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IV1


O Gran Lemene, or che Orator vi fe’
     Meritamente l’inclita Città,
     Io vi voglio insegnar come si fa
     Ad esser Orator d’Ora pro me,
5Tener l’arbitrio in credito si dè
     E in ozio non lasciar l’autorità
     Con chi vi può scoprir fare a metà,
     E i furti intitolar col ben del Re.
Non provocar chi sa, soffrir chi può;
     10Lo stomacato far dell’oggidì,
     Santo nel poco, e ne’ bei colpi nò,
Su i libri faticar così così;
     E saper dire a tempo a chi pregò
     Il nò con grazia, e con profitto il sì.


V


Dal Pellegrin, che torna al suo soggiorno
     E collo stanco piè posa ogni cura,
     Ridir si fanno i fidi Amici intorno
     Dell’aspre vie la più lontana, e dura.
5Del mio cor, ch’a se stesso or fa ritorno,
     Così domando anch’io la ria ventura,
     In cui fallaci il raggiraro un giorno
     Nella men saggia età speme, e paura
In vece di risposta egli sospira;
     10E stassi ripensando al suo periglio,
     Qual chi campò dall’onda, e all’onda mira.
Pur col pensier del sostenuto esiglio,
     Ristringo il freno all’appetito, e all’ira,
     Che ’l prò de’ mali è migliorar consiglio.


VI


Mentre omai stanco in sul confine io siedo
     Della dolente mia vita fugace;
     Ogni umano pensier s’acqueta e tace,

  1. A Francesco de Lemene eletto Oratore di Lodi.