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i divoratori 203


— Marge, dammi ben retta, — disse Mrs Doyle, sedendosi, vasta e risoluta in una poltrona, di fronte a sua figlia. — Io ho un’elegante idea. Ho trovato quel che Dio fece per Bertie. Quel che Dio fece, tesoro mio!


Batteva il tocco quando Mrs Doyle si alzò per partire. Il volto di ambedue le signore era irradiato da sorrisi.

— Dovrai andar cauta, mia cara, — disse la madre. — Non essere sbadata, nè inverosimile, nè troppo generosa. La moglie è una creatura ostinata e suscettibile, una specie di idealista; sai bene, di quelle che col pensiero mettono le maiuscole a tutte le parole: l’Arte! il Dovere! la Dignità! e così via. Bisognerà badare di non urtarla... Quanto a lui, mi pare che il più semplice sarà di fargli fare ciò che vogliamo senza lasciargli sapere quello che fa.

— Precisamente, — disse sua figlia. — Mammà, tu sei un portento.

E si abbracciarono ridendo, femminilmente perfide.

L’ignaro Bertie entrò un po’ più tardi, preparato ad affrontare le solite sarcastiche recriminazioni, le consuete tenebrose minaccie.

Fu sorpreso di trovare sua moglie a letto, addormentata — mite come una colomba, blanda come un agnello — colle increspate chiome affondate pacatamente nei guanciali, mentre un sorriso fine (era d’indulgenza o di tradimento?) le errava sulla dolce bocca semi-aperta.

Il giorno seguente Mrs Doyle fece una visita ad Aldo e a Nancy. Anne-Marie fu presentata, rapidamente e distrattamente accarezzata, e rimandata in cucina.

— Ho un posto di segretario per voi, — disse Mrs Doyle ad Aldo. — Potete cominciar subito. Venti dollari la settimana. Non vogliono dare di più.

Aldo se ne compiacque benevolmente; Nancy parve inquieta.