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pace". Ambiziosa direzione, per vero dire, e che fa credere fose questa epistola, come quella che vedemmo ai principi della terra dopo la morte di Beatrice, non più che uno sfogo, forse non pubblicato allora, de’ suoi pensieri; non più che una finzione letteraria e quasi poetica della propria fantasia. Certo, ella è piena di tali erudizioni e dotti argomenti, ch’erano bensì nel gusto dell’età, ma certo mal atte a muovere o il buono e rozzo imperadore, o i suoi non dissimili Tedeschi. Incomincia con espressioni bibliche della gioja dello scrittore; poi segue alquanto più precisamente:"Rallegrati oggimai, Italia, di cui si dee avere misericordia; la quale incontanente parrai per tutto il mondo essere invidiata eziandio da’Saracini; perocchè ’l tuo sposo ch’è letizia del secolo e gloria della tua plebe, il pietosissimo Arrigo, chiaro accrescitore e Cesare, alle tue nozze di venire s’affretta. Asciuga, o bellissima, le tue lagrime, e gli andamenti della tristizia disfà; imperocch’egli è presso colui che ti libererà della carcere de’malvagi, il quale percuotendo i perpetratori delle fellonie, gli dannerà nel taglio della spada, e la vigna sua allogherà ad