Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/56: differenze tra le versioni

link
CandalBot (discussione | contributi)
m Bot: template SAL
Corpo della pagina (da includere):Corpo della pagina (da includere):
Riga 2: Riga 2:
</ref> mano a quella guerra, se Tiberio con replicate lettere ed istanze non l’avesse richiamato a Roma con esibirgli il consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni, paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè Germanico s’accorgesse delle torte mire d’esso suo zio, pure si accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d’Italia, forse arrivò in Roma sul fine dell’anno. Fece<ref>91 Dio, lib. 57. </ref> Tiberio nel presente accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea sempre sostenuto<ref>92 Sueton. in Tiber., cap. 27.</ref>, «che in una città libera dovea ciascuno goder la libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima, divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora quell’altra ch’egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.» Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di lui governo.
</ref> mano a quella guerra, se Tiberio con replicate lettere ed istanze non l’avesse richiamato a Roma con esibirgli il consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni, paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè Germanico s’accorgesse delle torte mire d’esso suo zio, pure si accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d’Italia, forse arrivò in Roma sul fine dell’anno. Fece<ref>91 Dio, lib. 57. </ref> Tiberio nel presente accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea sempre sostenuto<ref>92 Sueton. in Tiber., cap. 27.</ref>, «che in una città libera dovea ciascuno goder la libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima, divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora quell’altra ch’egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.» Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di lui governo.


Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed anche la magia<ref>93 Dio, ibidem.</ref>. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio, tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori, chiunque de’ cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi, n’ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il tener vasi d’oro, se non per valersene ne’ sagrifizii; e nè pur furono permessi vasi d’argento con ornamenti d’oro. Affettava Tiberio la purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi d’Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola<span class="SAL">56,1,ThomasBot</span>
Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed anche la magia<ref>93 Dio, ibidem.</ref>. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio, tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori, chiunque de’ cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi, n’ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il tener vasi d’oro, se non per valersene ne’ sagrifizii; e nè pur furono permessi vasi d’argento con ornamenti d’oro. Affettava Tiberio la purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi d’Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola{{SAL|56|1|ThomasBot}}