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     Ne gir ripiene di pietate, e d’ira
     10Le Muse alme di Lazio in negra veste;
Febo dolente, onde la dolce Lira
     Ad altrui di toccar speme non reste,
     Del Pastor la gittò dentro la pira.


II


Or ch’il rigor d’una Beltà tiranna
     Servì di Medicina al mal d’amore,
     E da un lungo crudel febbrile ardore
     Libera è l’alma, e ’l folle error condanna;
5Avvertite, occhi miei, se lei, che inganna
     Col finto riso, rincontraste fuore,
     Tosto correte ad avvisarne il cuore,
     Che per la libertà tanto si affanna
Ed in guardia di lui, perchè non ceda,
     10I pensieri più saggi indi ponete,
     Cui non il Senso, ma Ragion presieda.
Ma chiudetevi voi, se saggi siete,
     Perchè voi lei, ed ella voi non veda:
     Il periglio che v’è, voi lo sapete.


III


Con voce umìl per grazia, e per mercede,
     Dimesso in volto, e pieno di dolore,
     Qual pover Peregrino albergo chiede
     Cupido quel solenne ingannatore
5Ma appena dentro accolto egli si vede,
     Ch’ei sol le chiavi vuol tener del cuore;
     Ne scaccia la Ragion, perchè una sede
     Sola non può capir Ragione, e Amore.
E nuova v’introduce, e fiera gente,
     10Sospetto, gelosìa, timore, affanno,
     E’l senso, perchè dia legge alla mente.
Deh non ricetti Amor chi con suo danno
     Non vuol veder cangiato immantinente
     L’Ospite mansueto in fier Tiranno.