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La sera passò triste, malgrado il cicaleccio imperturbabile di donn’Anna, la calma serena di Camilla, lo scricchiolìo delle scarpe del cugino, le divagazioni assurde di don Liborio il quale venne a riprendere la famiglia sul tardi.

Si sentiva vagamente una preoccupazione comune, un’inquietudine indefinibile che li impacciava gli uni di faccia agli altri, e li costringeva a stare insieme. Cesare pensava: — Quando saremo soli.... — e allontanava col desiderio quel momento. Si sentiva agghiacciare il cuore ogni volta che la conversazione accennava a languire. Finalmente tutta la famiglia si alzò e stettero un gran quarto d’ora a mettersi i cappelli e a darsi la buona notte in anticamera. La serva andò a far lume sulle scale. Cesare disse fra di sè: — Lasciamo andare a letto la serva. —

Essa tornò colla bugìa in mano, chiuse l’uscio, andava e veniva sonnecchiosa per le stanze, mettendo in ordine ogni cosa per la notte. Quando si ritirò finalmente nel suo came-