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VICRAMÒRVASI. — ATTO IV. 47 (guardando intorno, sospira e piange) Ahi! sciagura a sciagura ognor s’aggiunge! Non basta mai sol una A quelli che son vittime Dell’avversa fortuna! Ahi ! quanto è triste non averla allato, Diviso esser da lei, mentre il recente Piovoso nembo s'i nel eie! levato, E nuove gioie al nostro amor consente; Mentre ne manda amica la ventura Bei giorni di diletto e di frescura. (di nuovo in delirio) Nube, t’arresta ; tu chc in ciel ti stendi Gravido il seno d'incessanti piove, Nube, t’arresta, al mio voler t’arrendi : Io scruto queste vie per ogni dove, E se ritrovo l’amor mio diletto, Da te ogni cosa sopportar prometto. A torto la cagione Si vuol trovar sovente Di ciò che accresce l’ansic della mente! Pur con la gente — prèdica l’asceta: ¦ Causa del tempo i il re, signor di tutto I » Se vero fc questo, il mio sovran volere Oh perché mai non in'è concesso imporre A quel nugolo immenso Che innanzi a me discorre? (delirando) Al susurro dell’api inebriate Dall’acre olezzo dei novelli fiori, Alle dolci melodi armonizzate Da li usignuoli, amabili cantori, Con le fogliuzze tremule, agitate Dal zefiro che scherza ai primi albori, Con gli ondeggianti rami e indietro e innanzi, L’arbor di Cìlpa quasi par che danzi. Più non fa d’uopo ch’io comandi al nembo: Ecco, egli alfin coi procellosi segni Di farsi ligio e servo Del re par che si degni :