Pagina:Yambo, Ciuffettino.djvu/157


— 143 —


Ciuffettino fece un gesso da imperatore romano.

— Come? Io? nemmen per sogno!

Mangiavento, secondo il solito, rideva.

— C’è poco da ridere! non ci vado lassù... a rischio di rompermi il collo!...

— Andavi mai a coglier le pesche... quando marinavi la scuola? - chiese beffardamente il lupo di mare.

— Qualche volta... - bisbigliò Ciuffettino, abbassando il capo.

— Allora non avevi paura di romperti il collo...

— E’ vero, ma...

— Insomma ci vai, sì o no?

— Nemmeno se lei mi regala cento lire!

Mangiavento alzò le spalle.

— Oggi avrai un’altra porzioncina di galletta... Non c’è mica da arrabbiarsi! Tu non vuoi far nulla? Hai ragione, poverino... E’ segno che ti piace la galletta... Tutti i gusti sono gusti...

A farvela breve, bambini miei: di lì a cinque o sei giorni, Ciuffettino era cambiato da così a così: tutte le mattine, all’alba, lavava il ponte, poi aiutava i marinai alle manovre, si arrampicava su i sartiami per isciogliere le vele, rammendava le reti, aiutava il marinaio-cuoco a far la cucina per il capitano, risciacquava i piatti... insomma, sfacchinava a tutto spiano senza lamentarsi, e si faceva voler bene dall’equipaggio e dal capitano per l’umor gaio e per la bontà dell’animo.

— E’ piccolo come un cece! - disse un giorno padron Mangiavento, ai suoi marinai - ma vale più di tanti giovanotti grandi e grossi e col cervello di lumaca!

Melampo, per la vita tranquilla che menava a bordo, era quasi ringiovanito. Aveva ripreso un po’