che non fosse quello della più alta stima verso l’illustre autore della Description historique et chronológique des Médailles de la République romaine. Come più sopra ho accennato, non v’ha opera per quanto accurata in cui non sia possibile trovare qualche menda.

Nel Babelon mi pare vi siano tre sole citazioni di Musei milanesi, e a questo o a ben poco di più si riducono tutte le citazioni di Musei italiani. Le tre citazioni non sono dirette, ma provengono tutte originariamente dal Riccio, essendo in seguito passate pel Cohen e per altri autori. Ma è forza dire che il Riccio fu ben poco diligente nell’esame delle collezioni milanesi e poco fortunato nelle sue citazioni, poiché delle tre non una resiste a una semplice verifica. Tale verifica avrebbe dovuto farsi assai prima; ma non essendo mai stata fatta, me ne sono incaricato io, onde gli errori non abbiano a propagarsi all’infinito. Un Denaro della Julia e un Sestante della Rubria vanno levati perchè non esistenti nelle collezioni citate; con un Semis poi della Plaetoria che pure non esiste, occorre cancellare anche un nome di magistrato monetario.

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Julia. — Bab. 104.

D/ — Testa d’Ottavio a destra.
R/CAESAR DIVI F in una riga nel campo. Ottavio su di un cavallo al riposo a sinistra, colla destra alzata.

Denaro (Museo di Milano); e si aggiunge in nota: d’après Riccio, qui a négligé d’indiquer le metal de cette pièce. [p. 421 modifica]È curioso il numero delle inesattezze che accompagnarono la creazione di questa moneta e nelle successive citazioni; e, quantunque la moneta sia per sé stessa di ben poca importanza e nessuna influenza possa avere l’esistenza o la non esistenza di essa per la numismatica di questo periodo già così ricca di monumenti, è bene tesserne la storia come esempio, dacché lo stesso caso è avvenuto per monete d’altra importanza, la cui supposta esistenza portava seco un errore storico.

Riccio da principio cita la moneta come un denaro (e dunque non ha dimenticato di indicarne il metallo) appartenente alla sua collezione; del che è lecito dubitare, come di tutto ciò che riposa sull’unica asserzione di un autore poco attendibile, senza però che vi sia alcun motivo intrinseco per un rifiuto assoluto. Lo stesso Riccio poi aggiunge l’aureo identico al denaro come appartenente al Museo di Milano; e questo è contrario al vero, nel Gabinetto di Brera non esistendo ora e non essendo mai esistito tale aureo1.

Segue il Cohen, il quale alla descrizione della stessa moneta aggiunge: OR? AR? (Eckhel, du Musée de Vienne, Riccio, du Musée de Milan). Ora è ben vero che Eckhel a pag. 80 Vol. VI, della sua Doctrina Numorum veterum, dopo aver descritto l’aureo (Bab. 103) e il denaro (che manca a Cohen e a Babelon) Caesar eques citatu cursu d. elata, aggiunge: Alius (typus) Caesar equo lente gradiente vectus AV (Mus. Caes), il quale sarebbe precisamente e chiaramente l’aureo dato dal Riccio come appartenente al Museo di Milano; ma [p. 422 modifica]è vero altresì che anche la citazione dell’Eckhel non resiste alla verifica. L’aureo in questione al Museo imperiale di Vienna attualmente non esiste; e, come gentilmente m’informa il Direttore di quel Gabinetto signor Kenner, si rileva da una nota manoscritta del precedente direttore signor Giuseppe Arneth che non vi esisteva neppure nel 1834; onde è a supporsi che sia stato levato verso la fine del secolo scorso come falso.

Cosi dopo tanto tempo e tanti passaggi, ciascuno dei quali aggiunse qualche inesattezza alle precedenti, non ne è uscita che una vera confusione, la cui soluzione molto semplice è questa: La moneta non esiste né in oro né in argento, o per lo meno non esiste in alcuno dei Musei citati. Nulla osta ch’essa possa riapparire, ma, pel momento, va cancellata.

