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dalla generazione attiva, fosse oramai nei voti e secondo l’opinione dei più. Imperciocchè, appena eletto, vedesi Arrigo VII apparecchiarvisi nella state del 1310. E già era stato di pochi mesi preceduto in Italia da Roberto, nuovo re di Napoli, figliuolo e successore di Carlo II. E così in un anno scendevano i due principi più potenti della penisola, i due capi delle parti che la dividevano; e il papa barcheggiava.

E Dante, poc’anzi, tra i desiderii della discesa e il timore che non s’effettuasse, aveva scritte le sue imprecazioni poetiche ai predecessori quasi ammonizioni ad Arrigo, ora poi esprimeva la gioja sua e dei compagni d’esilio in una lettera che abbiamo senza data, ma che si vede dover essere del tempo che Arrigo era sulle mosse, e perciò d’intorno alla metà di quest’anno 1310. Scritta, come le altre in latino, ma anticamente volgarizzata, ella è diretta "a tucti, et ad ciascuno re d’Ytalia, et a’ sanatori di Roma, et duchi, marchesi, conti, et a tucti i popoli, lo humile Ytaliano Dante Allighieri di Firenze, et confinato non meritevolmente, priega