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«Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie con una scrollatina di spalle; e corse avanti a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato dalle rudi mani del facchino.

«Senti Amour, come piagnucola!» susurrò Mirella, mentre, pigiate dalla folla, aspettavano il loro turno davanti allo sportello dei biglietti.

«Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì Chérie. «Ufficialmente, è la nostra merenda».

Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante canestro il piccolo pugno inguantato, mormorando: «Couche-toi, tais-toi, vilain scélérat!» E la merenda ufficiale si ricompose nella sua cesta e tacque.

Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato fino alla soffocazione; pareva che tutta la gente nel mondo volesse andare a Bruxelles; ogni cinque minuti il loro treno si fermava per lasciarne passare altri, più stipati ancora, che passavano come fulmini roboanti lanciati verso la capitale.

«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne fossero tanti nel mondo!»

Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel mio paese ce n’è qualcuno di più!» osservò.