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sulla tortura. 23

di pensare e procedere in quei disgraziatissimi tempi. Ho creduto bene di riferire fedelmente un esame, acciocché si vedano le cose nella sorgente, e non resti dubbio che mai l’amore del paradosso, il piacere di spargere nuova dottrina, o la vanità di atterrare una opinione comune, mi facciano aggravare le cose oltre l’esatto limite della verità. Il metodo, col quale si procedette allora, fu questo: Si suppose di certo che l’uomo in carcere fosse reo. Si torturò sintanto che fu forzato a dire di essere reo. Si forzò a comporre un romanzo e nominare altri rei: questi si catturarono, e sulla deposizione del primo si posero alla tortura. Sostenevano l’innocenza loro; ma si leggeva ad essi quanto risultava dal precedente esame dell’accusatore, e si persisteva a tormentarli sinché convenissero d’accordo.

Altra prova di pazzia di que’ tempi è l’esame lunghissimo fatto il 12 settembre a Gian-Stefano Baruello, il quale ebbe la sentenza di morte dal Senato il giorno 27 agosto (morte, che dopo le tenaglie, il taglio della mano, la rottura delle ossa e l’esposizione vivo sulla ruota per sei ore, terminava coll’essere finalmente scannato), e fu sospesa proponendogli l’impunità se avesse palesato complici e esposto il fatto preciso. Questi dunque tessè una storia lunghissima e sommamente inverosimile, per cui il figlio del castellano di Milano compariva autore di quest’atrocità, a fine di vendicarsi di un insulto stato fatto in porta Ticinese, e si voleva che il signor D. Giovanni Padilla, figlio del castellano, avesse lega col Foresè, Mora, Piazza, Carlo Scrimitore, Michele Tamburino, Giambattista Bonetti, Trentino, Fontana ecc. e varj simili uomini della feccia del popolo. Redarguito poi, come avendo egli il mandato per la uccisione di porta Ticinese, ne facesse spargere in altre porte, e convinto d’inverosimiglianza somma nel suo racconto, ecco cosa si vede che rispondesse esso Gian-Stefano Baruello nel suo esame 12 settembre, 1630:

« Et cum haec dixisset, et ei replicaretur haec non esse verisimilia, et propterea hortaretur ad dicendam veritatem

« Resp. Uh! uh! uh! Se non la posso dire, extendens collum et toto corpore contremiscens, et dicens: V. S. m’ajuti, V. S. m’ajuti.

« Ei dicto: che se io sapessi quello vuol dire potrei anco ajutarlo, che però accenni, che se s’intenderà in che cosa voglia essere ajutato, si ajuterà potendo.

« Tunc denuo incepit se torquere, labia aperire, dentes perstringendo, tandem dixit: V. S. mi ajuti; signore, ah Dio mio! ah Dio mio!

« Tunc ei dicto: avete forse qualche patto col Diavolo? Non vi dubitate e rinunziate ai patti, e consegnate l’anima vostra a Dio che vi ajuterà.

« Tunc genuflexus dixit: dite come devo dire, signore.

« Et ei dicto: che debba dire: io rinunzio ad ogni patto che io abbia