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i divoratori 69


deva non era più una toquade. La «cotta» era divampata e s'era fatta incendio. Questa era la passione — la temuta e grande passione.

Ora non esisteva per lei altri che Nino. Nino non era più Nino: era la giovinezza stessa, era l'amore, era la vita, era tutto quello che ella aveva posseduto nella turbolenta ricchezza del suo passato, tutto quello che tra poco le sfuggirebbe per sempre. E il suo cuore si fece amaro, come amaro è il cuore di ogni donna che ama un uomo più giovane di lei. Ella sentiva i suoi trentotto anni come una piaga vergognosa. A volte, quando egli la guardava, ella con un piccolo singhiozzo nervoso, gli copriva gli occhi colle mani.

— Non guardarmi, non guardarmi!

Egli allora, ridendo, le scostava la mano:

— Ma perchè, fantastico amor mio?

— I tuoi occhi sono i miei nemici, io ne ho terrore.

Poichè ella ben sapeva che quegli occhi avrebbero guardato e desiderato tutta la leggiadrìa e la giovinezza che è nel mondo.

Un giorno, sul tardi, sedevano sul loro balcone, mentre nei giardini sottostanti un'orchestra italiana suonava della musica di Sicilia, languida ed eccitante.

Nunziata disse il suo pensiero:

— Non sei stanco di me, Nino? Oh, Nino! sei certo di non essere ancora stanco di me?

— Ma cosa dici? Ma tu sogni. Io non mi stancherò mai di te. Mai! te lo giuro.

Nunziata sorrise, amara.

— «Ils faisaient d'éternels serments...» — mormorò.

Nino le afferrò le bianche mani inerti.

— Perchè, non sei felice? — domandò. — Perchè?

— Non lo so! — sospirò lei.

— Tu soffri, tu soffri. Lo so, lo sento. Lo sento tutto