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Plaetoria. — Bab. 1.

D/ – Testa di Giove a destra. Dietro S.
R/Q PLAET ROMA. Prora di nave a destra. Davanti S. Semis 20 f. (Coll. Trivulzio a Milano).

Questa moneta non sarebbe conosciuta a detta del Riccio se non nella Collezione Trivulzio di Milano, e su quest’unica moneta sarebbe basata l’esistenza di un Q. Plaetorius, anteriore di 60 anni ai tre altri magistrati monetarii della famiglia Plaetoria. Sulla fede del Riccio riposarono Mommsen e Cohen; Babelon pel primo espose una diffidenza, e la espose in termini tanto forti, che davvero nasce spontanea la domanda: perché non si sia preso la pena di verificare la moneta piuttosto che pubblicarla con tali riserve.

[p. 423 modifica]Ecco le parole con cui Babelon presenta la moneta e il relativo magistrato monetario:

Q. PLAETORIUS

monétaire vers 619 (135 av. C.)


«Ce monétaire n’est connu que par un Semis conservé dans la Collection Trivulzio à Milan, et publié par Riccio pour la première fois. Il a été reproduit par Cohen et Mommsen sans que son authenticité ait été suspectée par ces savants.
Q. Plaetorius serait le seul membre de sa famille ayant porté le prénom de Quintus ; il pouvait être le fils de C. Plaetorius... enfin il aurait battu monnaie vers l’an 619 environ. Nous pensons qu’il s’agit, en réalité, d’un Semis de Q. Caecilius Metellus (Caecilia 22) ou d’un Semis d’Opeimius (Opimia 2) sur lequel la légende aura été légèrement retouchée ou mal lue par Riccio.»


Or bene il Semisse in questione non esiste né genuino né ritoccato nella collezione Trivulzio, la quale è perfettamente intatta quale era al momento in cui può averla visitata il Riccio ; e non solo non vi esiste materialmente la moneta, ma neppure è fatta menzione di alcuna moneta di bronzo appartenente alla famiglia Plaetoria nel vecchio Catalogo manoscritto della Collezione stessa. Il signor Riccio, cosi poco preciso sempre, ebbe questa volta una vera allucinazione e attribuì alla collezione Trivulzio una moneta o non vista mai oppure vista o creduta di vedere altrove. Non rimane che radiare la moneta e togliere il nome di Q. Pletorio, il quale cade naturalmente con essa, dalla serie dei magistrati monetarii dell’epoca repubblicana.

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Rubria. — Bab. 9.

D/ – Testa di Mercurio a destra col petaso alato ; davanti il caduceo, in alto due punti.
R/L RVBRI. Prora di nave a destra, in parte nascosta da un tempio a due colonne e a frontone triangolare. Nel tempio un’ara di forma rotonda intorno alla quale è attorcigliato un serpente.

Sextans 40 f. (Museo di Milano).


Questo Sestante non esiste nel Gabinetto di Brera e si può asserire che non vi ha mai esistito, non trovandosi neppure fra le monete false, che in una serie a parte vengono giustamente conservate. Vi sono bensì due discreti esemplari degli assi della Rubria, il comune (Bab. 5), e quello più raro (Bab. 6), e forse fu quest’ultimo male battuto e nel diritto del quale appare una sola faccia (appunto quella di Mercurio) che può aver dato luogo all’equivoco. Ma è sempre meraviglioso come da esso abbia potuto cavarne il Riccio il disegno del suo sestante riprodotto poi dagli autori successivi.

Anche questo va dunque cancellato, per lo meno fino all’apparizione di un nuovo esemplare.



Note

  1. Probabilmente le citazioni del Riccio furono fatte a memoria dopo aver esaminate le collezioni, e nel caso presente avvenne una confusione coll’aureo somigliante, descritto al N. 103 del Babelon, il quale realmente esiste nel Gabinetto di Brera.