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Il “hall„ dell’Atlante 67


— Bisogna che aspettiate. È assolutamente necessario.

Graham sedette bruscamente.

— Credo che, giacchè ho aspettato tanto per ritornare in vita, è meglio che aspetti ancora un poco.

— È molto meglio, — approvò Howard. — Sì, ciò è molto meglio. Ora bisogna che vi lasci solo per un momento.... mentre assisterò alla deliberazione del Consiglio.... Mi dispiace....

E si diresse silenzioso verso la porta, davanti a cui esitò un poco, ma poi sparve. Graham si avanzò verso quella porta, tentò di aprirla, la trovò ermeticamente chiusa con un sistema per lui incomprensibile, fece un mezzo giro, passeggiò febbrilmente per la stanza, e finì col mettersi a sedere. Rimase per alcuni minuti colle braccia incrociate sul petto, le sopracciglia corrugate, mordendosi le mani e sforzando di riordinare nella sua mente le differenti scene del caleidoscopio in quella prima ora di resurrezione; i vasti spazii meccanici, la enorme lotta che infieriva in quelle vie strane, le interminabili serie di sale e di corridoi, il piccolo gruppo lontano di quegli antipatici personaggi sotto la colossale statua di Atlante, e finalmente il misterioso contegno di Howard.

Già intravedeva qualche immensa eredità — un’eredità illecitamente impiegata — che gli dava una potenza e delle prerogative senza esempio.... Che doveva fare? E il silenzio di quella camera chiusa testimoniava abbastanza eloquentemente la sua prigionia.

Nello spirito di Graham si formò la convinzione irresistibile che quella serie d’impressioni magnifiche fosse un sogno.

Volle chiudere gli occhi e vi riuscì, ma quando li