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sulla tortura. 63

sofi, ma legali, i quali sanno mirabilmente unire molta divozione colla molta inumanità. È una bellissima cosa il mostrare ad evidenza, dopo le tante ragioni addotte, come ella ha fatto, che la tortura non è ordinata nè dalla Scrittura, nè dai filosofi, nè da autori rispettabili, nè dalle leggi, ma soltanto da alcuni uomini oscuri che propalarono questa terribile scienza. Se poi sono interessanti le di lei ricerche sull’antichità della tortura, lo sono altresì le ragioni colle quali convince, non essere emanato dal Codice che abbiam noi il diritto di tormentare, ma solamente dai criminalisti che tanti giudici ignoranti rispettarono come legislatori, sebbene meritassero di esser più abborriti dei carnefici. Non posso cessar di dire che gli esempi fanno una breccia fortissima nel cuor dei legali, uomini i più essenziali a guadagnarsi per ottenere il di lei umanissimo intento. È cosa ottima il citare, come ha fatto, altresì in favore del bellissimo suo assunto, le autorità di autori conosciuti e stimati dai legali stessi, perchè costoro amano assai più l’autorità che la ragione. Anche i fatti di stati nei quali è abolita la tortura, ed ove i delitti sono assai più facilmente scoperti e puniti che da noi, sono proprj a combattere ed a finir di vincere i tristi partigiani della tortura. Non minore è stato il mio piacere nel leggere il modo con cui ella espone le più forti obbiezioni e le distrugge.

Non vi è dubbio che il chiarissimo sig. Conte, il quale ha mietuto molte palme letterarie, colle quali il di lei nome è sì noto negli altri paesi, otterrà la gloria d’essere un benefattore della sua patria con qualche utile riforma nelle procedure criminali, come già lo è stato e lo è col mezzo di più ottime provvidenze nell’eminente carica che esercita con somma lode di tutti e con tanta di lei modestia. Non vorrei che questa virtù, che sì bene lo caratterizza, servisse di ostacolo ad uno scopo sì degno di un animo sì sublime come il suo. Se io potessi esser felice a segno di meritare qualche credito nel di lei spirito, lo impiegherei nel persuaderla di non ritardare ai di lei concittadini la manifestazione di verità sì interessanti e sì utili.

Perdoni, di grazia, questo lunghissimo e troppo nojoso cicaleccio, e non l’attribuisca che alla libertà a me inspirata dalla di lei bontà e gentilezza. Se per questa sola volta ho lasciato in un cale le mie doverose espressioni, l’unica cagione è il desiderio mio di ubbidirla, assicurandola che non mi stimerò mai abbastanza soddisfatto di me, se non allora che le potrò pròvare la venerazione per i di lei talenti e la mia ammirazione per le di lei virtù, facendomi un dovere di protestarmi,

Li 18 dicembre, 1777

Umilissimo ed obbligatissimo servitore,
e se osassi ancora aggiungere il titolo lusinghiero d’amico,

Gorani.