Differenze tra le versioni di "Colonizzare la noosfera/Le varietà dell'ideologia hacker"

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Sarà forse per una concezione totalizzante e romantica del mondo, oppure per la forte sensibilità che ha sempre caratterizzato la mia persona, o per l'alienazione cui sono arrivato tramite troppe letture e studi eccessivi, o forse più semplicemente per egocentrismo, sarà per una sola di queste cause o per il concorso di tutte e tre, ma talvolta credo davvero che non sia il tempo a modificarmi gli umori, ma che, contrariamente, siano i miei umori a modificare il tempo. Almeno, i movimenti all'interno del mio animo sono tanto repentini quanto quelli del cielo, e soltanto in apparenza sono indipendenti l'uno dall'altro, mentre sento (così mi pare) che tra essi c'è un rapporto di sinergia, o che addirittura i primi esercitano la loro influenza sui secondi.
{{opera
|NomeCognome=Eric Steven Raymond
|TitoloOpera=Colonizzare la noosfera
|NomePaginaOpera=Colonizzare la noosfera
|AnnoPubblicazione=1998
|TitoloSezione=Le varietà dell'ideologia hacker
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Ecco che in giornate come questa di oggi, quando le nuvole sono alte e ingrigiscono il cielo, ma non assorbono tutta la luce, e allora le colline sono scure ma non perdono i loro colori - verdi di tutte le tonalità, giallo, marrone, rosso - e il mare mosso è color argento e spira un vento forte che difficilmente ti lascia passare, ma ti urta e ti sposta per arrivare sempre primo; ecco, dicevo, sento che nel mio animo soffia la stessa bora, che spazza in superficie ma non elimina le nubi, ed io sono in tumulto, e fremo, e ai agito, come le foglie sui rami degli alberi e i pennoni delle barche fatte rullare dalle onde.
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|CapitoloPrecedente=Una contraddizione introduttiva
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|CapitoloSuccessivo=Teoria promiscua, pratica puritana
|NomePaginaCapitoloSuccessivo=Colonizzare la noosfera/Teoria promiscua, pratica puritana
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E' in giornate come queste che ripercorro i miei passi - e cammino sul lungomare e mi figuro questi stessi luoghi quando venivo con Stefano, il mio orso, il mio uomo. Anche se soffiava la bora, e minacciava pioggia, ci piaceva venire qui per poco tempo, e ci sedevamo sul bordo dei moli, le gambe a penzoloni sull'acqua, e parlavamo, cosa hai fatto oggi, sei stanco, hai lavorato troppo, a scuola come va, per poi starcene zitti, ad ascoltare il sibilo del vento tra le imbarcazioni. Io allora mi distendevo sulle sue gambe, col viso rivolto alla sua grossa pancia, e lui mi accarezzava con la mano grande e paffuta. Sembravamo davvero padre e figlio, e ci potevamo scambiare tenerezze senza dar troppo nell'occhio. Venivamo qui perché ci piaceva e "anche perché - diceva - qui nessuno mi conosce". Io pensavo non dura, per una sorta di presentimento che sempre mi accompagnava, e quasi piangevo mentre lui mi toccava, guardando un po' me e un po' il mare, coi suoi occhi azzurri, buoni e imperiosi assieme. Mi voltavo, e già mi abbandonava quel senso di disagio e incertezza; gli passavo un dito sulle labbra e sui baffi, e gli dicevo "ho voglia di baciarli", poi lo toccavo sul torace, volevo che si spogliasse lì su due piedi. Volevo guardarlo come lo avevo guardato la prima volta, in spiaggia, in una giornata del tutto diversa. Allora era estate, il caldo ti portava ad alzarti prestissimo alla mattina per raggiungere le baie rocciose sotto la costiera, e là metterti nudo e continuare a dormire. Poco vento, un cielo limpidissimo e il calore pressante del sole già alto alle sette, pace esteriore e interiore. Stefano arrivava solo, di buon'ora, e se ne andava verso le undici e mezza. Lo osservavo, così peloso, grosso e muscoloso, le spalle larghe e un torace perfettamente modellato; era l' unico a girare scalzo sulle pietre, a tenersi addosso la catenona d'oro e l'orologio. Che uomo, mi dicevo, mentre si tuffava e nuotava ad ampie bracciate al largo; era uno che sapeva il fatto suo, si vedeva. Dopo un lungo bagno si fermava su uno scoglio, seduto, e guardava l'orizzonte, con gli occhi che sembravano scalfire il sole, e che non temevano nulla. Pareva inarrivabile, tanto era bello e maschio, lo guardavo e lo volevo e pensavo che se anche lo avessi avuto non sarebbe andata bene. Credetti di essermi sbagliato, quando mi avvicinai a lui, un giorno in cui eravamo soltanto noi due in spiaggia, e mi dichiarai. Mi aspettavo uno schiaffo, mentre lui mi accarezzò. Accadde soltanto quello, quel giorno, perché lui doveva andare via, ma provai già una sensazione che avrei avuto più volte, poi, accanto a lui: mi sentii trasportato vicino al sole, o forse più in alto, ed ero protetto dalle fiamme dalle sue mani, dal suo corpo.
