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Pagina:Vivanti - I divoratori, Firenze, Bemporad, 1922.djvu/37


i divoratori 25


Ma Fräulein non sapeva che cos’altro cantare. Tentò due o tre canzonette, con poco successo. Nancy tornò a sedere nel letto:

— Non voglio più sentire quelle parole sciocche che tu dici. Non puoi cantare solo la musica, senza dire le parole?

Fräulein si accinse con le labbra socchiuse a modulare dei suoni incerti, e stava appunto per scivolare nel Beethoven, quando Nancy si rizzò ancora:

— Oh, Fräulein! non far così! Prova a dirmi delle parole senza far quei brutti suoni. Dimmi tante parole, ma che siano belle!, finchè mi addormento.

La povera Fräulein dopo essersi provata a dire tutte le parole che le parevano belle, andò a prendere da uno scaffale un volume di poesia del Lenau; e, aprendolo al «Waldlieder», lesse ad alta voce a Nancy, finchè questa si addormentò.

Le sere seguenti lesse «Mischka»; e poi «L’Atlantica.» Quando ebbe finito il volume del Lenau, prese a leggere le ballate di Uhland. Poi lesse Körner; poi Freiligrath; poi Lessing.

Chi può dire ciò che Nancy udì? Chi sa quali visioni e fantasmi essa portò seco ogni notte? Sulla grande nave stellata dei suoi sogni ora non l’accompagnavano più — blandi e puerili — Bel Popò e Menton Fleuri; bensì salpavano con lei, grandi e strani, i vecchi poeti tedeschi, lungo-chiomati, dagli occhi torbidi, dal senso oscuro, dagli epiteti fulgenti.

Così, ogni sera, durante gli anni della sua puerizia, la piccola Nancy se ne partì per i suoi sonni con la scorta di liriche e madrigali, di sonetti e sirventesi, di odi ed elegie, cullata da ritmi cadenzati e da risonanti rime. E certo in una di quelle sere i poeti gettarono una malìa su di lei. Condussero la sua giovine anima così lontano, così lontano, che non le riuscì mai più di ritrovare la riva.