Differenze tra le versioni di "Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova/XIII"

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<center>'''AMORE E PSICHE'''</center>
<center>'''Gruppo in marmo'''</center>
<br/>
<center>'''XIII.'''</center>
 
Nell’Èrebo, come altrove, essendo le donne assai gelose della loro avvenenza, come di quel tesoro per cui gli uomini accordano loro illimitato l’omaggio, l’incarico, che Venere diede a Psiche di ottenerle da Proserpina una particeli a della sua bellezza, fu il più scabroso di
quanti l’ira e la gelosia della madre d’Amore avessero incaricata quella sofferente fanciulla. Ma Cupido, che attento veglia sempre sul travaglioso destino della sua dolce amica, inspirolle tutto ciò che far doveva, onde uscir con onore da quella difficile ambasciata; se non
che, nè uomo né Dio potendo mai prevedere tanta malizia dal canto di Venere, e tanta curiosità da quello di Psiche, non prevenne di rispettare l’ordine malizioso
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che Proserpina le avrebbe dato, di rimettere a sua madre, senza aprirlo, il vasello contenente la bellezza. Psiche,
tosto uscita dal cupo regno di Plutone, postasi a sedere sopra uno scoglio, su cui il gentil Canova le stese sotto un morbido tappeto, apri il fatal vasello, donde ne usci, anzi che la bellezza, un pestifero vapore che la fece cader tramortita. Si vede a lei vicino il violato
vaso, aperto e rovesciato a terra. All’annunzio di sì funesto avvenimento, vola Amore in di lei soccorso, la scuote, e la richiama alla vita. Lo Scultore coglie appunto il momento in cui la bella Psiche riavutasi, per vedere donde nasce il fremito che sente d’intorno a sè, e sopra il suo capo specialmente (fremito prodotto dall’agitar dell’ali frettolose d’Amore) getta indietro la sua bella testa, donde scendono a ricche ciocche inanellati i capelli. Essa pressente, essa vede Amore; il quale posto un ginocchio a terra dietro di lei ed incurvatosi alquanto
sopra il suo volto, e rimirandola, le fa dolce fascia con la mano sinistra al colmo seno, e con la destra sostegno alla vezzosa sua testa. Egli si mostra nella dolce e soave attitudine di chi richiede un bacio che non gli fu altra volta negato. Essa, non meno lieta nell’accordarglielo,
ch’ei nel richiederlo, alza sorridendo le sue bella braccia, e prendendo colle mani la testa di Amore, cerca di meglio accostarne le labbra alle sue labbra. Certamente le vergini Grazie, e gl’innocenti Amori
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assistettero qui tutti il nostro Canova dal primo all’ultimo toccoa ssistettero qui tutti il nostro Canova dal primo all’ultimo tocco del suo divino scarpello: e tale e tanta è la dolcezza che t’infondono nel cuore questi due cari fanciulli cosi mirabilmente e vezzosamente aggruppati, che il giorno in cui tu vagheggi questo bel gruppo, senti di amare di più tutto ciò che ti è caro.
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