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per essere quella che è. In tutti questi casi io dovrei dunque essere vile per amarla, o dovrei comprare il suo amore a prezzo di qualche infamia.

— Ben pensato e ben ragionato! ciò che, in parentesi, ti avviene assai di rado. Vogliamo far colazione al Caffè di Parigi?

— No; andiamo al Laberinto.

Raimondo guardò il suo amico di uno sguardo scrutatore e quasi beffardo.

— Ti fo riflettere che non ho ancor fatto colazione; abbi dunque la bontà di concedermi dieci minuti.

I due amici entrarono dai Fratelli Guerrera. Mezz’ora dopo erano alla Villa.

Faceva molto caldo. Il Laberinto era delizioso colle sue ombre profumate di fior d’arancio. I due sedettero all’ombra, e quasi contemporaneamente alzarono gli occhi sui veroni della casa, sebbene alquanto distante, che Raimondo avea indicato come l’abitazione della Piemontese.

Le tende di giunco erano abbassate sulle ringhiere, quantunque il sole non vi giungesse ancora, forse per dare alquanto più d’ombra agli appartamenti; e dietro una