» O benedetto te, che dalla culla
» Se’ stato savio di dentro e di fuori;
» Che non hai fatto nulla
» Senza il permesso de’ Superïori,
» Sempre abbassando la ragione e l’estro,
» Sempre pensando a modo del maestro!
» Salve, o raro intelletto, o cor leale,
» Che d’una fogna d’empi e d’arroganti
» Te n’esci tale e quale,
» Esci come venisti, e tiri avanti;
» Vattene al premio che s’aspetta al giusto,
» Della gran soma dottorale onusto.
» Comincia coll’esempio e coll’inchiostro
» A difender l’altare a destra mano,
» Ed a mancina il nostro
» Dolce, amorevolissimo Sovrano:
» Vattene, agnello pieno di talento,
» Caro al presepio e al capo dell’armento.»
All’apostrofe barocca
Che con grande escandescenza
Esalava dalla bocca
Di quel mostro d’eloquenza,
Gingillino andato in gloria
Se n’uscía gonfio di boria
Dal chiarissimo concilio
Colla zucca in visibilio.
Sulla porta un capannello
D’onestissimi svagati,
Un po’ lesti di cervello
E perciò scomunicati,
Con un piglio scolaresco
Salutandolo in bernesco,
Gli si mosser dietro dietro
Canticchiando in questo metro: