Degli uffici (volgarizzamento anonimo): differenze tra le versioni

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rori. Ma queste cose basti avere detto insino
a qui.
 
CAPO XL.
 
Di quello che bisogna osservare nella vita
pubblica e nella privata.
 
Ma quello così si debbe giudicare , che le
cose grandi e di grande animo, si fanno da co-
loro che reggono la repubblica : imperocché
1’ amministrazione loro largamente si mani-
festa , e appartieni a molti. Ma noi abbiamo
inteso, che sono e già furono molti, di grande
ingegno ancora nella vita oziosa : i quali o
e'si danno all'investigazione, e tentano cose
grandi , e stanno contenti de' loro confini ; o
posti tra' filosofi , e tra coloro che ammini-
strano la repubblica, si dilettano delle loro
cose familiari ; quelle non accrescenti senza
ragione, e non rimoventi dall’uso di quelle
la famiglia loro ; anzi più tosto (accentine
 
 
 
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7 5
 
parte agli amici e alla repubblica , se mai
viene il bisogno. Le quali cose familiari pri-
ma si debbono acquistare bene , con nessuno
disonesto o odioso guadagno : e queste dieno
utilità a molti uomini , purché ne sieno de-
gni: oltre questo esse cose familiari debbono
essere accresciute con diligenza , e ragione,
e masserizia. E non debbono più tosto ub-
bidire alla libidine e alla lussuria , che alla
liberalità e alla beneficenza. Chi osserva le
cose prescritte, a costui è lecito vivere grave
e animosamente ; e ancora con semplicità e
fede, e amichevolmente alla vita umana.
 
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CAPO XLI.
 
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Della Temperanza.
 
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E seguita eh' ei si dica di quella parte del-
l' onestà, la quale sola resta: nella quale si co-
nosce essere la vergogna , e quasi un certo
ornamento della vita , cioè la temperanza e
la modestia, e ogni rammorbidamento delle
passioni dell'animo, e ogni misura delle co-
se. In questo luogo si contiene quello che è
in latino il decoro , cioè la confacenza , il
 
 
 
76 .
 
quale i greci chiamano prepon. Questa è quel-
la forza che non può essere separata dall’o-
nesto : imperocché ciò che si confà è onesto,
e ciò eh’ è onesto si confà.
 
CAPO XLII.
 
’ ->
 
Del Decoro.
 
Ma quale sia la differenza tra l'onesto e il
decoro , cioè la confacenza , può essere più
agevolmente inteso che dichiarato. Imperoc-
ché ciò ch’è quello che si confà, allora appa-
risce , quando innanzi è ita l’onestà. Adun-
que non solamente in questa parte d’onestà,
della quale noi dobbiamo disputare in que-
sto luogo , ma ancora nelle tre altre , dette
sopra , apparisce quello che si confaccia. Im-
perocché usare la ragione, e il parlare pru-
dentemente , e quello che tu fai , farlo con-
sideratamente , e vedere quello che sia il ve-
ro in ogni fatto, edifenderlo, si confà. E pel
contrario , essere ingannato , errare , trascor-
rere , tanto si confà , quanto impazzare, ed
essere privato della mente. E tutti i fatti giu-
sti si confanno; e gl’ingiusti pel contrario,
 
 
 
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eomVsono brutti , così sono sconvenienti.
 
Simile è la ragione della fortezza : imperoc-
ché quello che si fa coll’animo virile e ma-
gno , quello pare degno dell’ uomo , e pare
decoro : e quello eh’ è pel contrario , com’e-
gli è brutto , così è sconfacente. Per la qual
cosa questo che io chiamo decoro, s’appar-
tiene a ogni onestà : e così s'appartiene, che
esso sia ragguardato non come una nascosta
ragione, ma sia manifesto. Imperocché egli
è una certa cosa la quale si confà ( e questa è
intesa in ogni virtù ) la quale più col pensiero
che col fatto può essere separata dalla virtù.
Imperocché come la bellezza e l’essere di pu-
lite carni , non può essere separalo dalla sa-
nità ; così questo decoro, del quale noi par-
liamo, è tutto quello eh’ è confuso colla virtù $
ma è diviso colla mente e col pensiero.
 
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- CAPO XLIU.
 
Doppia dijfinizione del decoro •
 
Ma la descrizione sua è doppia. Imperoc-
ché noi intendiamo essere uno generale de-
coro , il quale si rivolta in ogni onestà j e un
 
 
 
I
 
 
 
7 8
 
altro suggetto a questo, il quale s’appartiene
in ispezialità a ciascuna parte dell’onestà.
 
E quello di sopra così quasi suol essere dif-
finito : quello è decoro il quale è consenziente
all' eccellenza dell’uomo in quella cosa , nella
quale la natura sua lo fa differente dagli altri
animali. Ma quella parte eli’ è soggetta a que-
sto genere, così suol essere diffinita: quello
è il decoro , il quale così è consenziente alla
natura , che in lui apparisce la moderazione
e la temperanza , con una certa apparenza di
liberalità.
 
E così noi possiamo stimare , queste cose
essere intese da quel decoro , il quale i poeti
seguitano *, del quale in altro luogo sogliono
essere dette più cose. Ma noi diciamo che i
poeti allora conservano quello che si confà,
quando da loro si fa dire o fare quello che
sia degno di ciascuna persona. ComeseEaco
o Minos dicessino : abbiauci in odio , purché
ci temano. Ovvero dicessino questo : esso po-
di e è sepoltura a'Jigliuoli. Questo parrebbe
sconveniente ; perchè noi abbiamo inteso che
costoro furono upmini giusti. Ma se Atreo lo
dicesse, si farebbe grande romore con molla
festa : imperocché questo parlare è degno di
 
 
 
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quella persona. Ma i poeti giudicheranno ,
secondo la persona , quello che a ciascuno si
confaccia. Ma a noi la natura ha posto la per-
sona con grande eccellenza , e con un molto
avanzare di tutti gli altri animali. Per la qual
cosa i poeti , nella grande varietà delle perso-
ne, ancora nei viziosi vedranno quello che
si convenga , e quello che si confaccia : ma
conciosiacchè dalla natura a noi sieno state
date le parti della costanza r e della modera-
zione, e della temperanza , e della vergogna j
e conciosiacosacchè quella medesima natura
c’ insegni , non spregiare come noi ci abbiamo
a portare inverso gli altri uomini j si fa , che
quello decoro il quale si appartiene a ogni o-
nestà, apparisca quanto largamente e’sia spar-
to 5 e questo ancora il quale si conosce in ispe-
zialità in ciascuno genere di virtù. Imperocché
come la bellezza del corpo , con l’atta compo-
sizione delle membra , commuove gli occhi ,
e dilettagli in questo medesimo , che tutte le
parti tra loro si consentono con uno certo or-
namento ; così questo decoro che riluce nella
vita, commuove la lode di coloro, co’ quali
si vive con ordine , e costanza , e misura di
tutti i detti e i fatti.
 
 
 
8o
 
Adunque si debbe aggiungere la riverenza
inverso gli uomini , e spezialmente di ciascun
ottimo , e di tutti gli altri. Imperocché spre-
care il parere il quale ciascuno abbia di sé,
non solamente s' appartiene all' uomo arro-
gante , ma ancora a colui che niente apprez-
zi. Ma egli è cosa la quale si differenzia tra
la giustizia e la vergogna, e si debbe avere
in ogni ragione. Le parti della giustizia sono,
non fare violenza agli uomini ; e delia ver-
gogna , non gli offendere. Nella qual cosa
massimamente si fa la forza del decoro.
 
Dimostrate adunque queste cose , io penso
che e' sia inteso quello, il quale noi diciama
che si coufà. Ma l'ufficio il quale procede da
quello decoro lia questa via, la quale mena
alla convenienza e conservazione della natu-
ra : la quale se noi seguiteremo per guida ,
non mai erreremo, e seguiteremo quello che
per natura è acuto e prudente, e quello ch'è
accomodato alla società degli uomini , e quel-
lo ch’è potente e forte. Ma grande forza del
decoro è in questa parte, della quale noi di-
sputiamo : e debbonsi lodare non solo i mo-
vimenti del corpo , i quali sono atti alla natu-
ra -, ma ancora molto più quegli dell'animo
i quali ancora sono alla natura accomodati.
 
 
 
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CAPO XLI V •
 
 
 
8l
 
 
 
fi.
 
 
 
Quello che facci l' appetito , e quello
che facci la ragione.
 
 
 
Imperocché la forza degli animi e della
natura è doppia. Una n’è posta nell’ appeti-
to , la quale in greco è della orine -, la quale
quà e là rapisce l’uomo; l’altra è nella ra-
gione, la quale insegna e dimostra quello che
si debba fare, e quello clic fuggire si con-
venga. E così si fa che la ragione signoreggi,
e l’appetito ubbidisca.
 
CAPO XLV.
 
Che non si debba fare alcuna cosa , di che
non si possa rendere probabile ragione.
 
Ogni atto dee mancare di temerità e ne-
gligenza : e non debbi alcuna cosa fare, della
quale tu non possa rendere la ragione. Que-
sta quasi è la descrizione dell'ufficio. Ma ei
si debba operare che gli appetiti ubbidiscano
alla ragione , e che quella essi non trapassi-
no , e non 1'abbandoDÌQO , o per pigrizia , o
 
 
 
82
 
per dappocaggine : sieno gli appetiti tran-
quilli, e manchino d’ogni perturbazione di
animo. Per la qual cosa rilucerà ogni costan-
za e moderazione. Ma quegli appetiti i quali
da lungi si seguono , e quasi come festeggian-
ti , ■ o desiderando, o fuggendo, non sono
rattenuti dalla ragione ; questi senza dubbio
trapassano il fine e il modo , e abbandonano
e ributtano l’ubbidienza, e non ubbidiscono
alla ragione , alla quale essi sono suggelti per
la legge della natura. Da’quali non solamente
sono perturbati gli animi, ma ancora i corpi:
imperocché e’ si può ■vedere la faccia degli
adirati , o di coloro i quali sono commossi da
qualche libidine, o paura, o da qualche trop-
po piacere ; de’ quali universalmente sono
cambiati i volti, e le voci, e i moti, e gli
stati. Per le quali cose s’intende (acciocché
noi ritorniamo alla forma dell’ ufficio ) che
tutti gli appetiti si debbano raffrenare , e ra-
morbidargli : e conviensi inverso loro usare
tale gastigazione e diligenza, che niente noi
facciamo senza ragione, o a caso, o inconsi-
derata e negligentemente. Imperocché dalla
natura noi così non siamo generati , che noi
paiamo fatti a giuochi e ciance , ma più tosto a
severità , e a certi studi maggiori e più gravi.
 
 
 
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CAPO XLVI.
 
 
 
83
 
 
 
Del giuoco , e quando sia lecito
giuocare.
 
 
 
Ma egli è lecito usare i giuochi e i motti:
ma come il sonuo e gli altri riposi , allora
quando noi avremo sodisfatto alle cose gravi
e di utilità. £ esso modo di motteggiare non
debb' essere dissoluto e immodesto , ma pia-
cevole e degno di uomo da bene. Imperoc-
ché come a’ fanciulli noi non diamo ogni li-
cenza di giuocare , ma quella la quale non
sia aliena dagli atti dell'onestà ; così in esso
motteggiare riluca qualche lume di buono
ingegno.
 
Due ragioni sono in tutto del motteggiare:
una non degna dell'uomo libero , e lasciva,,
e scellerata , e brutta , l' altra è elegante e
conveniente alla città , e d’ ingegno , e pia-
cevole. Del qual modo non solamente Plauto
nostro , e l'antica commedia degli Ateniesi ,
ma ancora 1 libri de’ filosofi socratici sono
pieni. E molti detti ancora piacevoli sono di
molti altri ; come quelli i quali furono rac-
colti da Catone vecchio, i quali sono chia-
 
 
 
H
 
mati apojiegmata , cioè dell! sentenziosi. A—
gevole è adunque la distinzione de’ motti r
degni dell’ uimo libero , e di quegli che non
si convengono al libero uomo. Imperocché
quelli che s’appartengono all'uomo libero
allora sono , se essi sono fatti col tempo ra-
gionevole, in modo eli’ essi sieno degni del-
l’ animo rimesso, e dell’ uomo. Gli altri non
sono degni dell’uomo libero, se alle scelle-
rate cose è aggiunta la bruttezza delle parole.
 
Ancora si debbe ritenere un certo modo
del giuocare : che non troppo noi spargiamo
ogni cosa } e traportati dal piacere , noi tra-
scorriamo in qualche bruttezza. Ma il nostro
campo, e gli studi del cacciare, a sufficienza»
danno gli esempi del giuocare.
 
