Poesie (Parini)/IV. Cicalate in versi/III. Il lauro

III. Il lauro

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IV. Cicalate in versi - II. I ciarlatani V. Terzine
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III

IL LAURO

Apollo passeggiò
l’altr’ier per una via,
e il suo lauro mirò
appeso per insegna all’osteria.
5Allor lo dio canoro
diede affatto ne’ lumi;
stracciossi i capei d’oro;
e poi gridò cosí:
— Oh secolo! oh costumi!
10Chi fu quel mascalzone
che por le mie corone
in si vii loco ardi?
Deh perché or non è qui!
ch’io’l farei diventar Marsia o Pitone.—
15Udí queste bravate il buon Sileno,
che di dentro, giocando
co’ suoi fauni, e trincando,
faceva il verno rio parer sereno.
Però, tremando
20e barcollando,
con occhi ove ad ognora
mista col vin scoppietta l’allegria,
usci dell’osteria,
e disse al Sol, che bestemmiava ancora:
25— O figlio di Latona,
o di Cinzia fratello,

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onde tanto rovello?
Sai tu perché l’eterna
tua ghirlanda or è fregio alla taverna?
30Fu un vate poverello
che, non avendo da pagar lo scotto,
pegno lasciolla all’oste,
dicendo: «Questa dotto
far avvi diventar, sebben voi foste
35piú tondo assai che non è l’O di Giotto.
Questa da voi lontano
le folgori terrá:
e per voi Giove invano
dal cielo tonerá.»
40L’oste con quello alloro
all’orefice andò,
credendo di cavarne un gran tesoro:
e il fatto gli narrò.
Rise il maestro, e poi disse: «Mirate
45che le putte scodate
or calano alla rete!
Compare, in fede mia,
andate, che voi siete
piú asino di pria.»
50L’oste a casa tornato,
un fulmine cascò
che tutto gli asciugò
nelle bigonce il vino.
Il novo Calandrino,
55vedutosi beffato,
tolse l’alloro, e irato,
con le sue proprie mani,
lo appese all’osteria,
dicendo: «Lá rimani
60per vituperio della poesia». —
Silen volea piú dir; ma non potè
Febo piú; tenersi

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e il lauro strappò giú
dal crine, e disse: — Io non ti stimo un fico;
65Vanne lungi da me;
e al colmo dell’infamia oggi t’appresta! —
Disse; e a un dottor mio amico
ne coronò la testa.