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i divoratori 299

e ne sono uscito quando ne avevo quaranta. Cioè, quattro anni fa. Da allora in poi ho avuto un gran da fare a sfuggire alle trappole tesemi dalle donne. Io ho un vero terrore delle donne.

— Anch’io, — disse Nancy; e non era vero.

Egli rise e disse:

— Soltanto le donne vi fanno paura?

— Oh no, anche i ragni, — disse Nancy.

— Ed altro?

— I leoni, — disse Nancy.

— Ed altro?

— I temporali, — disse Nancy. E poichè pareva che egli se lo aspettasse, soggiunse: — E anche voi mi fate una grande paura.

Egli non le credette. Ma era vero.

Dopo pranzo la condusse alle Folies Bergères, e poi alla Boîte à Fursy.

La osservò, col suo sguardo chiaro e penetrante, e fu contento di vedere che non rideva: la curva grave del giovane profilo gli piacque. Poi la ricondusse all’Hôtel.

Salirono insieme nell’ascensore, poi camminarono fianco a fianco sul tappeto rosso del lungo corridoio adorno di scarpe. Giunti alla porta del salotto verde e grigio, egli entrò senza chiedere permesso; e sedette, poderoso e grande, nella poltrona di broccato.

— Siete stanca? — chiese.

Nancy disse:

— No, — e rimase in piedi.

Egli stette per gran tempo guardando fisso davanti a sè, sporgendo il labbro inferiore e mordicchiandosi pensosamente i corti baffi dritti. Era un uomo grande e forte e aspro; i rudi lineamenti spiravano severità e fierezza.

E Nancy d’un tratto si ricordò che gli aveva dato del «tu» e detto «adieu, mes amours», nelle sue lettere; e a questo pensiero si sentì venir male dalla vergogna.