Differenze tra le versioni di "Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/106"

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— Bene, l’assoluzione ch’io v’ho impartito ve la confermi Iddio. — E si diede a recitare le preci degli agonizzanti. Allora le vene del moribondo cominciarono a inturgidire, le sue membra a storcersi, le labbra a disseccarsi, gli occhi gli si stravolgevano orribilmente, e tuttavia lo spirito regnava forte, imperterrito su quella tempesta di morte che gli si agitava sotto. Parevano due esseri diversi l’uno dei quali contemplasse i patimenti dell’altro colla impassibilità d’un inquisitore. Il parroco gli amministrò allora gli ultimi sacramenti, e Leopardo si compose alla aspettazione della morte colla grave pietà d’un vero cristiano. La quiete era tornata in tutta la sua persona; la quiete solenne che precede la morte: io potei ammirare quanto opera di grande la religione in un animo alto e virile, ed ebbi allora invidia per la prima volta di quelle sublimi convinzioni a me vietate per sempre. La morte della vecchia contessa di Fratta me le avea messe in discredito; quella di Leopardo me le rese ancora venerabili e sublimi. Gli è vero che la tempra di questo era tale, da far buona prova di colla fede e senza.
   
 
Indi a poco egli sofferse un nuovo assalto di dolori acutissimi, ma fu l’ultimo; il respiro divenne sempre più fievole e frequente, gli occhi si socchiusero quasi alla contemplazione d’una visione incantevole, la sua mano si sollevava talvolta come per accarezzare taluno di quegli angeli che venivano incontro all’anima sua. Erano i fantasmi dorati della giovinezza, che gli vagolavano dinanzi nel confuso crepuscolo del delirio; erano le sue speranze più belle, i più splendidi sogni che prendevano forme visibili e sembianza di realtà agli occhi del moribondo; era la ricompensa d’una vita virtuosa ed illibata, o il presentimento del paradiso. A tratti egli s’affissava sorridendo in me, e dava indizio di ravvisarmi; mi prendeva la mano fra le sue per avvicinarsela al cuore; a quel cuore che non battea quasi più, {{Pt|ep-|}}
 
— Bene, l’assoluzione ch’io v’ho impartito ve la confermi Iddio. — E si diede a recitare le preci degli agonizzanti. Allora le vene del moribondo cominciarono a inturgidire, le sue membra a storcersi, le labbra a disseccarsi, gli occhi gli si stravolgevano orribilmente, e tuttavia lo spirito regnava forte, imperterrito su quella tempesta di morte che gli si agitava sotto. Parevano due esseri diversi l’uno dei quali contemplasse i patimenti dell’altro colla impassibilità d’un inquisitore. Il parroco gli amministrò allora gli ultimi sacramenti, e Leopardo si compose alla aspettazione della morte colla grave pietà d’un vero cristiano. La quiete era tornata in tutta la sua persona; la quiete solenne che precede la morte: io potei ammirare quanto opera di grande la religione in un animo alto e virile, ed ebbi allora invidia per la prima volta di quelle sublimi convinzioni a me vietate per sempre. La morte delia vecchia contessa di Fratta me le avea messe in discredito; quella di Leopardo me le rese ancora venerabili e sublimi. Gli è vero che la tempra di questo era tale, da far buona prova di colla fede e senza.
 
 
Indi a poco egli sofferse un nuovo assalto di dolori acutissimi, ma fu l’ultimo; il respiro divenne sempre più fievole e frequente, gli occhi si socchiusero quasi alla contemplazione d’una visione incantevole, la sua mano si sollevava talvolta come per accarezzare taluno di quegli angeli che venivano incontro all’anima sua. Erano i fantasmi dorati della giovinezza, che gli vagolavano dinanzi nel confuso crepuscolo del delirio; erano le sue speranze più belle, i più splendidi sogni che prendevano forme visibili e sembianza di realtà agli occhi del moribondo; era la ricompensa d’una vita virtuosa ed illibata, o il presentimento del paradiso. A tratti egli s’affissava sorridendo in me, e dava indizio di ravvisarmi; mi prendeva la mano fra le sue per avvicinarsela al cuore; a quel cuore che non battea quasi più, {{Pt|ep-|eppure}}
 
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