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In quel tempo arrivò al casolare di Jeli suo padre, il vaccaro, che aveva preso la malaria a Ragoleti, e non poteva nemmen reggersi sull’asino che lo portava. Jeli accese il fuoco, lesto lesto, e corse “alle case„ per cercargli qualche uovo di gallina. — Piuttosto stendi un po’ di strame vicino al fuoco, gli disse suo padre, chè mi sento tornare la febbre.

Il ribrezzo della febbre era così forte che compare Menu, seppellito sotto il suo gran tabarro, la bisaccia dell’asino, e la sacca di Jeli, tremava come fanno le foglie in novembre, davanti alla gran vampa di sarmenti che gli faceva il viso bianco bianco come un morto. I contadini della fattoria venivano a domandargli: — Come vi sentite, compare Menu? — Il poveretto non rispondeva altro che con un guaito, come fa un cagnuolo di latte. — È malaria di quella che ammazza meglio di una schioppettata — dicevano gli amici, scaldandosi le mani al fuoco.

Fu chiamato anche il medico, ma erano tutti denari sprecati, perchè la malattia era di quelle chiare e conosciute che anche un ragazzo saprebbe curarla,