L'ideologia della cultura open source di Internet (ciò in cui gli hacker dicono di credere) è un argomento di per sé alquanto complesso. Tutti coloro che ne partecipano si dicono concordi sul fatto che l'open source (ovvero, il software in libera ridistribuzione e soggetto a pronta evoluzione e modifica come risposta alle esigenze in mutamento) sia qualcosa di positivo e degno degli sforzi collettivi. È sulla base di tale concordanza generale che si definisce efficacemente l'affiliazione in tale cultura. Tuttavia, quel che varia in maniera considerevole sono le motivazioni individuali e le relative sotttoculture.
Un primo livello di differenziazione è l'eccessivo fanatismo; ciò nel caso in cui lo sviluppo open source venga considerato sia soltanto come giusto mezzo per il raggiungimento di un determinato fine (buoni strumenti, giocattoli divertenti, un gioco interessante da fare) sia come scopo ultimo di per sé.
Una persona molto fanatica direbbe: “Il free software è tutto per me! Vivo solo per creare programmi e risorse utili e bellissime, e per diffonderli in giro.” Una persona moderatamente fanatica direbbe: “L'open source è una bella storia a cui ho deciso di dedicare parecchio del mio tempo per far sì possa concretizzarsi.” Una persona scarsamente fanatica direbbe: “Si, qualche volta l'open source è OK. Mi piace giocarci e rispetto quelli che l'hanno messo su.”
Un altro livello di variazione risiede nell'ostilità al software commerciale e/o a quelle aziende percepite come dominatrici del relativo mercato.
Una persona molto anticommerciale direbbe: “Il software commerciale è un furto e un'imposizione. Scrivo free software per porre fine a questa mostruosità.” Una persona moderatamente anticommerciale direbbe: “In generale il software commerciale è OK perché i programmatori meritano d'essere pagati, ma le aziende che s'arricchiscono con prodotti scadenti e la fanno da padroni sono una calamità.” Una persona non anticommerciale direbbe: “Il software commerciale è OK, io uso e/o scrivo free software soltanto perché questo mi piace di più.”
Tutte e nove le categorie possibili, risultanti dalla combinazione delle variazioni elencate, sono presenti nella cultura open source. Il motivo per cui è il caso di puntualizzare le distinzioni deriva dal fatto che ciascuna di esse persegue obiettivi diversi, e altrettanto diversi comportamenti di adattamento e cooperazione.
Storicamente la parte più visibile e più organizzata della cultura hacker è stata sia molto fanatica sia molto anticommerciale. La Free Software Foundation (FSF), fondata da Richard M. Stallman, fin dai primi anni '80 ha concretamente sostenuto lo sviluppo open source inclusa la realizzazione di programmi quali Emacs e GCC, tuttora strumenti di base per il mondo open source di Internet. Una predominanza che pare destinata a proseguire nel prossimo futuro.
Per molti anni la FSF è stato l'unico fulcro importante per l'hacking open source, producendo un numero enorme di strumenti ancor'oggi cruciali per l'intera cultura. Inoltre, la FSF è stata a lungo l'unico sponsor dell'open source dotato di identità istituzionale visibile per gli osservatori esterni alla cultura hacker. Da lì arriva l'efficace definizione di “free software”, un termine deliberatamente carico di valenze provocatorie (valenze altrettanto deliberatamente evitate dalla più recente etichetta open source http://www.opensource.org).
Quindi, le percezioni della cultura hacker sia dall'interno sia dall'esterno tendevano a identificarla con l'approccio fanatico e gli obiettivi primari come anticommerciali, tipici della FSF (personalmente Richard Stallman nega di essere anticommerciale, ma il suo programma è stato in tal senso interpretato dalla maggior parte delle persone, inclusi i suoi più accaniti sostenitori). L'impulso vigoroso ed esplicito della FSF a “distruggere la costrizione del software!'' è divenuto l'elemento più pregnante dell'ideologia hacker, e Richard Stallman il più vicino al ruolo di leader della cultura hacker.
I termini della licenza FSF, la cosiddetta “General Public Licence” (GPL), ben esprimono siffatta attitudine e restano ampiamente in voga nel mondo open source. Nel 1997 circa la metà del software presente su Sunsite, l'archivio più grande e più noto del mondo Linux, in North Carolina, era contrassegnato dai termini espliciti della licenza GPL.
