Apri il menu principale

Pagina:Zappi, Maratti - Rime I.pdf/88

40

Chi poi desìa veder qual nasca affanno
     10Da così vaghe forme e sì laggiadre,
     E come strazi Amore un cor già vinto
Venga e miri il mio mal, vegga il mio danno,
     Come da rei martìri è il mio cor cinto:
     Amari figli d’un sì dolce padre.


XXVI


Questa che in bianco ammanto, e in bianco velo
     Pinse il mio Genitor modesta e bella,
     È la casta Romana Verginella,
     Che il gran prodigio meritò dal Cielo.
5Vibrò contr’essa aspra calunnia un telo,
     Per trarla a morte inonorata: ond’ella
     L’acqua nel cribro a prova tolse, e quella
     Vi s’arrestò come conversa in gelo,
Di fuor traluce il bel candido cuore:
     10E dir sembra l’immago in questi accenti
     A chi la mira, e il parlar muto intende:
Gli Eroi latini a forza di valore
     Difenda pur, che a forza di portenti
     Le Vergini Romane il Ciel difende.


XXVII1


Ahi ben me ’l disse in sua favella il core,
     E l’aer grave, ch’io sentìa d’intorno,
     Senz’acque il rivo ove sovente io torno,
     E la depressa erbetta e il mesto fiore.
5Me ’l disse l’Augellin che le canore
     Voci men lieto disciogliea sull’orno:
     Me ’l disse il Sole, il di cui raggio adorno
     Parea cangiato in pallido colore.
Nè lieto il pesce al fiumicello il fondo,
     10Nè zefiro scherzava in su la riva
     Ma il tutto era in silenzio alto e profondo.
Ciascun dir mi volea che l’alma è viva

  1. Porzia.