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DI ALCUNE REGOLE ORTOGRAFICHE

SEGUITE IN QUESTO VOCABOLARIO.

Una delle cose meno accertate e per conseguenza, meno comunemente seguite in Italia è l' ortografia. Basta gittare uno sguardo nelle scritture moderne (non parlo delle antiche. dove appena vi ha ombra di ortografia) per vedere che ogni scrivente segue quella maniera che più gli piace, e spesso anche non ne segue alcuna costantemente. Eppure è questo uno dei punti, nei quali sarebbe bene, se fosse possibile, intenderci una volta. Senza adunque discuter qui le ragioni ortografiche, che a me sembrano migliori, e che ho discusse in un altro mio liliro,1 riferirò per sommi capi quelle, a cui mi sono attenuto nella nuova compilazione di questo Vocabolario, e le riferirò per conto di coloro che faranno uso del mio lavoro.

DELL’ J LUNGO


È stata più e più volte agitata dai grammatici la questione dell’ j lungo, se debba adoprarsi così nel corpo come nella fine della parola, o solo nella fine, oppure se debbasi del tutto abbandonare questa forma di lettera, e prendere in vece sua un altro segno ortografico. Le incertezze e le diverse maniere di esprimere il suono dell’i prolungato sono maggiori su questo punto dell' ortografia italiana, che sopra a verun altro. Infatti v' è anche oggi chi adopera l'j tutte le volte che sta dinanzi ad altra vocale, quasi partecipi alla natura di consonante, ovvero in fine di parola come segno rappresentativo di due ii; chi non lo adopera in nessun modo, segnando con accento circonflesso l’i finale come in principî, desiderî, studî; chi senza neppur questo segno, contentandosi solo di segnare la penultima sillaba con l'accento grave per non confonder la parola con altra parola, come princìpi per distinguerla da prìncipi; auspìci, augùri, per distinguerle da àuspici, e da àuguri, e via dicendo; e chi finalmente, abbandonato lj, scrive con due ii la finale dei nomi uscenti in io. Queste difformità se non facessero altro che imbrogliare gli stranieri, sarebbe pur molto; ma il peggio è che imbrogliano anche gli Italiani. I tipografi poi sono costretti a cambiare da un giorno all'altro il modo di rappresentare questo suono; e spesso, con grande scapito di tempo, che per loro vuol dire anche di guadagno, debbono fare molte correzioni sulle stampe. Spesso anche avviene che, mettendoci un po' il tipografo della maniera a cui più è abituato, e un po' l’ autore della sua e talora anche di quella degli altri, ne vien fuori una grave e deforme incoerenza ortografica.

  1. L' Unità ortografica della Lingua iraliana, Finanze, Felice Paggi, 1885.