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     L’Alma di sdegno, e di vergogna accesa
     Da gelato timor stringer si sente;
5Che contro il fier nemico a far difesa
     Troppo son le mie voglie e fredde, e lente
     E gli affetti tra lor stanno in contesa,
     Nè son l’antiche fiamme ancor ben spente.
Anzi nel ripensar qual fu la traccia
     10De’ miei pensieri in giovenil desìo,
     Lasso! di non peccar par che mi spiaccia.
Tanto è l’uso del mal protervo, e rio,
     Che lo fuggo, e lo bramo; e fa ch’io faccia
     Un nuovo error del pentimento mio.


DELL’ABB. VINCENZO LEONIO.


I


Quando l’Alma real vider le stelle,
     Che l’ali ergea per fare al Ciel ritorno,
     Tutte per acquistar lume sì adorno
     La richiedean da queste parti e quelle.
5Chi acerebbe, il Sol dicea, l’Ascree Sorelle
     Meco s’aggiri a questa sfera intorno:
     Meco, Vener dicea, faccia soggiorno
     Chi vestì giù nel suol forme si belle.
Dunque altr’orbe, che il nostro, or si distina,
     10Marte gridava, a lei, che tutte unite
     Le mie virtù, fu sempre a me vicina?
Ma Giove alfin, le lor contese udite,
     Resti in vita, esclamò, l’alta Reina;
     Che più tempo bisogna a tanta lite.


II


Non ride fior nel prato, onda non fugge,
     Non scioglie volo augel, non spira vento,
     Cui piangendo io non dica ogni momento
     Quell’acerbo dolor, che il cor mi sugge.
5Ma quando a lei, che mi diletta, e strugge,
     L’amoroso desio narrare io tento,
     Appena articolato il primo accento
     Spaventata la voce al sen rifugge.