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– VI —


tale varietà dì forma, che si può dire la parte più variabile di un verbo. Uditene qualche cenno.

I verbi frequentativi possono finire in eare, ejare o iare indifferentemente.

I verbi in ere breve hanno spessissimo la doppia desinenza ere ed ire: mettere e mettire, spartere e spartire, scompere e scompire ec.

Gii stessi verbi possono lasciare la sillaba finale re, dicendosi esse, mette ec. per essere, mettere ec; e. quelli in are, ere lungo ed ire possono farsi finire in a, e ed i accentate.

Per tutte queste ragioni io fui tentato di adottare l’uso dei lessici latini e greci, quello cioè di trar fuori la prima persona singolare del presente dell’indicativo; ma neanche così si evitavano tutti gli inconvenienti; perocché i verbi frequentativi hanno a quella voce la doppia desinenza eo ed ejo, molti verbi irregolari ne hanno due o più.

Decisi adunque di attenermi al solito uso di trar fuori l’infinito, con le regole che or dirò.

Uno dei caratteri principalissimi del dialetto nostro si è che raramente si trovi fuor della sillaba tonica le vocali u ed e. Ciò avviene soltanto per eccezioni che non ancora ho bene studiate, ma che finora mi sembrano essere le parole composte, le parole di molte sillabe, le parole in cui si vuol far dominare e spiccare la vocale della radice. Questo carattere non è sempre osservato, come di sopra ho accennato, dagli scrittori, per tre ragioni principali. Queill’o e quell’e che si sostituiscono all’u e all’i sono così stretti, che quasi con queste ultime vocali si confondono. Inoltre la loro pronunzia è varia nelle varie contrade della stessa città di Napoli e del suo contado. Co tutto che, dice il Sarnelli, lo Lavenaro parie de na manera, e cotte pejo ha mutato ntutto lo parlare, e lo Muolo Picciolo de n’autra. Da ultimo non si può negare esserci in alcuni scrittori del dialetto una tendenza ad accostarsi alla buona lingua. Ho dunque tratto fuori quell’infinito in cui si osserva quel carattere del nostro dialetto, e quivi ho arrecato tutti gli esempii; e registrando poi quegli altri infiniti che a me non sembrano di buona lega, ma che pur si trovano negli scrittori, ho rinviato il lettore a quel primo. Così traendo fuori Arrivare, Pigliare, Tirare, Arruolare, Allummare, ec. mi limito a rinviare ad Arrevare, Pegliare, Terare, Arrobbare, Allommare ec. Pei verbi frequentativi ho prescelto la desinenza in iare, profittando della legge fonica che permette nel nostro dialetto di cangiare ia in ea e in eja.

Un’altra cosa notabile ha il nostro dialetto, ed è l’uso che vi si fa della lettera j or come consonante or come vocale, a piacimento dello scrittore. Il Serio voleva che nel secondo caso si mutasse in i, scrivendo p. e. maie monosillabo, maje dissillabo. A me non parve accettabile lo scrivere uno stesso vocabolo ora in un modo ora in un altro, e quindi il doverlo trar fuori due volte nell’ordine alfabetico; e mi son ricordato che anche i poeti italiani hanno fatto gioja, noja ec. di una sillaba.

Questa considerazione ne ha tratta seco un’altra, quella cioè dell’uso che fanno i Napoletani di questa lettera medesima dove s’incontrano due vocali una delle quali sia i non accentata. In tal