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Pagina:Zappi, Maratti - Rime I.pdf/126

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Tu Dea non già: ma chi teme o presume,
     Mentre vile paventa, o indegno spera,
     Per incolparne il Ciel ti finse un nume.


II1


Signor, tempra l’affanno, e al ciglio augusto
     Rendi il sereno, onde gioisca il mondo:
     Grav’è l’incarco, è ver, ma al grave pondo
     Chi di se men confida è più robusto.
5Sgridar potriasi il tuo timor d’ingiusto
     Dal tuo gran cor d’ogni virtù fecondo;
     Ma, s’ei tace modesto, odi facondo
     Dirti il Cielo: Io ti scelsi, ed io son giusto.
E ben mirasti a i primi albor del regno
     10Scintillare improvisa Iri di pace,
     Di fortunato impero e dono, e pegno.
Deh, mio Signor, perdona al labbro audace:
     Della Chiesa di Dio farti sostegno
     Se il Ciel vuol, s’a Noi giova, a Te dispiace!


III


Signor, non già perchè l’eterne, e belle
     Gioie tu doni ai puri spirti e santi,
     O perchè al regno degli eterni pianti
     Danna la tua giustizia alme rubelle,
5Fia, che tema, ò speranza a queste, o a quelle
     Opre rivolga i miei desiri erranti
     Nè che affetto servil vincer si vanti
     Alma simile a te, nata a le stelle.
Ma di santa superbia acceso il core
     10Ciò, che non piace a te, fugge sdegnato,
     Per pugnar quanto può teco in Amore.
Io bramo più di riamarti amato
     Che l’acquisto del Cielo, ed ho in orrore
     Più dello stesso Inferno esserti ingrato.

  1. A Clemente XI. afflitto per l’assunzione ad pontificato.