Rime disperse/XXVI

XXVI

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XXV XXVII


 
Quando che Febo in Arïete alberga,
ogn’ altissimo faggio germe allora,
ogni liquido fonte si rinfresca,
ogni arido terren ridendo infiora,
5veste repiglia ogni sfrondata verga,
ogni crudo animal d’ amor s’ invesca,
e, cercando, s’ adesca
di qualche suo contento,
e ciaschedun tormento
10mitiga e tempra <a> l’ amorosa face
con la sua fera, e consolato giace.
Ma ’l mio dolor e ’l mio ostinato affanno
non vuol ch’ io mi dea pace,
per rinovar di primavera o d’ anno.

15Quando il re de’ pianeti si congiunge
all’ alto Cancro, il pin sublime e grande
mostra in le acute frondi il duro frutto,
e le già amate, or onorate, ghiande
per le silvestre querce apparon lunge;
20ogni silvestre pianta ha allor produtto
in questo tempo tutto;
i semplici pastori
tra vaghe erbette e fiori
ne’ copïosi prati un’ ora almanco
25donan riposo all’ affannato fianco.
Ma la mia verde fé non mette foglia,
né fior né frutti manco,
ond’ io senza riposo ho sempre doglia.

Nella stagion che la gran matre antica
30si spoglia il vago manto, ogni bifolco
pone a’ cornuti bovi il grave giogo,
e, vomerando poi di solco in solco,
coi rabuffati crin, con gran fatica
la dura terra rompe in ogni loco,
35e poi da indi a poco
del suo più caro seme
ogni cultura preme;
non si cura gittarlo al tempo incerto,
perché ha speranza radoppiare il merto.
40Io fermo amore ho seminato e fede
con pena e dolor certo,
senza speranza mai d’ aver mercede.

Quando che ’l giorno a noi si fa più breve,
e spesse piogge con rabbiosi vènti
45buffan per l’ aria, onde d’ alpestre valli
rodendo scendon turbidi torrenti,
e che nell’ alpi appar gelida neve
e intorno ai fiumi pendono i cristalli,
nelle povere stalli
50veggio i teneri agnelli,
candidi puri e belli,
e le silvestre fiere dall’ esterno
gelo coprirsi. Et io dal freddo eterno
campar non posso, ahi sòrte iniqua e dura!;
55ch’ in me rinasce il verno
pianti, suspiri e gelida paura.

Così, nella fiorita primavera
c’ ogn’ uom s’ allegra, o nella calda estate
o nell’ autunno vario o al freddo tempo,
60requie trovar non posso. Ahi crudeltate
dell’ importuno cielo! anzi di altera
donna, che mi legò troppo per tempo!
anzi pur mia! c’ a tempo
la immensa alta bellezza,
65la lucida chiarezza
delle soavi angeliche faville
fuggir dovea; cagion che sempre stille
dalli umidi occhi gelido liquore,
e che nel cor sfaville
70Cupido atroce in sempiterno ardore.

Infelice canzon, senza lusingo
io ti comando e stringo
che mai non esci fòr di questo speco,
piangendo sempre e sospirando meco;
75ch’io son disposto, poi che vuol mia sòrte,
di viver sempre teco
e teco insieme ancor giugner a morte.