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Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei suoi drappi tenebrosi.

La piccola Mirella s’addormentò, col visino smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel suo cantuccio, sognando l’azzurro mare di Westende; ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del fiume Ourthe.

Là, dove l’Ourthe incontra il suo minor fratello, l’Aisne, il treno rallentò, fremette, ebbe un lungo sibilo, e si fermò.

«Bomal», annunzio il conduttore.

«Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò Chérie guardando un istante dal finestrino e poi volgendosi a calcare sulla testolina arruffata e assonnata di Mirella il largo cappello a rose, mentre Frida radunava in fretta i libri, le racchette da tennis e gli ombrellini.

«Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano dalla portiera a salutare un’alta figura maschile che percorreva con volto ansioso la piattaforma.

«Claudio! Claudio! siamo qui!»