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— «Offrimi il tuo braccio; monterò in lettiga.» —

L’uomo robusto s’inchinò; il vecchio accettò l’aiuto offertogli, e si diresse con fatica alla porta.

Così se ne andarono il famoso Rabbino e Simeone, suo figlio, il quale doveva essere il suo successore in saggezza e sapienza.


I re magi si trovavano ancora svegli a sera avanzata sotto un’arcata del Khan. Le pietre che servivano loro da giacigli erano alte in modo ch’essi potevano guardare, attraverso l’arco della finestra, l’immensità del cielo. Mentre ammiravano le stelle scintillanti, pensavano alla prossima Rivelazione.

Cosa accadrebbe? Si trovavano alfine in Gerusalemme; alla porta avevano chiesto di Colui che cercavano; avevano annunziata la sua nascita; ora non restava loro che di trovarlo. Colla speranza di riuscire s’affidarono allo Spirito, ed in attesa d’udire la voce di Dio od un segno dal cielo, non potevano prender sonno.

Mentre si trovavano così agitati e commossi, un uomo s’avanzò:

— «Svegliatevi» — disse loro, — «vi porto un messaggio che non può essere protratto.» —

I tre si alzarono.

— «Per parte di chi?» — domandò l’Egiziano.

— «Di Erode, il Re.» —

Ognuno si sentì correre un fremito nelle ossa.

— «Siete forse il custode del Khan?» — chiese Balthasar.

— «Sì.» —

— «Cosa desidera il Re?» —

— «Il messaggero aspetta; egli vi risponderà.» —

— «Allora ditegli d’attenderci.» —

— «Voi avevate detto il giusto, buoni fratelli!» — soggiunse il Greco dopo che il custode se ne fu andato.

— «La domanda che fu diretta ai viandanti ed alle guardie alla porta, ci ha resi oggetto di curiosità. Io sono impaziente; facciamo presto.» —

Si alzarono; calzarono i loro sandali, si misero i mantelli e s’avviarono.

— «Vi saluto; la pace sia con voi, e scusatemi; il mio