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(3256-3257-3258) pensieri 277

giori, e forse con piú facilità, si caverebbero dalla lingua francese, divenendo, se pur bisogna, piú comune e piú studiata e coltivata di quel ch’ella già sia.


     Quanto poi ad una lingua veramente  (3257) universale, cioè da tutte le nazioni senza studio e fin dalla prima infanzia intesa e parlata come propria, lasciando tutte le impossibilità accidentali ed estrinseche, ma assolutamente insormontabili, che ognun conosce e confessa; dico ch’ella è anche impossibile per sua propria ed assoluta natura, quando pur gli uomini che l’avrebbero a usare non fossero, come sono, diversissimamente conformati rispetto agli organi ec. della favella ed alle altre naturali cagioni che diversificano le lingue; di modo che, quando anche superato ogni ostacolo, una qualunque lingua, per impossibile ipotesi, fosse divenuta universale nella maniera qui sopra espressa, la sua universalità non potrebbe a patto alcuno durare, e gli uomini tornerebbero ben tosto a variar di lingua, per la stessa natura di quella tal favella universale, in cui le condizioni medesime che la farebbero atta ad esser tale sarebbero in espressa contraddizione colla durevolezza della sua universalità, e formalmente la escluderebbono. Perocché una lingua appropriata ad essere strettamente universale, deve, come  (3258) in altri luoghi ho largamente esposto, essere di natura sua servilissima, poverissima, senza ardire alcuno, senza varietà, schiava di pochissime, esattissime e stringentissime regole, oltra o fuor delle quali trapassando non si potesse in alcun modo serbare né il carattere né la forma d’essa lingua, ma in diversa lingua assolutamente si parlasse. Né senza una buona parte o similitudine almeno di queste qualità e di ciascuna di esse, la lingua francese sarebbe potuta giungere a quel grado di universalità largamente considerata, in cui la veggiamo: né certo mantenervisi, seppur momentaneamente vi fosse giunta, come vi giunse un dí la greca. Perocché queste