CAPO ILV1I.
 
Che si debba considerare per fuggire
le voluttà.
 
Ma ad ogni qaistione d’ufficio s’appartiene
sempre avere in pronto , quanto la natura
dell'uomo anteceda alle pecore, e alle altre
bestie. Quelle niente sentono se non il pia-
 
 
 
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; &S
 
cere del corpo , e a quello sono portate con
ogni impeto: ma la mente deH’uomo è nutri-
cata imparando e pensando ; e sempre o ella
cerca, o ella fa qualcosa \ ed è menata dal
diletto e del vedere e dell’ udire. E se alcuno
fosse inchinato al piacere del corpo, purché
esso non sia della generazione delle pecore
(imperocché e’ sono alcuni uomini non per
le opere , ma pel nome ) , ma se è inchinato
alle virtù, benché esso sia preso dal corpo-
rale piacere j egli occulta e dissimula per ver-
gogna l’appetito del piacere carnale.
 
Per la qual co9a s’intende, che il piacere
del corpo non è assai degno- dell’ eccellenza
dell’uomo, e che quel tal piacere debba es-
sere spregiato e ributtalo. E se fusse alcuno
il quale attribuisca qualche opera al piacere
corporale, per le dette cose s’intende , che
questo tale debba usare misura in pigliare
quel tal piacere. E così adunque il vitto no-
stro, e il governo intorno al corpo , sarà rife-
rito alle forze , e non al piacere di lui. E
ancora se noi vorremo considerare che eccel-
lenza e dignità sia nella natura , noi intende-
remo quanto sia brutta cosa trascorrere in
lussuria , e vivere morbidamente , e con di-
 
 
 
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licatezze ; e quanto sia onesto vivere tempe-
ratamente , e con contenenza , e severità , e
sobriamente.
 
CAPO LXVIII.
 
K
 
Della diversità de' costumi , e delle due per-
sone che dalla natura siamo vestiti.
 
Ancora si debbe intendere , cbe dalla na-
tura noi quasi siamo vestili di due persone:
delle quali l'una è comune ; per la quale noi
siamo partecipi della ragione', e di quella ec-
cellenza , per la quale noi antecelliamo alle
bestie ; dalla quale è tirato ogni onesto e de-
coro, e dalla quale noi cerchiamo trovare la
ragione dell'ufficio. L’altra persona è la quale
è propriamente data a ciascuno in ispezialità.
Imperocché come ne' corpi sono grandi dis-
similitudini ; imperocché noi veggiamo al-
cuni per la velocità atti al correre ; alcuni
per le forze potere combattere ; e così nelle
forme, noi veggiamo alcuni essere bene com-
plessionati , e alcuni di gentile fazione ; così
negli animi sono ancora maggiori varietà.
Egli era in Lucio Crasso e Lucio Filippo
molto piacevo! parlare ; e maggiore ancora
 
 
 
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in Olio Cesare figliuolo di Lucio , e più da
industria. E io questi medesimi tempi in
Marco Scauro e in Marco Druso giovanetto
era molta serietà : e in Caio Lelio molta pia-
cevolezza ; e in Scipione suo familiare era
molto maggiore desiderio d’ onori , ma più
maninconica vita.
 
Ma de 1 Greci noi abbiamo inteso che So-
crate fu dolce e piacevole , e di festereccio
ragionamento , e in ogni parlare fu simula-
tore } il quale parlare i Greci chiamano iro-
nia , cioè gavillazione , e intendere pel con-
trario. E per l'avverso, noi intendiamo che
Pitagora e Pericle , senza piacevolezza , ac-
quistarono somma autorità. Annibaie de' ca-
pitani de' Cartaginesi fu callido r e de’ nostri
fu Quinto Massimo , e in celare facilmente ,
e tacere , e dissimulare, e in fare agguati , e
in preoccupare i consigli de’nemici. Nel qual
modo i Greci antepongono a tutti i loro ca-
pitani Temistocle, e Giasone Fereo. B tra i
primi e' pongono scaltrito e saputo il fatto di
Solone : il quale , acciocché la sua vita fosse
più sicura , e più ancora esso facesse prò alla
repubblica , finse impazzare. E sono alcuni
altri molto dissimili a costoro, cioè semplici
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