Ma la FSF non è mai stata l'unica squadra in campo. Nella cultura hacker è sempre esistita un'ala più moderata, meno provocatoria e più vicina al mercato. I più pragmatici erano fedeli non tanto a un'ideologia quanto piuttosto a un gruppo di tradizioni informatiche basate sul lavoro dell'open source e antecedenti alla FSF. Fatto ancor più importante, tali tradizioni comprendevano le culture tecniche interconnesse di Unix e dell'Internet pre-commerciale.
L'approccio tipicamente pragmatico è anticommerciale solo in maniera moderata, e la sua maggiore lagnanza contro il mondo delle corporation non è la “costrizione” di per sé. Piuttosto, il perverso rifiuto da parte di tale mondo nell'adottare un approccio superiore incorporando Unix, standard aperti e software open source. Se il pragmatico odia qualcosa, è meno probabile si tratti dei “costrittori” in senso generale quanto piuttosto degli attuali dittatori dell'industria informatica, ieri IBM e oggi Microsoft.
Per i pragmatici, la GPL è importante in quanto strumento anziché come fine ultimo. Il suo maggior valore non sta tanto nel fatto di rappresentare un'arma contro la “costrizione”, bensì in quanto strumento per incoraggiare la condivisione del software e la crescita delle comunità di sviluppo sul modello a bazaar http://www.apogeonline.com/openpress/doc/cathedral.html. Il pragmatico apprezza strumenti e giocattoli efficaci più di quanto disdegni la commercialità, e riesce a utilizzare anche software commerciale d'alta qualità senza alcun problema ideologico. Al contempo, l'esperienza dell'open source gli ha fatto apprendere standard tecnici di una qualità che ben pochi software “chiusi” possono eguagliare.
Per molti anni il punto di vista pragmatico si è espresso all'interno della cultura hacker essenzialmente con l'ostinato rifiuto ad accettare tout court la GPL in particolare o l'agenda di FSF in generale. Nel corso degli anni '80 e dei primi '90, tale atteggiamento veniva associato con i fan Unix di Berkeley, gli utenti della licenza BSD, e i primi tentativi di realizzare programmi Unix open source partendo dai sorgenti base di BSD. Tentativi che però non sono riusciti a costruire comunità bazaar di proporzioni significative, finendo col diventare decisamente frammentati e inefficaci.
Il pragmatismo non ebbe alcuna forza di base fino all'esplosione di Linux nel 1993-1994. Pur non essendosi mai posto in contrapposizione a Richard Stallman, Linus Torvalds ha stabilito un esempio considerando benignamente la crescita dell'ambito industriale legato a Linux, appoggiando pubblicamente l'utilizzo di software commerciale di alta qualità per compiti specifici, e deridendo gentilmente quegli elementi più puristi e fanatici all'interno della cultura hacker.
Effetto collaterale della rapida crescita di Linux fu l'iniziazione di un vasto numero di nuovi hacker che avevano giurato fedeltà a Linux, riconoscendo al programma della FSF un interesse storico. Anche se la nuova ondata di hacker Linux poteva descrivere il sistema operativo come “la scelta della generazione GNU”, la maggior parte di loro tendeva a emulare Torvalds più che Stallman.
Gradatamente i puristi anticommerciali si ritrovarono ad essere una minoranza. Il cambiamento non venne però a galla fino all'annuncio nel febbraio 1998 di Netscape relativo alla distribuzione pubblica dei sorgenti di Navigator 5.0. Ciò risvegliò l'interesse del mondo delle corporation nel “free software”. La conseguente chiamata alla cultura hacker di approfittare di questa opportunità senza precedenti e di ridefinirne l'obiettivo da “free software” a “open source”, venne accolta da una tale e immediata approvazione che sorprese chiunque vi si trovasse coinvolto.
Nel successivo sviluppo rafforzativo, da metà anni '90 l'ala pragmatica della cultura andava trasformandosi in policentrica. Dalla radice Unix/Internet presero a germogliare altre comunità semi-indipendenti dotate di una propria autocoscienza nonché dei propri leader carismatici. Tra queste, la maggiore dopo Linux fu la cultura Perl sotto Larry Wall. Più piccole ma comunque significative, anche le enclave radunatesi intorno ai linguaggi Tcl di John Osterhout e Python di Guido Van Rossum. Tutte e tre queste comunità diedero corpo all'indipendenza ideologica, realizzando altrettanti schemi di licenza non-GPL.
