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nava il branco a furia di gridi e di sassate, e lo spingeva nella stalla, di là del poggio alla croce.

Ansando, saliva la costa, di là dal vallone, e gridava qualche volta al suo amico Alfonso: — Chiamati il cane! ohè, chiamati il cane! oppure: — Tirami una buona sassata allo zaino, che mi fa il capriccioso, e se ne viene adagio adagio, gingillandosi colle macchie del vallone; oppure: — Domattina portami un ago grosso, di quelli della gnà Lia.

Ei sapeva fare ogni sorta di lavori coll’ago; e ci aveva un batuffoletto di cenci nella sacca di tela, per rattoppare al bisogno le brache e le maniche del giubbone; sapeva anche tessere dei treccioli di crini di cavallo, e si lavava anche da sè colla creta del vallone il fazzoletto che si metteva al collo, quando aveva freddo. Insomma, purchè ci avesse la sua sacca ad armacollo, non aveva bisogno di nessuno al mondo, fosse stato nei boschi di Resecone, o perduto in fondo alla piana di Caltagirone. La gnà Lia, soleva dire: — Vedete Jeli il