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ed il treno con un ultimo fischio serpeggiava via nel buio, allorchè Mirella d’improvviso alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede uno strillo. «Amour!

Abbiamo dimenticato Amour!»

Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel suo canestro della merenda se ne viaggiava nella notte verso il verde cuore delle Ardenne.

Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto da molti vicendevoli rimproveri.

«In fin de’ conti, peggio per lui», disse Chérie che era stanca e aveva fame. «E’ colpa sua. Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente che si scendeva».

«Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò Mirella indignata «a far finta d’essere una cosa da mangiare, quando si viaggia!»

«Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo padre. «Telegraferemo alla stazione di Marche che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che domani ce lo vedremo ricomparire più seccante e scodinzolante che mai».

E così fu fatto.

Mentre attraversavano a piedi il silenzioso villaggio di Bomal, Chérie chiese a suo fratello: «Come mai Lulù non è venuta anche lei ad incontrarci? Potevi condurla nell’automobile».