 
Ripensavo sempre ai nostro primo incontro, mentre lo accarezzavo sul petto. Lui toglieva la mano, diceva "non qui", ci alzavamo e andavamo in macchina, poi in stanza d'albergo. "Ma non hai una casa tu? dimmi, dov'è che ti chiamo, allora, nella tua cabina personale? e perché sempre e solo alla stessa ora?". Non mi rispondeva, si metteva nudo e mi baciava; facevamo l'amore, e dopo mi accarezzava, di nuovo, come aveva fatto in riva al mare, poco prima. Io stavo in silenzio e pensavo che non fosse fatto di carne ed ossa, ma di terra, aria e acqua, di infiniti elementi mischiati dal vento primordiale, credevo che lui fosse un cosmo, e che i suoi occhi davvero fossero solari, se potevano fissare a lungo il bagliore del sole, che il suo corpo fosse materia pura, incorruttibile, inattaccabile. Ma Dio mio, l'orologio - che non si toglieva mai, si doveva proprio piacere con quel pezzone di metallo addosso, e sapeva di appagare il mio feticismo - me lo portava sempre via, perché sempre arrivava un'ora in cui doveva andare. "Vai al lavoro?" gli chiedevo. "No", diceva. Si rivestiva, mi accarezzava per l'ultima volta nella giornata, e spariva. Io scendevo più tardi, a pezzi, e io chiamavo alla solita ora. Mi rispondeva gentile, ma brusco, e a monosillabi. "Stefano, mi ami ?" "Ti voglio bene", sussurrava, quasi temesse di essere sentito da qualcuno, "...ti voglio bene. e basta."
 
Questo era l'appuntamento settimanale, passeggiata, albergo, telefonata; andammo avanti così per quattro mesi, da settembre a dicembre. Lo incontrai però per caso, un giorno di pioggia, o di nebbia, quando non puoi avere paura che il cielo ti crolli addosso perché è già crollato, e tutte le forme svaniscono perdendo prima i contorni, poi scomparendo del tutto, e così fanno la tua mente e la tua anima - morire e vivere in quelle giornate non hanno più senso perché non si possono distinguere. Era assieme ad una donna e a un ragazzo. "Salve" mi disse, a voce bassa e tirando dritto coi passi e con io sguardo. "Salve", risposi io, e non seppi cosa pensare. Ero certo che era finita. Ouel giorno telefonai, a sorpresa; mi rispose una donna; quando me lo passò, egli fece finta di conoscermi appena.
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|CapitoloPrecedente=Una contraddizione introduttiva
Ci rivedemmo, al giovedì, come al solito, anche se direttamente in albergo. Lasciai che facesse l'amore con me, ma non fu certamente splendido. Non appena ebbe finito, non gli permisi di accarezzarmi anche se non credevo che lo avrebbe fatto. Mi alzai, e gli chiesi per avvalorare un sospetto che era evidentemente vero ma al quale non volevo credere "erano tua moglie e tuo figlio, quelli?" "Sì, a dire il vero". Era la prima volta che aggiungeva qualche parola dopo un si o un no. "Senti - aggiunse - io non sono né sono mai stato frocio. Mi è piaciuto scoparti, e basta. Certo, ti voglio bene, come amico. Ma non sono frocio". Quale desolazione, quale disgusto, quale pena mi faceva quell'uomo che mi pareva tanto forte e che al contrario era tanto debole da nascondere a se stesso una parte di sé. Quale rabbia provavo per me, che lo avevo amato e idolatrato nonostante i miei presentimenti e la meccanicità dei nostri appuntamenti. Tuttavia non ebbi niente da dire, e non parlai. "Io non posso vederti più. Mia moglie sospetta qualcosa, si ricorda ancora di mie scappatelle precedenti". Lo guardai rivestirsi per l'ultima volta, senza una lacrima, osservai quelle cosce, quei polpacci, quel petto e il suo oro, sentii i suoi baffi sulle labbra perché mi baciò, allora, prima di andarsene. Io rimasi in silenzio ancora per molto tempo. Non narro la confusione, il dolore, l'ira, il rimorso che provai in quei momenti, e anche dopo. Andandomene, giurai a me stesso che mai e poi mai avrei pensato a Stefano, che mai e poi mai avrei rivisto i posti dove ero venuto con lui. Ma in giornate come queste, quando la bora è fuori e dentro di me, ripasso sulle mie orme, e torno là dove mi appoggiavo sulle sue gambe, e lui mi accarezzava. Provo ancora tristezza per lui, in fondo lo amo ancora; non posso pensare di essermi sbagliato del tutto, né voglio vivere pieno di rancore. Stefano era, in qualche modo, un uomo forte, perché ci vuole forza anche per fingere tutta la vita. Egli è ancora con me, nelle cose, nei pensieri, in ciò che sono adesso. E' per causa sua se non smetto di cercare il vero amore: con lui ho fatto il primo passo.
|NomePaginaCapitoloPrecedente=Colonizzare la noosfera/Una contraddizione introduttiva
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