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vedrei volentieri. Ma, padre, l’amore che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con pazienza, ricordandomi ch’io sono figlia tua e di mia madre.» —

— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi renderebbe ricco, quand’anche tutta la mia fortuna andasse perduta. Iddio ti protegga o mia figlia.» —

Un po’ più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua poltrona nuovamente nella stanza, dov’egli restò a lungo nella penombra crepuscolare pensando all’avvento del Re, mentre essa si ritirò nella sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.


CAPITOLO XII.


Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall’altra parte del fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del colossale che del classico. Un grande muro circondava l’isola e serviva al doppio scopo di proteggerla contro l’inondazione del fiume e contro gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano abbandonato quale residenza allegando l’insalubrità dell’aria in quel punto, e s’erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l’isola, non impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando un console, generale d’esercito, Re o principe forestiero, visitava Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.

Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza principesca della prima città d’oriente; ma siccome noi non abbiamo da fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.

L’appartamento in cui ci portiamo era un’ampia sala,