Trattato dei governi/Libro quarto/XV

Libro quarto - Capitolo XV: Quai virtù debbono essere nella republica

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Aristotele - Trattato dei governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro quarto - Capitolo XV: Quai virtù debbono essere nella republica
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Ma perchè il medesimo pare che sia fine e alla città, e in particulare a ciascuno, e perchè la medesima diffinizione debbe essere quella dell’uomo buono, e della buona republica, però è manifesto, che nell’uno e nell’altro debbon essere le virtù, che servono all’ozio; essendo, come io ho detto più volte, la pace fine della guerra, e l’ozio del negozio.

E infra le virtù quelle servono all’ozio, e a intrattenersi, l’operarsi delle quali servono, e nell’ozio, e nel negozio: che invero molte cose necessarie bisogna presupporre per potere vivere nell’ozio. E perciò è bene che nella città sia temperata, e forte e constante: che come è in proverbio, li servi non hanno ozio. E chi non può entrare nei pericoli con fortezza è servo di chi l’assalta.

È uopo adunche per li negozî di fortezza, e di costanza, e per l’ozio di filosofia, e nell’uno e nell’altro tempo, ma molto più in quel di pace: e quando e’ non accade negoziare, è uopo di giustizia e di temperanza, perchè la guerra costrigne gli uomini ad essere giusti, e temperati, e la fortuna prospera, e l’ozio nei tempi di pace fa gli uomini contumeliosi.

Hanno pertanto bisogno di molta giustizia, e di molta temperanza gli uomini che sono in buona fortuna, e che si godono questo modo, come sono quegli (se alcuni se ne ritrova) secondo che li poeti affermano, nell’isole fortunate; che tali han gran bisogno di filosofia, di temperanza e di giustizia, quanto maggiore abbondanza egli hanno di simili beni, e vivono più oziosamente degli altri. È manifesta la cagione adunche, perchè la città che ha ad essere virtuosa, e felice, abbia bisogno di simili virtù; perchè egli è, cioè, cosa brutta a non potere usare i beni, che uno ha, anzi apparire generoso solamente quando tu sei nei negozî, e nei tempi di guerra, e vile in quei della pace e dello ozio. Però non sta bene d’esercitare la virtù nel modo della republica spartana. Imperocchè li cittadini di quella non sono differenti dagli altri per questo, cioè, perchè e’ non stimino gli altri per beni grandissimi le medesime cose, che stimano eglino, ma perchè egli stimano tai beni esser conseguiti più da loro per una certa virtù. Ma egli è manifesto pei detti miei, che quei beni sono più eccellenti, e la fruizione d’essi, che quegli della loro virtù, e che quegli della loro virtù sono per cagione di quegli.

Ma considerisi ormai qualmente, e che per mezzo ciò conseguire si possa. Innanzi ho io diviso, che di tre cose s’ha di bisogno, cioè di natura, di costume e di ragione. E quanto alla parte della natura, cioè qualmente gli uomini per lei debbino essere disposti, ho io detto innanzi. Restaci ora a considerare se gli uomini si debbono instruire o con la ragione o con li costumi, perchè amendue queste cose debbono concordare ottimamente d’una armonia perfetta; perchè e’ può essere, che la ragione erri dal buono fine presuppostosi, e ch’ella si lasci guidare dai costumi.

E questo primieramente ci è manifesto come nell’altre cose, cioè che la generazione ci viene da principio, e che il fine ci viene da un certo principio d’un altro fine. Ma la ragione e la mente, son fine della natura. Onde imprima per fine di questi si dee preparare la generazione e li costumi.

Ancora così come l’anima o il corpo sono due cose, similmente si vede l’anima aver due parti, cioè quella che ha la ragione e quella che ne manca. E gli abiti di queste potenze sono ancora due per numero, dei quali l’uno si chiama Appetito, e l’altro si chiama Mente. Ma così come nella generazione il corpo precede l’anima, similmente la parte senza ragione precede la ragionevole. E questo ci è manifesto, imperocchè l’ira, e il desiderio, e la concupiscenza è nei fanciugli subito che e’ sono nati. Ma la ragione e la mente si fa in loro, poi che e’ son fatti. Però si debbe prima fare la diligenza intorno al corpo che intorno all’anima; e conseguentemente fare prima quella dello appetito, perchè l’appetito è per fine della mente, e il corpo per fine dell’anima.

Ora adunche se al datore di legge s’appartiene di considerare prima qualmente debbino essere fatti i corpi che l’anime, primieramente gli sia da considerare la parte dei matrimonî in che tempo e’ si debbino fare, e di che qualità debbino essere quei, che si congiungono in tal legame.