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sulla tortura. 11

gamento delle giunture, diceva: che mi ammazzino, che son qui. Poi aumentandosi lo strazio gridava: oh Dio mi, sono assassinato, non so niente, e se sapessi qualche cosa non sarei stato sin adesso a dirlo. Continuava e cresceva per gradi il martirio, sempre s’instava e dal presidente della sanità e dal capitano di giustizia, perchè rispondesse sui deputati della parrocchia e sulla scienza d’essere state unte le muraglie. Gridava lo sfortunato Guglielmo: non so niente, fatemi tagliar la mano, ammazzatemi pure: oh Dio mi, oh Dio mi! Sempre instavano i giudici, sempre più incrudelivano, ed egli rispondeva esclamando e gridando: Ah Signore, sono assassinato! Ah Dio mi, son morto! Fa ribrezzo il seguire questa atroce scena! A replicate istanze replicava sempre lo stesso: protestando di aver detto la verità, e i giudici nuovamente volevano che dicesse la verità; gli rispose: che volete che dica? Se gli avessero suggerito un’immaginaria accusa, egli si sarebbe accusato; ma non poteva avere nemmeno la risorsa d’inventare i nomi di persone che non conosceva. Esclamava, o che assassinamento! E finalmente dopo una tortura, durante la quale si scrissero sei facciate di processo, persistendo egli anche con voce debole e sommessa a dire: non so niente, la verità l’ho già detta, ah! che non so niente, dopo un lunghissimo e crudelissimo martirio fu ricondotto in carcere.

§. IV.

Come il commissario Piazza si sia accusato reo delle unzioni pestilenziali, ed abbia accusato Gian-Giacomo Mora.

Il Ripamonti riferisce una crudelissima circostanza, ed è, che, terminata la tortura del Piazza, i giudici ordinassero di ricondurlo in carcere colle ossa slogate, quale era, senza rimetterle a luogo, e che l’orrore di continuare nello spasimo abbia allora cavato di bocca l’accusa a sè stesso del Piazza; ma nel processo, che ho nelle mani, di ciò non vedo alcun vestigio. Appare da questo, che fosse promessa al Piazza l’impunità qualora palesasse il delitto e i complici. È assai verisimile che nel carcere istesso si sia persuaso a quest’infelice, che, persistendo egli nel negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi per lui fuorchè l’accusarsene e nominare i complici; così avrebbe salvata la vita e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’avere unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo