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5Odo già per la selva alto lamento,
     E pianger Ninfe, e dir: Tirsi morìo;
     Ma s’io morii, come la doglia or sento
     Tra chi mi piange, e come or piango anch’io?
Ah forse non piang’io, ma per le smorte
     10Guance è il cadaver mio, che stille amare
     Versa per l’uso antico di sua sorte.
E s’io pur peno, Amor, questo è il penare,
     Che han dato i Fati a me dopo la morte,
     Poichè in vita fui reo di troppo amare.


XXVII.


E qual sul Tebro pellegrina e rada
     Bellezza splende, che tutt’altre lassa
     Bellezze addietro, onde chi a lei se ’n vada,
     Qual chi va incontro al Sol, il ciglio abbassa?
5Vedi l’aura, che scherza, e le dirada
     De’ capei sparsi la biond’aurea massa;
     E lei, qual’astro, che per notte cada,
     Segnar le vie di luce, ovunque passa?
Cintia direi, che fosse, o Citerea:
     10Ma quella, e questa, e cento Dei superni
     Son fole che sognò la gente Achea.
Dubbiando io vò, se forse in uman velo
     Qualch’Angelo a noi scese: Angeli eterni
     Siete voi tutti, oppur non tutti in Cielo?


XXVIII.


Sognai sul far dell’Alba, e mi parea
     Ch’io fossi trasformato in cagnoletto;
     Sognai, che al collo un vago laccio avea,
     E una striscia di neve in mezzo al petto.
5Era in un particello, ove sedea
     Clori di Ninfe in un bel coro eletto;
     Io d’ella, ella di me, prendeam diletto;
     Dicea: corri Lesbino, ed io correa.
Seguia: dove lasciasti: ove se ’n gìo,
     10Tirsi mio, Tirsi tuo, che fa, che fai?
     Io gìa latrando, e volea dir: sono io.